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Fonte Osservato Romano 21/04/2012

 

Autore don Stefano Alberto

 

Benedetto XVI consacrando l’ultima grande cattedrale dell’occidente, ancora in costruzione, la Sagrada Familia, a Barcellona il 7 novembre del 2011, ebbe a dire che il suo grande architetto Antoni Gaudí, con la sua opera imponente, «collaborò in maniera geniale all’edificazione di una coscienza umana ancorata nel mondo, aperta a Dio, illuminata e santificata da Cristo.

E realizzò ciò che oggi è uno dei compiti più importanti: superare la scissione tra coscienza umana e coscienza cristiana, tra esistenza in questo mondo temporale e apertura alla vita eterna, tra la bellezza delle cose e Dio come Bellezza. In realtà, la bellezza è la grande necessità dell’uomo; è la radice dalla quale sorgono il tronco della nostra pace e i frutti della nostra speranza. La bellezza è anche rivelatrice di Dio, perché, come Lui, l’opera bella è pura gratuità, invita alla libertà e strappa dall’egoismo”.

 

Che cosa significa questa scissione tra coscienza umana e cristiana, tra vita nel tempo e vita eterna, tra la bellezza delle cose e Dio come bellezza? E perché la bellezza è la via per superare queste divisioni, è la via che apre a Dio?

La bellezza è sulla bocca di tutti, nelle esperienze e nei discorsi quotidiani, a proposito di un paesaggio, di un tramonto, di una persona, in particolare del suo volto e del suo sguardo, di un suo gesto; oppure di un’opera d’arte, di un brano di musica, e ancora delle meravigliose galassie lontane milioni di anni luce, svelate dai potenti mezzi tecnologici dell’astrofisica, oppure delle strutture complesse delle cellule, invisibili a occhio nudo, studiate dalla biologia e dalla medicina.

Eppure è più che mai attuale l’osservazione del grande teologo Hans Urs von Balthasar quando osserva, in una pagina famosa di Gloria, che «bellezza » oggi è «una parola anacronistica per la filosofia, la scienza e la teologia, che non può quindi essere oggi in nessun modo sfoggiata e con la quale si rischia di non trovare ascolto da nessuna parte. La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto. Essa è la bellezza che non è più amata e custodita nemmeno dalla religione, ma che, come maschera strappata dal suo volto, mette allo scoperto dei tratti che minacciano di riuscire incomprensibili agli uomini. Essa è la bellezza alla quale non osiamo più credere e di cui abbiamo fatto un’apparenza per potercene liberare a cuor leggero. Essa è la bellezza infine che esige (come oggi è dimostrato) per lo meno altrettanto coraggio e forza di decisione della verità e della bontà, e la quale non si lascia ostracizzare e separare da queste sue due sorelle senza trascinarle con sé in una vendetta misteriosa.

Chi, al suo nome, increspa al sorriso le labbra, giudicandola come il ninnolo esotico di un passato borghese, di costui si può essere sicuri che — segretamente o apertamente — non è più capace di pregare e, presto, nemmeno di amare».

 

La bellezza, «la grande necessità dell’uomo», oggi è come imprigionata da quella riduzione progressiva della ragione e della conoscenza operata dall’epoca moderna, che finisce per qualificare come oggettivo e certo solo ciò che può essere dimostrato con il metodo scientifico, e guarda quindi alla realtà e alla natura solo come a un aggregato di dati, congiunti gli uni agli altri quali cause ad effetti. Tutto il resto dell’esistente, a partire dalle grandi domande dell’uomo, dalle problematiche morali e religiose viene collocato, insieme alla bellezza, nell’ambito del soggettivo e del sentimento, fuori dall’ambito della ragione e della conoscenza in senso stretto.

 

Nelle pretese dello scientismo moderno rivivono così, secondo Alain Besançon, «lo spirito e la mistica dell’antico iconoclasmo. Vale ancora la pena di contemplare la natura se la si può analizzare?». Viene cioè posto radicalmente in discussione, fino a decretarne l’impossibilità, il nesso inscindibile tra segno e significato, tra visibile e invisibile, tra bellezza e realtà nella totalità dei suoi fattori. L’esperienza della bellezza viene relegata nell’ambito del sentimento soggettivo, essa non ha più nulla da suggerire di certo e oggettivo sul significato ultimo della realtà. Sono bastati pochi decenni per sgretolare la sintesi medievale di Tommaso tra oggettivo e soggettivo riguardo al bello.

 

Vi sono ragioni oggettive per cui qualcosa viene giudicata bello, ma non sarebbe tale se non producesse diletto nello spirito che la contempla. Il bello e il bene sono identici, ma il bene soddisfa il desiderio dell’uomo con il possesso affettivo dell’oggetto, e il bello con la conoscenza, o meglio con l’apprendimento della sua forma. La percezione intuitiva dell’oggetto è la sorgente del diletto. Nel sentimento del bello riscontriamo due aspetti, tra loro uniti: il primo conoscitivo (apprehensio, visio), l’altro affettivo (quod placet, delectat). Secondo Tommaso bello è ciò che diletta quando lo si guarda: pulchrum dicitur id cuius apprehensio placet, è bello ciò in cui l’intelletto umano scorge in forma splendida gli elementi di integrità, proporzione, splendore. Perché si abbia il bello occorre che l’oggetto sia in sé bello e, attraverso i sensi (vista e udito), sia presente nella coscienza. Il bello non è però uno stato di coscienza, è oggettivo. Già Agostino si era chiesto: «Domanderò se le cose sono belle perché piacciono, o se piacciono perché sono belle. Senza dubbio mi si risponderà che piacciono perché sono belle». La bellezza non si identifica con il piacere, ma con le proprietà che rendono appunto la contemplazione attraente.

