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Fonte Litterae Communionis maggio 1985

Autore Luigi Giussani

Appunti da una conversazione sulla libertà di educazione


Senza libertà non c'è cul­tura» (Giovanni Paolo II). Il processo pedagogi­co, è un rischio, perché gioca tutto sulla libertà di chi educa e sulla li­bertà di chi viene educato. È un gioco in cui non si può barare. Non può barare chi educa, perché altrimenti chi deve essere educato non risponde; e non può barare chi deve essere educato, perché se non si impegna nella verifica, nella considerazione seria di ciò che gli viene proposto, la posizione che as­sumerà, se sarà positiva, sarà con­formista, non sarà mai una convin­zione; se invece sarà negativa, sarà sleale, sleale per tutta la vita. Per spiegare anche queste afferma­zioni, bisogna affermare innanzi­tutto, come fa il Papa, il nesso fra formazione e cultura e insistere poi sul valore della tradizione dell'autorità come fattore comuni­cativo della tradizione, della verifi­ca come essenziale strumento per­ché la tradizione passi nel cuore dell'educando e si assimili alla sua personalità, e finalmente va messo l'accento sulla libertà dell'educatore (giocata come sincerità di fronte a ciò che trasmette) e sulla libertà dell'educato (come sincerità di fronte a ciò che gli è trasmesso).

 

I

 EDUCAZIONE E CULTURA

 

La preoccupazione educativa è certamente il più grande segno di volontà, di dono e di passione a-morosa per l'uomo. Ha detto il Papa a Rio de Janeiro agli uomini di cultura: «L'educazione è la matrice della cultura, perché un'educazio­ne deve tendere a realizzare nella sua piena dimensione la nostra u-manità, per trasformare il mondo» (1 luglio 1980).

Per trasformare il mondo occorre innanzitutto realizzare nella sua piena dimensione la nostra umanità. Dice ancora in quel discorso il Papa: «La vera cultura è umanizza-zione, mentre la non cultura e le false culture sono disumanizzanti». Nella scelta della cultura l'uomo gioca il suo destino. La cultura de­ve «coltivare l'uomo, ogni uomo, nell'estensione di un umanesimo integrale e plenario, secondo la to­talità dei fattori dell'umanità», co­me richiamava Paolo VI. La cultu­ra ha il fine essenziale di promuo­vere l'essere dell'uomo e di procu­rargli i beni necessari allo sviluppo del suo essere intellettuale e socia­le.

Ma questo processo non può avvenire se non nella libertà. Autentica cultura è cultura della libertà che sgorga dalla profondità dello spiri­to, dalla lucidità del pensiero e dal generoso disinteresse dell'amore. Fuori dalla libertà non può esserci cultura. La vera cultura di un po­polo, la sua piena umanizzazione, non possono svilupparsi in un regi­me di costrizione. Il Papa insiste non solo perché la sua esperienza ha dovuto provare amaramente la verità di questa osservazione, ma perché è vero per la maggior parte del mondo che tutto il processo culturale di oggi è facilmente schiavizzato dal potere senza libertà. Paolo VI ha osato parlare, in un discorso riferito alla situazione ita­liana e da nessuno più citato, di «terrorismo culturale». «La cultura - si legge nella Costitu­zione Conciliare Gaudium et Spes - scaturendo dalla natura ragionevole e sociale dell'uomo, ha un in­cessante bisogno della giusta liber­tà per svilupparsi, e le si deve rico­noscere la legittima possibilità di e-sercizio autonomo secondo i propri principi».

Spesso si parla di pluralismo quando non lo si tollera. La cultura che nasce libera deve diffondersi in un regime di libertà; l'uomo colto de­ve proporre la sua cultura, ma non la può imporre.

Continua il Papa: «La cultura vera deve promuovere insieme l'istruzione e l'educazione, deve istruire l'uomo nella conoscenza della realtà, ma deve insieme educare l'uomo ad essere uomo nell'inte-gralità del suo essere e dei suoi] rapporti». Ora l'uomo non può es­sere pienamente se stesso, non I può realizzare totalmente la sua u-manità se non riconosce e non vive la trascendenza del proprio es­sere, cioè il rapporto con Dio. Alla elevazione dell'uomo appartiene non soltanto la promozione della sua umanità, ma anche l'apertura della sua umanità a Dio. Anzi è sol­tanto dopo che ci è stata data tale formazione interna con l'apertura verso il trascendente che deve es­sere promossa la trasformazione del mondo. Trasformare il mondo vuoi dire ~>er il cristiano aperto ver­so il mistero, per il cristiano forma­to nello spirito, impegnarsi responsabilmente per elevare ed arricchi­re del suo stesso dono tutte le real­tà e le comunità con cui viene a contatto: la famiglia, l'ambiente de­gli amici, l'ambiente della scuola, il luogo di lavoro, il mondo della cultura, la vita sociale, la vita nazio­nale. L'educazione è l'agente che crea cultura; questa cultura, che può nascere e svilupparsi solo nel­la libertà, deve investire la totalità dell'uomo e, se l'uomo ha un pro­blema col suo destino, non può ignorare questo fattore, che anzi ne costituisce la spinta suprema, lo sprone supremo.

