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Fonte Zenit.org 04-05/01/2014

 

Autore Renzo Allegri

 

 

Il 7 gennaio ricorrono 170 anni della nascita di Santa Bernadette Soubirous, la giovane donna a cui apparve la Madonna a Lourdes

 

Il 7 gennaio del 1844, 170 anni fa, nasceva Bernadette Soubirous, la veggente di Lourdes. In genere, quando si parla di Bernadette, ci si sofferma alla meravigliosa esperienza da lei vissuta, e la si immagina come una creatura speciale, fuori dall’ordinario, fortunatissima, che ha vissuto la più grande storia che si possa immaginare: conoscere, parlare con la Madre di Dio e diventare “ponte”, “mezzo” di congiunzione tra il cielo e  la terra.

Raramente ci si interroga sulla “reale” esistenza di questa giovane donna. Sulla “quotidianità” concreta del suo vivere. Una quotidianità che fu triste, anonima, misera, monotona, piena di sofferenze fisiche e morali, che l’evento delle apparizioni non ha mitigato ma che, per certi aspetti, ha reso ancor più difficile e amara.

Eppure, è proprio quella “quotidianità”  la parte più importante della vita di Bernadette. E’ la vera testimonianza del suo amore, della sua fede, della sua santità.  Il cristiano è un “seguace di Cristo”, cioè del figlio di Dio che, per la sua esperienza redentrice in questo mondo, (prova di un amore immenso) ha scelto il mistero della sofferenza e della morte atroce sulla croce. “Chi mi ama mi segua”, ha detto Gesù. “La prova più sicura dell’amore è il dolore”, insegnava padre Pio. Le apparizioni della Madonna a Bernadette sono state un dono del cielo; le sofferenze che Bernadette ha sopportato con fede sono state la prova del suo amore per Dio.

Nel 1858, quando la Vergine Maria, preoccupata per la sorte dei suoi figli, decise di portare al mondo un suo aiuto straordinario, posò gli occhi e la sua benevolenza su una ragazza umilissima, poverissima, la più umile e povera che poteva forse trovare. Ma che, nella sua umiltà e nella sua povertà custodiva il grande dono della fede vera e dell’amore concreto per Dio e per il prossimo.  Apparentemente, Bernadette  era una nullità, in realtà era una grande santa, l’innocenza personificata,  così vicina a Dio da attrarre la predilezione dalla Vergine Santissima.

Era figlia di François Soubirous e Louise, due persone buone, generose, ma estremamente sfortunate.  Si erano sposati il 9 gennaio 1843. Lui aveva 34 anni, lei 17. Un anno dopo, esattamen­te il 7 gennaio 1844, nasceva la loro primogenita cui venne dato il nome di Marie-Bernarde, ma poi sempre chiamata Bernadette.

François e Louise gestivano allora il mulino che era stato del padre di Louise. Una azienda im­portante e redditizia. Ma loro due non erano tagliati per gli affari. Erano troppo buoni. Non riuscivano a farsi pagare dai cre­ditori morosi. Louise trattava i clienti come familiari e, quando venivano per macinare il grano, offriva loro merendine e vino. In poco tempo sperperarono il loro patrimonio e si trovarono sul lastrico.

Nel 1852 dovettero andarsene dal mulino e cercare alloggio in città. La famiglia intanto era cre­sciuta. Louise aveva avuto altri cinque figli, tre dei quali erano morti. Bernadette era cagionevo­le di salute. Fin dai primi mesi di vita andava soggetta a raffreddori e bronchiti. Aveva sempre dolori di stomaco. Cresceva a stento. Nel 1855 rischiò di morire, colpita dal colera che in quegli anni stava decimando la Francia. Si salvò per miracolo, ma contrasse una forma d'a­sma che continuò a tor­mentarla per il resto della sua vita con crisi che spaventavano tutta la famiglia.

Alla fine del 1855, i Soubirous ricevettero una grossa eredità. Pensarono che la loro sfortuna fosse finita. François investì i soldi in un nuovo mulino e in un al­levamento di bestiame fuori Lourdes. Ma in poco tempo si mangiò tutto e ripiombò nella miseria. Tornò a vivere in città, deriso da tutti. Affittò due misere stanze e riprese a fare il bracciante. Ma era un periodo nero. La Francia era stata colpita dalla siccità e im­perversava una brutta carestia. François non trovava lavoro. Anche Louise era disoccupata. I loro figli non avevano da mangiare. Trascorsero giorni terribili. La famiglia era molto unita. Si volevano un gran bene anche nella miseria, ma la tristezza pesava come un macigno. François e Louise cercavano di annegare i dispiace­ri bevendo qualche bicchiere di vino. Si sparse la voce che erano ubriaconi e la diffidenza nei loro confronti crebbe, facendo dimi­nuire le possibilità di trovare la­voro.

