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Fonte lanuovabq.it 12/03/2017

Autore Riccardo Cascioli

Preghiera per Fabo

Spiegava diversi anni fa un bravo sacerdote ambrosiano, che dopo il Concilio Vaticano II - quando le esequie sono diventate possibili anche per i suicidi – c’era la prassi di celebrare i funerali delle persone che si sono tolte la vita all’alba, un po’ di nascosto. In questo modo si intendeva conciliare la pietà per il suicida, che ha grande bisogno di preghiere, con la necessità di non dare pubblico scandalo, essendo il suicidio condannato dalla Chiesa. Che la gente non equivocasse e avesse sempre ben chiaro che il suicidio è sempre un male.


Aggiungeva il sacerdote che tale misura aveva anche un significativo impatto sociale perché funzionava da deterrente al suicidio. Per un popolo fortemente influenzato dalla tradizione cristiana, avere coscienza che il suicidio porta all’inferno è certamente un richiamo molto concreto alla vita e un incentivo a superare le tentazioni di farla finita con la vita dovute a debolezze, fragilità, problemi ritenuti insormontabili.

Mi è rimasto molto impresso questo aneddoto perché dice di quanto la preoccupazione educativa per il popolo cristiano – in vista dell’aldilà - sia al centro della missione della Chiesa. 

E mi è tornato in mente guardando le immagini, i resoconti e i commenti relativi al momento di preghiera (il 10 marzo) per djFabo, il 40enne morto la settimana scorsa, assistito nel suicidio in un istituto svizzero. Il motivo è semplice, è l’esatto opposto dell’esempio precedente. Tralascio di commentare i fuochi artificiali all’uscita dalla chiesa mentre all’interno si udivano le note di una canzone particolarmente cara a djFabo. Per quanto deplorevoli, sono gesti meno significativi per quel che riguarda l’atteggiamento della Chiesa su certi temi.

Guardo invece alla preoccupazione educativa di cui non ci si è curati affatto. L’attenzione educativa si esprime anzitutto attraverso un giudizio chiaro, non sulla persona ma sull’atto, eppure di questo non c’è traccia. L’unica preoccupazione, almeno dalle cose dette, era accontentare la madre e la fidanzata di Fabo nel loro desiderio: cosa degnissima, ma può essere la preoccupazione fondamentale se non unica? Così la chiesa di sant’Ildefonso a Milano era gremita di persone anche perché grande pubblicità è stata data all’evento e l’ora è stata scelta per permettere la presenza al massimo numero di persone, dopo la giornata di lavoro. 

Date le premesse non deve stupire che per giorni la preghiera per Fabo sia stata contrapposta ai funerali negati a Piergiorgio Welby – dieci anni fa a Roma - per dimostrare che la Chiesa è finalmente cambiata, ovviamente grazie a papa Francesco. Non a caso in prima fila nella chiesa di sant’Ildefonso c’erano il leader radicale Marco Cappato, che ha accompagnato Fabo nella clinica svizzera, e la vedova Welby, felici entrambi di rilasciare interviste rafforzando l’idea di cui sopra. E per giorni nessuno della Chiesa ambrosiana che si sia preoccupato di correggere questo messaggio. Forse perché lo si condivide?

Allo stesso modo le parole del parroco sono state centrate sulla sofferenza, come Dio incontra l’uomo nella sofferenza e come per l’uomo sia difficile riconoscere Dio nella sofferenza, ma insomma alla fine sembra di capire che tutto andrà per il meglio. Nessun cenno a quanto accaduto, come se fossero equivalenti la sofferenza vissuta nell’abbandono a Cristo e la sofferenza che porta alla negazione della vita e di Dio.
Si dirà: e cosa pretendevi, tuoni e fulmini contro il suicida? Certamente no, sono ben lontano da questo stile. Ma nella Chiesa ho imparato che si deve distinguere tra peccato e peccatore, cosa oggi evidentemente superata nella “nuova Chiesa”: siccome il peccatore non va giudicato allora si giustificano tutti i peccati e tutti gli atti. 

L’attenzione, la delicatezza verso le persone sofferenti - anche parenti di un suicida che della propria morte ha voluto fare una bandiera politica - non possono escludere un modo appropriato ma chiaro per richiamare a ciò che è vero. E questa è carità – e preoccupazione educativa - sia verso i familiari sia verso il popolo cristiano, visto che il momento di preghiera è stato reso ampiamente conosciuto.

Invece, piaccia o non piaccia ai responsabili della Curia ambrosiana, il messaggio passato è che ormai la Chiesa ha svoltato anche sul suicidio e sull’eutanasia: c’è sempre una condanna formale, ma nella prassi c’è molta comprensione e partecipazione. E tale comprensione è così forte da far dimenticare la condanna. Del resto ricordiamo che c’è già chi sostiene che la Chiesa dovrebbe stabilire dei riti ad hoc per coloro che decidono di ricorrere al suicidio assistito e all’eutanasia (ormai la parola d’ordine è “accompagnare”).

Conosco già l’obiezione: in un mondo che non conosce più il vocabolario della Chiesa, non si può partire dai giudizi, bisogna accompagnare le persone, insistere piuttosto nel testimoniare la bellezza della propria vita. In questo senso, il parroco di Sant’Ildefonso ha detto ai giornalisti prima della liturgia che si augurava che questo servisse almeno «a riflettere sul senso della vita». Auspicio che in effetti trovava eco nei pensieri espressi nel suo intervento dopo la lettura del Vangelo.

Che la morte di chiunque ci costringa a riflettere sul senso della vita non c’è dubbio. Ma è questo lo scopo della preghiera per un defunto? Si è sentito ripetere tante volte «siamo qui per pregare», «è un momento di preghiera» e così via. Ma pregare chi e perché? In tutte le cose sentite in questi giorni e anche in chiesa venerdì sera, non si è capito. Alla fine il momento di preghiera diventa un bel momento di commozione collettiva, che ci fa sentire più buoni per un’oretta e soddisfatti per la bella cerimonia. E poi? All’anima di Fabo chi ci pensa? Il catechismo ci dice che la preghiera di suffragio è per aiutare le anime del Purgatorio ad alleviare le proprie sofferenze, per abbreviare la purificazione. Ma dire queste cose è scomodo, può turbare. Meglio lasciar credere che Fabo adesso sia libero, stia ballando, sia sicuramente nella pace di Dio. Allora anche i fuochi d’artificio hanno il loro perché.

   

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