Solo dopo che questa azione totalizzante di valorizzazione dell'uo­mo è scattata, l'uomo può inco­minciare a pensare anche alla tra­sformazione del mondo. Per il cri­stiano poi, per chi ha il senso di Dio, trasformazione del mondo vuoi dire comunicazione di tale e-sperienza ultima e profonda. Così una vera educazione genera una volontà missionaria.

 

II

 AUTORITÀ  E TRADIZIONE

 

Ora il processo educativo da cui dipende lo sviluppo culturale deve a-vere degli operatori, dei fattori che aiutino tale sviluppo. Ma come si può offrire aiuto se non in forza di qualcosa che è già in noi? Come fa uno più grande ad aiutare uno più piccolo, se non per qualche cosa che già è in lui? Il presente trae tutta la sua importanza da ciò che lo ha preceduto: l'intensità, la ric­chezza del presente è il passato.
Questa ricchezza complessiva del passato si chiama tradizione. Non possiamo offrire aiuto se non per un passato che in noi vive, che si fa in noi  presente; non possiamo re­care aiuto se non comunicando una tradizione, altrimenti sollecitiamo una reazione, ma non comuni­chiamo   realmente qualcosa.   «La tradizione è la condizione del rin­novamento», si legge ne Alle fonti del rinnovamento di Karol Wojtyla, allora cardinale a Cracovia. Infatti

il presente agisce utilizzando ciò che ha ricevuto, usando del passato, (fino all'istante precedente). So­lo usando l'energia e i contenuti che il passato mi da, io posso cam­biare anche i termini dell'eredità del  passato; è soltanto  usandolo che lo posso rinnovare.

«La tradizione è la condizione del rinnovamento».

Il primo fattore costruttivo di una cultura, e perciò costitutivo di una educazione, è l'abbraccio di una tradizione, la personalizzazione di una tradizione e la comunicazione di essa a chi deve essere educato. È la tradizione, consapevolmente abbracciata, che offre una totalità di sguardo sulla realtà, un'ipotesi di significato, un' immagine del destino. La tradizione, infatti, è come l'ipotesi di lavoro con cui la natura butta l'uomo nel paragone con tutte le cose. Lo butta nel cantiere della vita e della storia con tutta la risorsa che è l'eredità del passato, per cui noi guardiamo in un certo modo il tramonto, il cielo e la ter­ra, la famiglia, la scuola e il lavoro Comprendiamo quindi che la prima giustizia verso la dignità dell'educazione, e quindi verso la digni­tà di una cultura, è la libertà di va­lorizzare la propria tradizione. Nul­la di più ignobile di quello che Pao­lo VI chiamava «terrorismo cultu­rale»: l'impedimento, in tanti modi esercitato, per esempio con la scuola o con la televisione, a poter prendere oggettivamente in considerazione la propria tradizione.

Il fattore naturale di comunicazione della tradizione al nuovo essere, alla persona che cresce, è la fami­glia. La famiglia è il primo esempio di ciò che noi chiamiamo autorità essendo il luogo naturale in cui la proposta del passato si pone di fronte alla coscienza d'essere uomo. Il passato diventa proposta all’uomo in un determinato luogo, che abbiamo chiamato "naturale": è la famiglia. Ma quando la fami­glia dimentica o non può adempie­re adeguatamente gli aspetti più acuti ed essenziali delle necessità umane, un altro luogo naturale do­ve la tradizione si comunica può essere l'incontro con una persona­lità o un ambiente dove la tradizio­ne viene sentita, vissuta e comuni­cata in un modo intelligente, vivo, consapevole, ragionato. Senza autorità non c'è proposta, cioè la tradizione non diventa pro­posta all'individuo; senza proposta non c'è confronto ma solo disordi­nata reattività. Senza autorità la persona cresce alla mercé del po­tere, di chi ha più forza per mani­polarla. Per questo la cultura do­minante di un'epoca decisamente dispotica come la nostra odia il concetto di autorità e lo fa odiare, come odia profondamente il con­cetto di Padre, e lo fa odiare.