In quella situazione, dovette darsi da fare anche Bernadette. Andava a lavorare anche se era ancora una bambina. E così non a­veva potuto frequentare la scuola e neppure il catechismo. Quel poco di religione che conosceva glielo aveva insegnato la madre. A 13 anni, Bernadette aveva trovato un posto in un'o­steria. Ma era trattata male. Le facevano fare tutti i lavori più u­mili, ed era sottoposta a continue insidie. Sentiva una grande no­stalgia di casa e, dopo mesi trascorsi nella desolazione e nel pianto, tornò in famiglia.

François, il padre di Bernadette, non era riuscito a mettere insieme neppure i soldi per pagare l'affitto e dovette an­cora sloggiare. Nessuno voleva affittargli una stanza. Rischiò di restare su una strada. Ricorse a un parente, proprietario di una ex prigione, talmente malsana da essere stata giudicata inadatta anche per i condannati. E quel parente gli affittò una stanza al pianterre­no della prigione, quella accanto alle latrine, il luogo più sudicio, più maleodorante, più infetto e fetido che si potesse immaginare. Quel luogo era un inferno. La stanza, 3,37 metri per 4,40, con una sola piccola finestra, doveva servire da camera e da cucina per cinque persone. Bernadette, quando arrivavano le sue periodiche crisi d’asma, soprattutto di notte, si aggrappava alle inferriate dell'u­nica finestra cercan­do aria, ma poteva respirare soltanto immondi miasmi.

Tuttavia, anche in quell'inferno i Sou­birous trovavano la forza di stare uniti e di pregare. Gli abitanti della zona, in seguito, te­stimoniarono: "Quando giungeva la sera, noi sentivamo che i Soubirous dicevano il Santo Rosario: pregavano tutti insieme, spesso senza aver mangiato, perché non avevano niente tanto erano poveri; e la voce dei bambini si univa a quella dei genitori".

François era finalmente riuscito a trovare un piccolo impiego in un mulino. Una notte alcuni malfattori an­darono a rubare in quel mulino e al mattino, il proprietario dis­se ai gendarmi che, secondo lui, era stato proprio  François a derubarlo. Il povero uomo venne arrestato e portato via in manette come un malfattore, lasciando la sua famiglia nel dolore e nella disperazione morale più grandi. Rimase in carcere solo una settimana perché non venne­ro trovate prove contro di lui, ma il dubbio che fosse anche un la­dro rimase.

Questo era il quadro desolante in cui viveva Bernadette alla vi­gilia di quell'evento misterioso che si realizzò a cominciare  dall' 11 febbraio 1858. La storia delle apparizioni è nota, pochi però conoscono che cosa accadde dopo, quando le apparizioni finirono. Per anni le apparizioni di Lourdes furono messe in dubbio. Contro Bernadette si scatenarono i giornali del tempo, definendola visionaria, imbrogliona, mistificatrice. La gente del popolo accorreva a Lourdes  spinta soprattutto da mera  curiosità. La povera ragazza non aveva pace. Per questo le autorità religiose la convinsero ad entrare in convento. Così, nel 1866, Bernadette si fece religiosa nella Congregazione delle “Suore della Carità” di Nevers, città della Loira, a metà strada tra Lione e Parigi.

Visse in quel luogo per 13 anni, da suora semplice, non sempre compresa dalle consorelle, derisa per la sua ignoranza, e piena di sofferenze fisiche. Morì il 16 a­prile 1879, a 35 anni.  Il suo organismo era consumato da una serie impressionante di patologie, tra cui alcune cancrene  che, negli ultimi anni, le avevano mangiato la carne provocando dolori lancinanti.

Venne sepolta in una tomba scavata nella terra, in una cappella nel giardino del convento. Tutto faceva supporre che quel corpo martoriato e marcio si sarebbe dissolto rapidamente, invece non accadde. Sfidando ogni legge fisica, quel piccolo corpo (Bernadette era alta un metro e 42 centimetri), rimase intatto. E quando, in vista del processo di beatificazione, si fece una riesumazione della salma,  tutti i presenti constatarono il prodigio. Quel corpo non solo era intatto, ma anche elastico, fresco, duttile, come quello di una persona che sta dormendo.

Sono trascorsi 135 anni dalla morte di Bernadette, e il suo corpo continua ad essere intatto. Chiunque può vederlo. E’ esposto in una cassa funeraria di vetro, nella chiesa della Casa Madre della “Suore della Carità” a Nevers. Bernadette appare vestita con il saio, ha le mani giunte e intorno ad esse tiene il rosario. Il viso, reclinato sulla sinistra, ha un’espressione dolce, serena, soave. Chi ha avuto la fortuna di toccarlo,  ha constatato che non è un corpo rigido, mummificato, ma un corpo elastico, duttile, proprio come quello di una persona che sta dormendo.

Questa esperienza ha potuto farla anche Vittorio Messori, il grande scrittore cattolico, autore recentemente di un bellissimo libro dal titolo Bernadette non ci ha ingannati. Durante una visita al Convento di Nevers, gli fu permesso, data la sua notorietà, di toccare il corpo della santa, sollevarle il braccio, palparle la mano. E mi ha assicurato che era proprio come toccare il corpo di una persona addormentata.

   

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