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Fonte CL-Litterae Communionis maggio 1987

Autore Luigi Giussani

Appunti da una conversazione con gruppi di universitari.

Di fronte alle svariate forme di attentato alla libertà che caratterizzano il momento attuale, si delinea il compito della nostra presenza di movimento

1.

 C’è una differenza fra la generazione dei giovani di oggi e quella di trent'anni fa: c’è nei giovani di adesso una debolezza: una debolezza non etica, ma di energia della coscienza. Come se questi giovani fossero stati investiti dalle radiazioni di Chernobyl:            strutturalmente

l’organismo è lo stesso di prima, ma dinamicamente non lo è più ; vi è una sorta di alterazione, di plagio fisiologico operato dall'influsso nefasto del potere, dalla mentalità dominante. Rimangono, nel rapporto con se stessi, affettivamente scarichi e, per contrasto, tendono a rifugiarsi nella «compagnia» intesa come protezione. Non assimilano veramente, e perciò criticamente, quello che ascoltano e vedono.

Così la mentalità dominante, la cultura prevalente - il potere - produce in loro una estraneità da loro stessi. Non rimane loro alcun’altra evidenza reale che la moda, tipico concetto e strumento del potere.

 2.

Dove si può ritrovare la persona? Dove io mi posso ritrovare? Da sempre l’uomo ritrova se stesso solo nell'incontro vivo con una presenza che sprigioni un’attrattiva; una presenza che provochi a riconoscere il fatto che il suo cuore - con le esigenze che lo costituiscono - c’è, esiste. Quella presenza gli dice: «Esiste quello di cui è fatto tuo cuore».

L’attrattiva, la provocazione al fondo di noi stessi è data solo da questo incontro. Esso produce un sconvolgimento, che comunque si rivela carico di ragionevolezza, pieno cioè di corrispondenza alla nostra vita nella sua originalità e secondo la totalità delle sue dimensioni. Paradossalmente, questa originalità della vita la cogliamo quando ci accorgiamo di avere qualcosa in noi che è pure in tutti gli uomini; questo è quello che non ci fa sentire estraneo nessuno.

La persona, dunque, ritrova se stessa quando irrompe in essa una presenza che corrisponde alla natura della sua vita. È il superamento reale della solitudine, dalla quale invece normalmente l’uomo cerca di fuggire con l’immaginazione. La presenza è il contrario dell’immaginazione; l’incontro è con un «fatto» vivente. Esso presenta due caratteristiche: la drammaticità e la letizia. La drammaticità consiste nell’urgenza che qualcosa muti nella vita per l’offerta di una risposta (è la responsabilità). La letizia è quella pace che permane anche nella condizione più amara, anche nella constatazione della propria meschinità.

Per usare un’altra espressione, dovremmo parlare di incontro evangelico: un incontro che ricostituisca la vitalità dell’umano, come quello di Cristo con Zaccheo. Per il gabelliere di Cafarnao, quell’uomo mai visto è stato un’imprevista presenza che gli ha rivelato una novità su se stesso, come una promessa inconfondibile. Lo sguardo di Cristo, la sua parola, ha toccato l’umanità di Zaccheo, così che nel perimetro chiuso della sua vita si è introdotta la prospettiva del Destino.

3.

La realtà del nostro movimento si fonda e si alimenta, è difesa e dilatata non dalla comunità ma dalla persona.

Riscoperta della persona vuol dire riscoperta di ciò di cui la persona è fatta: ragione ed affettività.

E tempo di riconquistare la profondità della ragione, oggi resa così pericolosamente superficiale. La ragione è l’energia con cui la persona conosce la realtà, cioè ne percepisce il significato. È tempo anche di affermare la libertà, senza più paura dei propri limiti e del proprio male; infatti il valore della nostra persona non dipende ultimamente da ciò che facciamo, ma dal rapporto con l’Infinito che la costituisce; così limiti ed errori sono travolti dall'energia indomita ed inesauribile che proviene da quel rapporto.

4.

Dobbiamo renderci conto che il programma del potere è esattamente di ridurre la persona. Non necessariamente di eliminarla (come hanno fatto la rivoluzione nazista o quella marxista) ma proprio, almeno in Occidente, di ridurla. Il potere vuole dalla persona quel consenso per ottenere il quale è necessario che essa non conosca se stessa, non sia critica. Il contenuto della conoscenza che la persona ha di se stessa, ciò che la rende critica, è quello che ne II senso religioso, con il linguaggio della Bibbia, si chiama cuore: le esigenze ed evidenze elementari inesauribili con cui l’uomo paragona tutto.

