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Fonte: ww.labussolaquotidiana.it 17/02/2012

 

Autore Massimo Introvigne 

 

 


Il numero di novembre-dicembre 2011 della rivista francese «Permanences» pubblica una lunga intervista a Myriam Chalom, per vent’anni collaboratrice di Jean Ousset (1914-1994, nella foto), il pensatore cattolico transalpino, esponente della scuola detta contro-rivoluzionaria,

di cui «La Bussola Quotidiana» ha già avuto occasione di occuparsi. Normalmente assai riservata, la Chalom – che fa pubblicare dalla rivista anche un suo interessante ritratto a matita di tanti anni fa, opera dello stesso Ousset – fa il punto su un tema di grande attualità, la nozione di «azione culturale» che, a partire dalla metà degli anni 1970, domina il pensiero e l’azione di Ousset.

 

Ho raccontato altrove, in un lungo saggio su Ousset, come negli anni 1970 – nonostante il successo dei congressi di Losanna, che organizzava annualmente – il pensatore francese abbia cominciato a nutrire dubbi sull’efficacia di un’attività educativa e formativa principalmente intellettuale, ritenendo che – soprattutto nel mondo giovanile – ci si trovasse ormai di fronte a un tipo umano nuovo, gravemente in difficoltà quando gli si proponeva di seguire un percorso logico e più abituato alle immagini che ai ragionamenti. È possibile che questa autocritica – legata anche a vicende della vita personale di Ousset, cui la Chalom accenna delicatamente – sia stata, a tratti, perfino eccessiva.
Di grande interesse è però l’analisi, rievocata dalla Chalom, che Ousset fa dell’uomo del dopo 1968, per cui «più nulla poteva essere dato per scontato, tutto era possibile, nulla era impossibile. I valori portanti della società erano contestati. Ormai erano importanti soltanto la ricerca del benessere del “me” e l’istantaneità delle cose e degli avvenimenti. La conseguenza di questo stato d’animo era il disprezzo dell’uomo per se stesso, l’odio della sua grandezza e, come conseguenza, il disprezzo della vita umana». Strutture fondamentali dell’intelligenza e della volontà, su cui si poteva contare iniziando un dialogo formativo con un giovane prima del 1968, ora non potevano più essere date per scontate.

 

Con qualche radicalità, Ousset nel corso degli anni 1970 decide allora di fare «saltare» quello che la Chalom chiama il «metodo dottrinale» di formazione dei giovani – e dei meno giovani –, attirandosi le critiche di molti dei suoi collaboratori, e d’iniziare un lavoro di tipo diverso, che non parte dal vero per arrivare al buono e al bello ma al contrario parte dal bello per arrivare al buono e al vero. Con grande pazienza, Ousset raccoglie diapositive – al momento della sua morte saranno circa seimila – su opere d’arte antiche e moderne, dischi di canto gregoriano, musica classica, jazz – una sua passione – e canzoni popolari della tradizione francese, nonché schede di monumenti che i giovani possono essere condotti a visitare. Per ciascun’opera prepara un commento, in cui si sostanzia il suo nuovo metodo dell’«azione culturale», che considera l’antidoto alla «rivoluzione culturale» del 1968.
E proprio quello del commento è il punto più delicato. Per Ousset si tratta di «insegnare a vedere» e «insegnare ad ascoltare». «Si accorge, racconta la Chalom, che le persone non sanno più né guardare né ascoltare, che fanno passare le loro conoscenze e i loro sentimenti prima di costringersi a guardare, ad ascoltare con attenzione». La prima formazione non consiste dunque nel «martellare» l’interlocutore d’informazioni sull’opera d’arte ma nel guidarlo a vedere e ascoltare veramente. «Lasciar parlare l’opera di se stessa è il primo esercizio per rispettare l’opera per quello che è. Lo spettatore deve sottomettersi alla realtà di quello che vede e non alla sua immaginazione», apprezzare l’opera anzitutto nel suo insieme. Solo allora chi commenta potrà offrire «conoscenze artistiche, storiche, dottrinali, e così via scelte in funzione dell’opera osservata per meglio rivelarla agli occhi dell’interlocutore».

 

Ousset consiglia di usare «un tono benevolo, considerando anzitutto che gli ascoltatori non sono i nostri nemici, non sono imbecilli che non capiscono niente o ignoranti irredimibili. Usare un tono tranquillo e comprensivo, entusiasta ma senza voler essere esaustivi, perché la realtà è complessa e si ha sempre tendenza a schematizzare. Evitare il tono compassato e ampolloso, preferirgli la semplicità e la chiarezza. […] Il commento si negozia per piccoli tocchi successivi». Naturalmente, la Chalom è consapevole che queste idee di Ousset presuppongono che esista un bello oggettivo e che il giudizio artistico possa essere insegnato: principi che appaiono scandalosi a chi è stato educato in un relativismo per cui, di fronte all’arte, il solo giudizio valido è «mi piace» o «non mi piace», ma che si ritrovano nel Magistero di Benedetto XVI. «Precisamente, l’accostamento obiettivo dell’azione culturale vuole porre rimedio al dilettantismo culturale che deriva dal relativismo, il quale nega la capacità dell’uomo di conoscere il vero, il bene, il bello. E per questo noi raccomandiamo di cominciare con l’“imparare a vedere” perché l’occhio e il cervello sono complementari e interagiscono continuamente per conoscere e riconoscere la realtà come tale».

 

 

Oltre al Magistero del regnante Pontefice sull’arte, la Chalom evoca giustamente il beato Giovanni Paolo II (1920-2005) e la «nuova evangelizzazione». Con grande consolazione di Ousset negli ultimi anni della sua vita, racconta, il Papa polacco moltiplicava gli appelli che sottolineavano, «di fronte alla profonda scristianizzazione dell’Europa, l’assoluta necessità di trasmettere, o di fare scoprire, la cultura cristiana come vettore di questo amore e di questa speranza di cui il mondo intero oggi ha tanta sete. Jean Ousset proponeva una nuova forma di azione di riconquista dei cuori e delle intelligenze, che corrispondeva alla grande idea del Papa sulla nuova evangelizzazione». Una riconquista tramite l’arte e la cultura: non una via esclusiva, certo, ma una parte integrante della nuova evangelizzazione. E una forma di apostolato particolarmente adatta alle generazioni disorientate del dopo 1968.
   

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