 

La modernità ribalta questa consapevolezza, separando oggettivo e soggettivo e riducendo la bellezza al gusto soggettivo, senza più nessi con il bene e con il vero, senza quindi un’ap ertura alla conoscenza della realtà, misurabile solo dalla ragione analitica. Così, abbreviando tutti i passaggi, sorprendiamo Kant mentre afferma che «la bellezza, senza il riferimento al sentimento del soggetto di per sé non è nulla». Egli, pur non negando un certo valore universale al giudizio estetico, osserva che esso è «puramente contemplativo, è un giudizio cioè, che, indifferente riguardo all’esistenza dell’oggetto, ne mette solo a riscontro i caratteri con il sentimento di piacere o di dispiacere. Ma questa stessa contemplazione, a sua volta, non è diretta a concetti; perché il giudizio di gusto non è un giudizio di conoscenza (né teoretico né pratico), e per conseguenza non è fondato sopra concetti, né se ne propone alcuno».

 

Questa “i n d i f f e re n z a ” riguardo all’esistenza dell’oggetto è destinata a diventare disillusione, soprattutto dopo gli orrori sistematici del XX secolo, da Auschwitz ai Gulag, bene espressa dalla accorata affermazione di Theodor Adorno che nella sua Teoria estetica non può non riconoscere che «l’inestinguibile anelito al bello (...) è l’anelito all’adempimento della promessa». Ma tale promessa è menzogna perché quello che (qui attraverso l’arte) si mostra è non-esistente, è apparenza. E Jean- Paul Sartre parla di «nauseato scoramento (...) che attanaglia la coscienza » quando, passando dal mondo che ha un senso creato dall’arte (da qui il suo fascino), riprende il contatto con l’esistenza senza senso. È in questo sentimento di menzogna e disillusione fino alla nausea che prende piede il dominio dell’immagine ab-soluta, che emancipandosi da ogni modello, diviene essa stessa modello. Scrive Besançon: «Liberata dall’obbligo di spiegarsi a partire dalla natura — o dal divino — l’immagine assoluta, figurativa o meno, ma priva della sua funzione rappresentativa si isola e si pone in rivalità con il creato; si propone come oggetto di culto, celebrata nel museo dove ci si reca a consumare misticamente la carne e il sangue dell’artista, mediatore, salvatore, teurgo, sotto le specie della sua opera».

 

Noi siamo così spettatori, consumatori e vittime di questo profluvio di immagini assolute (cioè, letteralmente sciolte dalla realtà che dovrebbero rappresentare, senza significato se non l’urto violento del sentimento), moltiplicate a dismisura dalle, peraltro affascinanti, potenzialità tecnologiche oggi a disposizione (è stato osservato che in un solo giorno un uomo, in una grande città, “assorb e” più immagini di un uomo vissuto nel medioevo lungo il corso di tutta la sua vita). E spesso subiamo passivi quel fenomeno di continua dissacrazione, di esibizione del brutto, del volgare, dell’orrido: «Ci troviamo davanti al desiderio di sciupare la bellezza, con atti di iconoclastia estetica. Ovunque la bellezza ci tenda un agguato, può intervenire il desiderio di prevenirne l’attrattiva, facendo sì che la sua esile voce non sia udibile dietro le scene di dissacrazione». Quella della bellezza pare una voce esile imprigionata, per usare l’immagine di Benedetto XVI nel discorso al Bundestag di Berlino, dalla ragione positivista in uno di quegli «edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio».

 

Ma questa divisione tra sapere (scientifico e oggettivo) e credere (sentimento soggettivo) è penetrata inesorabilmente, soprattutto in occidente, ma non solo, anche all’interno dell’esperienza cristiana, determinando una frattura tra fede e vita, quasi una nuova versione, tutta moderna, dell’antica eresia iconoclasta, come se l’invisibile Dio non potesse o non dovesse più manifestarsi in una realtà visibile. Così si è rafforzata la tentazione in tanti cristiani (per resistere al mondo e a volte per compiacerlo) di ridurre la bellezza del fatto cristiano, nella sua integralità e nella sua concretezza storica, a una vaga religiosità, a sentimento, e soprattutto a una serie di regole morali, che peraltro non risultano più comprensibili alla maggior parte della gente.

 

La bellezza cristiana rischia anch’essa di venire “imprigionata” in aspetti sì ancora fondamentali come la liturgia, l’arte sacra, le opere di carità, vissuti però come parti separate dal dramma del vivere quotidiano e dalle vicende storiche e non come via al Tutto. Così la bellezza cristiana (che è innanzitutto bellezza della persona di Cristo nella sua divinoumanità), colpevolmente ridotta dagli stessi cristiani, non può sprigionare tutto il suo fascino e forza di attrattiva per colpire la distrazione e la superficialità dei più, ridestando in essi il desiderio di infinito.

   

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