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Fonte Studi Cattolici n.677/78 luglio/agosto 2017

Autore mons. Luigi Negri

Una delle cose bellissime e significative che ho imparato in quasi cinquantanni di assidua convivenza con mons. Luigi Giussani è che si può imparare da tutto quello che accade, anche dalle cose imprevedibili, anche da quelle che siano fatte contro ciascuno di noi. Egli ricordava con sant’Agostino: «Nihil sine voce», non c’è niente che non porti un messaggio positivo alla nostra vita.

Qualche settimana fa ho sentito sentire il dovere di coscienza di intervenire sul terribile attentato di Manchester che ha fatto strage di ragazzi che assistevano a un concerto. Sono intervenuto senza pretendere di dare un giudizio definitivo; ho soltanto chiarito, - anche per la frequentazione quotidiana di ragazzi, di giovani e di adulti della mia diocesi - che questi ragazzi e questi giovani sono lasciati allo sbando senza fornir loro una chiave di lettura della vita, un’ipotesi di comportamento nella vita. Un giovane, se non gli vien dato un criterio con cui impostare il rapporto con sé stesso e con gli altri, diventa vittima delle più diverse manipolazioni.

È pensabile che io abbia criminalizzato questi poveri ragazzi? Ho detto soltanto che la colpa più grave di avvenimenti di questo tipo è che la generazione adulta non risponde alla grande domanda di senso e di verità, di bellezza e di giustizia che ogni ragazzo porta con sé, domanda che se non trova risposta determina una situazione negativa che può durare per tutta la vita. La mia era esclusivamente ima preoccupazione educativa, senza pretesa di esclusività.

E successo un mezzo finimondo! Il finimondo dell’idiozia! Sono stato accusato di essere vecchio, fuori dalla storia, di non aver capito quello che dico di aver capito: è stato il festival dell’intolleranza. È proprio l’intolleranza l’elemento preoccupante nell’odierna vita del paese, della vita sociale, ma (lasciatemelo dire) anche della vita ecclesiale.

Oggi sembra impedito a chiunque di avere una propria posizione e di esprimerla liberamente se va contro il politicamente o l’ecclesialmente corretto, innalzato a indiscutibile criterio. Così come io non impongo il mio punto di vista a nessuno, nessuno può impormi il suo punto di vista, ridicolizzando la mia posizione o rendendola banale, in modo da poter vincere, perché rendere l’interlocutore stupido -a ben ragione - è un meccanismo che già il grande Aristotele metteva in evidenza come una delle cose più penose della convivenza sociale.
Ebbene, la vita sociale è legata in senso forte e dinamico a un principio, a un valore, che non può mai esser disatteso: la maggioranza ha gli stessi diritti della minoranza, la minoranza ha gli stessi diritti della maggioranza, anzi, mi ha insegnato don Giussani, una maggioranza deve avere come prima preoccupazione di mettere la minoranza in condizione di potersi esprimere liberamente. Diceva che «se in una scuola 900 persone la pensano in un certo modo e una sola persona la pensa diversamente, la prima preoccupazione di questa maggioranza schiacciante non è di affermare i propri diritti, bensi di mettere in condizione chi la pensa diversamente di potersi esprimere con la stessa libertà con cui si esprime la maggioranza.

Questo è il cuore della democrazia: la democrazia è un dialogo rispettoso delle posizioni più diverse, senza nessuna pretesa egemonica. Il nostro mondo, invece, sta rivelando un’intolleranza incomprensibile o, meglio, tanto più violenta quanto più non ci sono ragioni per le posizioni che si tentano di assumere. Tutti, in Italia, sulla tragedia di Manchester hanno avuto il diritto di parlare, tranne l’arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio, che aveva il delitto grave di non pensarla come la maggioranza - ammesso e non concesso che chi abbia letto quello che io ho scritto Labbia letto davvero e Labbia capito autenticamente.

Ho solo una cosa da dire: difenderò, come ho difeso, la mia libertà di esprimermi e la libertà di esprimersi di chi vive accanto a me. Nella polemica, poi, e negli insulti al sottoscritto hanno dato buona prova di sé alcuni cosiddetti cattolici e i Maestri del Fuoco Amico-come acutissimamente il professor Lenzi li ha definiti: amici e compagni di viaggio che hanno trovato come espressione autentica della loro professionalità e della loro mentalità criminalizzare e ridicolizzare la mia posizione. Io non so che viaggio abbiano fatto questi miei presunti o reali compagni di viaggio: certo non han fatto il viaggio che con perfetta coerenza all’insegnamento di don Giussani ho vissuto dal lontano 1954 e che vivo tuttora, perché in questo insegnamento del fondatore di Comunione e Liberazione ho ritrovato continuamente le ragioni per essere appassionato alla democrazia, perché o la democrazia è un dialogo fra uguali o la democrazia è una procedura che può diventare totalitaria. E non io, ma altri più autorevoli di me, hanno parlato della democrazia totalitaria come del pericolo più grave del nostro tempo.

   

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