 

III

 VERIFICA

 

Perché il passato, la ricchezza della tradizione, diventi proposta al presente, bisogna che questa sia co­municata in modo tale che il giova­ne, l'uomo da educare, possa utiliz­zarla per vedere se essa è capace di affrontare tutti i problemi, cioè se è capace di diventare sua esperienza. L'esperienza è l'impatto della realtà con il nostro soggetto, la nostra persona; l'impatto con la realtà, toccando la nostra persona, la provoca - è il concetto cristiano di "vocazione" -; la provoca facendo insorgere i problemi, bisogna che il giovane recepisca la tradizione non solo come dettato, ma sia an­che aiutato a capire in che modo quel dettato affronta la sua espe­rienza, cioè può risolvere i suoi problemi. La più bella definizione di educazione è di J.A. Jungman: «L'educazione è introduzione alla realtà totale». L'educazione, cioè, è questa proposta che per natura ti viene dal passato attraverso l'autorità (padre, famiglia, incontro for­tunato), che ti aiuta a capire in che modo corrisponde alla tua espe­rienza, cioè alla totalità dei tuoi problemi (tanto più uno è vivo tan­to più tutto è problema). Senza questa possibilità di esemplifi­cazione o, con un termine a noi molto caro, di "verifica", non c'è educazione; non si da educazione soltanto per "dettato". Come una famiglia può operare tutto questo immenso lavoro edu­cativo in un momento dell'evolu­zione della civiltà così scaltrito, va­sto e tumultuoso? Il grande stru­mento di collaborazione alla fami­glia che la società ha creato e reso stabile è la scuola. Diremo meglio la lealtà della scuola. Ha detto il Papa nel discorso all'Unesco (1.6.1980): «Mi sia permesso rivendicare in questo luogo per le famiglie il diritto che appartiene a tutte le famiglie di educare i loro figli nelle scuole che corrispondo­no alla loro visione del mondo». Un uomo e una donna sono padre e madre perché danno se stessi ai figli, la loro visione del mondo. Ed ha continuato il Papa: «... in particolare di rivendicare lo stretto di­ritto dei genitori credenti a non ve­dere i loro figli sottoposti nelle scuole a programmi ispirati ai fondamentali dell' uomo e della famiglia.

Il Papa poi sviluppa l'idea di scuola come strumento della famiglia atto a completare la comunicazione della tradizione e a realizzare la verifica. Una favola di Esopo narra di un uomo che porta due bisacce, u-na davanti, con tutti i difetti degli altri, e una dietro, con tutti i suoi; ma la favola, un po' stravolta, potrebbe narrare di una sola bisaccia, dietro, con dentro quello che i ge­nitori, la famiglia, i parroci, gli a-mici, in coscienza credono meglio; e il ragazzo cresce dicendo: «me l'ha detto la signora maestra», «me l'ha detto papa», «me l'ha detto la mamma»,  «me l'ha detto la zia».

Questo è giusto o no? Naturale. Impossibile diversamente. Ma, come è naturale che la tradi­zione si comunichi ovviamente, fi­no a nove, dieci, undici anni, al­trettanto naturale è che a quell'età la natura spinga il ragazzo ad affer­rare la bisaccia che ha dietro e a buttarsela davanti. Il mutamento è espresso da una parola che viene dal greco: problema. La tradizione diventa pro-blema, una cosa butta­ta davanti; il ragazzo, avendo la bisaccia davanti, comincia a rovistar­ci dentro (il fenomeno si chiama "critica", o "crisi", termine che, di per sé, non ha valore negativo, né  dubitativo,  ma semplicemente significa "discernimento"; uno esa­mina se è giusto o no. Come? Para­gonando quel che gli han detto con qualche cosa che ha dentro, la Bibbia direbbe con il suo «cuore»). Questo paragone, questa verifica del passato in modo tale da scopri­re in noi la capacità più o meno d'affrontare tutti i problemi insorgenti, è capitale per un'educazio­ne.

 

IV

 LA   SCUOLA

 

Ora, la scuola è il grande strumen­to di questa verifica; la scuola cattolica, in particolare, è un ambito di verifica della proposta della tra­dizione cristiana.