Il tentativo del potere - della cultura dominante - è esattamente di soffocare e ridurre i desideri, di atrofizzarne, addirittura, la sorgente. Per questo, l’inizio della lotta contro il potere consiste nel prendere coscienza del proprio desiderio ed esprimerlo. E la povertà del cuore - esigenza della verità, della felicità, della giustizia e dell’amore che vince il potere; la ricchezza del povero è la mendicanza.

5.

Spesso sorge un’obiezione: Cristo non è un’immediatezza, appare, anzi, come una lontananza. In questa (apparente) distanza si alimenta un’incertezza di fondo; talvolta, quasi come tentativo di rimedio, si produce un’ansia indice più di presunzione che di vero impegno: l’ansia intellettuale.

Questa obiezione fa affiorare un problema: il problema morale. La risposta a tale obiezione coincide con la soluzione in radice del problema morale. Potremmo formularla così: non sottrarsi all'attrattiva offerta dall'ideale. Il problema morale è non essere complici della debolezza che ci trascina verso il nulla.

Dove questa attrattiva offerta dall’ideale è reperibile? Nell’incontro. Bisogna non sottrarsi all’inevitabile traccia che un incontro autentico lascia in noi, all’accento inconfondibile che la verità possiede.

Ora, il vero non è mai un’idea astratta, è sempre «dentro la carne»: l’errore degli scribi e dei farisei nei confronti di Cristo è stato di rifiutare la verità perché essa si mostrava dentro la carne. Lo stesso avviene per noi: la nostra complicità con la menzogna si nasconde nella non totale compromissione di tutto noi stessi con i volti della compagnia che ci ha fatto vivere l’incontro autentico.

6.

L’immoralità fondamentale non è l’incoerenza; la totalità della compromissione con l’incontro può non essere diminuita dall’incoerenza. L’immoralità è la dimenticanza - perdita della misura del rapporto con la realtà; l’incontro propone un’altra misura del rapporto con la realtà. Perdere questa misura è il peccato. Esso produce immediatamente una distanza dalla realtà, che si cerca di riempire di fantasie, cioè di idelologia.

La distanza dalla realtà porta sempre con sé la paura che quello che succede ci cambi: così non tolleriamo la correzione. Quando uno riempie il vuoto che lo separa dalla realtà con sue immagini o preconcetti, produce violenza, sino al punto che nemmeno sente il bisogno di giustificare il suo preconcetto, nemmeno si lascia sfiorare dal dubbio.

7.

Siamo chiamati a difendere l’umano che è allo stesso modo in noi, nel nostro amico, nella persona più estranea e lontana. Ci chiama a questo compito non una giustizia, ma la Giustizia-Dio fatto uomo: Cristo.

C’è un fattore pedagogico che sviluppa la responsabilità di questo compito e dà consistenza e durata di fronte al potere: è lo stare attaccati ai volti che più provocano, cioè alla compagnia.

Sembra sempre che la logica del potere vinca: provava la stessa impressione anche il piccolo nucleo degli apostoli. Ma la vittoria del potere è apparente; la mentalità dominante per sua natura è effimera. Non cedendo ad essa, noi facciamo diventare la nostra vita funzione di ciò che è permanente, che dura nella storia: della verità, della giustizia, dell’amore, della letizia.

Il potere cerca la sua vittoria nella quotidianità; è nella quotidianità che per noi si gioca l’alternativa: serviamo o il potere o un Altro; o il potere o il Mistero che passa attraverso la nostra compagnia. È la totalità della nostra vita quotidiana che deve essere investita dalla memoria, dalla presenza dell’Altro.

Quando la ragione del proprio vivere è affermare un Altro, si chiama amore. L’amore è affermare un Altro come senso di sé. Ancora una volta Barabba, il protagonista del romanzo di Lagerkvist, si offre alla nostra riflessione come figura emblematica. Egli è il grande bandito, la figura dell’uomo libero che il potere costituito non riesce a bloccare. Ma il tempo è inesorabile. Barabba viene preso e condannato alle miniere, incatenato col piede al piede di uno schiavo frigio, un uomo comune. Barabba sente che questo compagno, per cui nutre una ripugnanza infinita, improvvisamente suscita in lui un’attrattiva stranissima: ha una forza che lui non conosce. Ha sì la placca dell’imperatore al collo, ma tuttavia è come se fosse liberissimo. Alla fine Barabba capisce perché: egli è schiavo solo di Cristo.

Nella nostra vita quotidiana l’alternativa è ancora tra seguire la potenza clamorosa di Barabba, o l’umiltà dello schiavo frigio, il cristiano che non aveva nemmeno mai visto Cristo.


 

   

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