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Fonte www.labussolaquotidiana.it 24/01/2012

 

Autore suor Maria Gloria Riva

 

 

Penso alla tristezza di molti uomini soli nella loro presunta laicità. Mi duole il pensiero che nella loro vita Cristo sia una follia, un’idea, una scomoda eredità del passato, l’oppio dei popoli. Vorrei che potessero comprendere cosa significa vivere sotto la maestà di quello sguardo, cosa significa operare dentro la benedicente certezza della Sua Presenza.
 

Sì, Cristo ci guarda. Come ha guardato Pietro in quel giorno terribile del tradimento. Come ha guardato Giuda. Come ha guardato il giovane ricco nel giorno del suo slancio generoso, come ha guardato Zaccheo, mentre era sul sicomoro. Come ha guardato sua Madre, lungo la via dolorosa. Sì, lui ci guarda e forse ci guarda ancora più profondamente di come possa aver guardato allora. Oggi ci guarda attraverso il velo della morte e la luce straordinaria della risurrezione.


È l’esperienza unica che si fa vedendo per la prima volta il Volto di Manoppello. È lui. E ci guarda. Nella Sindone di Torino e nelle immagini elaborate al computer sul telo sindonico che lo rendono in qualche modo vivo, Cristo rimane come all’esterno. È lui, ma è avvolto ancora nel sonno della morte. Il lenzuolo, si sa (a dispetto di molti), pulsa nella storia come testimonianza viva della risurrezione di Cristo, ma l’immagine che ci rende è quella di un uomo avvolto nella maestà della morte. Trovarsi di fronte al velo di Manoppello è uno shock. Gli occhi sono vivi. E ti guardano. Le labbra sono dischiuse e ti sorridono.
 

Il Volto di Manoppello: un finissimo telo di bisso marino che reca impressa l’istantanea di Colui che, vivo, vede il Padre. Ha visto il Padre e oggi guarda a noi con quello stesso sguardo.
Chi l’avrebbe detto che quelle parole, dette un giorno ai suoi amici, dovevano raggiungerci così da vicino! Che dovevano risultare per noi così vere, più vere e vive di quanto non lo fossero per quei suoi discepoli: «chi vede me vede il Padre». Cristo ha voluto lasciarci il primo sguardo al Padre, dopo l’avventura dell’Incarnazione.
 

Così descrive l’evento, Antonio Teseo uno studioso della reliquia abruzzese:
«All'alba del terzo giorno dalla morte di Gesù, un violento terremoto mosse la grossa pietra e nel sepolcro allora entrò la luce del Padre; proprio in quell'istante, la luce di Cristo filtrò i presunti teli sepolcrali (NdR: il telo di bisso marino e il telo sindonico) con i suoi raggi dritti e paralleli e lasciò impresso su di essi le figure riguardanti i segni della Resurrezione: il Volto di Gesù Risorto, i cui occhi avevano guardato il Padre, era stato illuminato dai raggi provenienti da destra così come vediamo nel Volto Santo di Manoppello».
 

Nel momento della resurrezione di Cristo, dunque, traspariva dal velo una definizione del Santo
Volto in carne ed ossa prima che il corpo si smaterializzasse: questa si era andata ad impressionare sul lino della Sacra Sindone di Torino…
 

Sovrapporre il bisso di Manoppello col telo Sindonico è un’operazione affascinante. Le parti combaciano. La serenità dell’uomo della Sindone si carica della vivacità e dello sguardo acuto dell’uomo di Manoppello. Ed è lo stesso uomo. Esaminando il volto al Computer si scopre che effettivamente gli occhi del Cristo sono vivi e rivolti verso una fonte luminosa. Infatti la guancia destra più esposta a questa luce è effettivamente più illuminata dell’altra. Questo spiega anche il motivo per cui le tracce di sangue delle ferite, che compaiono sul Volto Santo, sono asciutte e pertanto poco evidenti (A. Teseo).
 

Il santo volto di Manoppello emerge dal buio del suo percorso storico nel 1506 allorché uno sconosciuto consegna il prezioso telo di bisso marino al fisico Donat’Antonio Leonelli. Da qui comincia il legame profondo di questa reliquia con la cittadina abruzzese. Eppure numerose testimonianze nella storia dell’arte lasciano supporre che il volto fosse già noto e rappresentasse in qualche modo un archetipo, un canone a cui rifarsi. Fra le tante, la più suggestiva per somiglianza è certamente l’opera di Antonello da Messina dal titolo: Salvator mundi. La tavola, dipinta a olio, è datata 1465-1475; forse una delle sue prime opere firmate e datate.


Antonello non ha avuto tentennamenti nel dipingere il volto del Cristo frontale,
con i lineamenti leggermente mongolici e gli occhi penetranti dall’iride luminosa. Ha tentennato invece dipingendo la mano. La mano benedicente (ancora si nota la velatura della prima posizione), pare voler bucare lo spazio e raggiungerci, viene verso di noi. Pare che Antonello abbia voluto dire: Lui è qui, ti benedice e ti guarda, anzi ti tocca.
 

Sovrapporre a questo volto il volto di Manoppello è impressionante. Cristo davvero ci guarda. Ci ha lasciato accanto al suo Corpo e al suo Sangue, anche quello che l’Eucaristia non ci può dare, il suo sguardo. La luce piena di Cielo di questo sguardo. Il cielo del Padre che si è aperto al Cristo che, morto, ora vive per sempre.
 

Cristo ti guarda, anzi ti tocca e non per un falso d’autore, ma per quel desiderio d’infinito che resta insopprimibile nell’uomo. Certe mode laiciste e razionaliste sono come la tempesta sul mare. Fanno gran rumore, ma il mare sta. Supera i secoli e i tempi. Il mare rimane nella sua calma abissale dei fondali marini. Questa calma abissale e profonda sale anche dallo sguardo di Cristo, che mentre guarda noi, vede il Padre.
   

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