Ecco allora la grande questione cui il Papa fa riferimento in un discorso all'Uciim il 16.3.1981: «La Chiesa, la quale in campo scolasti­co ha un'esperienza plurisecolare, afferma che tra gli strumenti educativi importanza particolare rive­ste la scuola che da una parte con­tribuisce a far maturare le facoltà intellettuali e dall'altra sviluppa la capacità di giudizio. Mette l'alunno a contatto col patrimonio culturale delle passate e presenti generazio­ni, promuove il senso dei valori, prepara alla vita professionale, ge­nera un rapporto di amicizia tra al­cuni di indole e condizione diver­sa.

La scuola è quindi, secondo il dettato del Concilio, come un centro alla cui attività e al cui progresso devono insieme contribuire e par­tecipare famiglie, insegnanti, vari tipi di associazioni a finalità cultu­rali, civiche e religiose, la società civile e tutta la comunità umana. E voi, carissimi docenti, in quel cen­tro privilegiato che è la scuola ave­te un compito estremamente grave e delicato, una meravigliosa voca­zione, come la definisce il Conci­lio, quella di comunicare innanzi­tutto agli alunni, che con voi sono i veri protagonisti della scuola, quel complesso di conoscenze che voi avete acquisito in tanti anni di studio e di riflessione. Ma tale cultura non può ridursi ad un arido elenco di nozioni, ma deve diventare for­ma di conoscenza, un principio a cui tutto riferire, una capacità di giudicare la realtà e la storia, una sapienza cioè capace di mettere docente e discepolo nella possibili­tà di formare giudizi di valore sugli avvenimenti religiosi, storici, socia­li, economici, artistici del passato e del presente.

In questo complesso e globale giudizio di valore l'insegnante che è anche credente non può mettere tra parentesi la sua fede come se fosse un elemento inutile o addirit­tura alienante ma, nel massimo ri­spetto della libertà dei suoi disce­poli e della loro personalità, deve diventare autentico educatore, cioè formatore di coscienze e di anime, in una continua testimo­nianza di limpida coerenza tra la sua fede e la sua vita professionale. Sappiate allora educare e formare i giovani alla intelligenza e alla ra­gione, quella intelligenza e quella ragione aperte ai valori della trascendenza cioè del mistero di Dio che la Chiesa contro ogni ri­sorgente forma di agnosticismo o di fideismo (agnosticismo: niente è chiaro e non si sa niente; fideismo: credere senza avere la ragione) ha sempre difeso e sostenuto con una grande fiducia nell'uomo, nell'uomo completo, cioè nella pienezza delle sue dimensioni in cui convergono e si fondono scienza e creati­vità, analisi e fantasia, tecnica e contemplazione, educazione mora­le e preparazione professionale, impegno sociale e politico ed aper­tura religiosa.

Questo è l'uomo che voi dovete formare, educare, preparare nella scuola, la quale deve essere concepita e realizzata non soltanto come semplice strumento per la forma­zione di tecnici e di lavoratori che rispondano alle esigenze produtti­ve della società del domani, bensì come centro privilegiato, vivo e vi­tale in cui il giovane sia formato a quell'umanesimo plenario, totale di cui tante volte ha parlato Paolo VI».

 

IL RISCHIO NELLA LIBERTÀ

 

Fattore assolutamente decisivo nel fenomeno dell'educazione è la libertà. Perché la risposta dell'educatore (genitore, insegnante o an­che sacerdote), la risposta al dono che dal passato ha ereditato, è la libertà; ed è la propria libertà che l'educatore propone all'educando, cioè il proprio impegno con l'esse­re, perché la libertà è impegno con l'essere. Condurre l'educando dentro l'ipotesi di lavoro applicata ad un problema è una questione deli­cata, ma è un inevitabile dovere. Certamente è solo con infinita ascesi che un padre o una madre possono trovare la necessaria leal­tà e il profondo rispetto della coscienza del loro figlio, senza mai abbandonarlo e sempre permet­tendo che il suo passo sia suo, sap­pia nascere, affermarsi, secondo la sua coscienza.

La questione fondamentale è che padre e madre, insegnante o prete, siano innanzitutto leali con la tradizione che devono comunicare al fi­glio o all'educando. Ma l'attività educativa non può pretendere, non può essere dispotica, non può esigere a tutti i costi una partecipazio­ne ai giudizi di valore e alle solu­zioni; invece man mano che il giovane cresce sarà sempre utile un richiamo ad approfondire, a diven­tare sempre più capaci di persuasività, perché la persuasività è la stra­da della ragione e della coscienza.
Comunque il dolore che un genitore o un educatore deve vivere, nel proporre con un rispetto che non costringa mai, è la partecipazione più grande al dolore di Dio verso di noi, perché Dio è morto per pro­porsi a noi. Il rapporto tra Dio e l'uomo è un immenso tragico rischio  educativo.

   

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