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Fonte Studi Cattolici n.671 gennaio 2017

Autore mons. Luigi Negri

Fra le molte cose che ho imparato dall’approfondimento delle opere di Jean Guitton – e per queste riflessioni la più importante è Il Cristo dilacerato – voglio ricordare la sua descrizione dell’organismo della cattolicità come un complesso unitario che, ovviamente, possiede al suo interno dei fattori di differenziazione. Il pericolo che Guitton sottolinea è che un elemento secondario, per quanto importante, venga o indebitamente esaltato a scapito dell’organicità e dell’unità o, dall’altra parte, dimenticato.
In tal modo si è spesso prodotto un inevitabilmente allontanamento dalla cattolicità che nella storia ha costretto la Chiesa, a più riprese, al recupero vigoroso della sua identità unitaria e differenziata. 

Il pericolo che il DNA della fede sia modificato quasi inconsapevolmente

Indubbiamente non possiamo non riconoscere, a quasi quarant’anni di distanza, che il merito storico di san Giovanni Paolo II è stato di aver intuito che il momento che si apriva con il suo pontificato era particolarmente rilevante; un momento in cui la Chiesa doveva necessariamente riprendere il senso della propria identità, del movimento della sua vita, del suo compito e della sua responsabilità di fronte all’uomo e alla storia. La centralità di Gesù Cristo, da lui proposta fin dalle prime parole della famosa omelia del 22 ottobre 1978, si esprimeva poi con la consapevolezza che tale mistero – presente in pienezza dentro la Chiesa cattolica – è esperienza di vita nuova che possiede in sé un’inesorabile tensione alla comunicazione verso l’umanità.
Da qui si comprende anche la priorità dell’evangelizzazione: l’esistenza o meno, la sottolineatura o meno, della priorità dell’evangelizzazione su qualsiasi altra organizzazione o iniziativa, è fondamentale
per capire se la Chiesa vive una stagione di verità e di forza, o se invece rischia di adattarsi alla mentalità dominante.
Evangelizzazione intesa come proposta di Cristo, presente nella Chiesa, agli uomini di questo tempo come di ogni tempo, attraverso la testimonianza di coloro che, credendo in Lui – e vivendo la vita
quotidiana nella dimensione di fede, speranza e carità – vedono modificarsi la loro stessa esperienza di vita naturale fino al punto da diventare segno forte ed efficace di trasmissione di fede.
Credo che oggi sia questo che la Chiesa – attaccata su tutti i fronti e sottoposta alla tentazione di esaltare o diminuire i singoli fattori della sua esperienza – rischia di perdere quotidianamente, cioè la
propria identità evangelizzatrice. Essa corre il pericolo che le sia modificato, quasi senza avvertirlo consapevolmente, il DNA della fede. Lo ricordava efficacemente il beato Paolo VI quando diceva che si stava diffondendo un modo non cattolico di percepire la fede e che avrebbe potuto diventare addirittura maggioritario, ma non sarebbe mai stato il pensiero autentico della Chiesa.
Quindi è necessario oggi – e lo sostengo non soltanto in forza della riflessione teorica ma anche per esperienza pastorale diretta – che la Chiesa si ripresenti, a ogni livello della sua vita e delle sue articolazioni, come un’esperienza di vita nuova che evangelizza attraverso il contatto con le esigenze, con i problemi, le gioie e le passioni degli uomini, come ci ha indicato il Concilio ecumenico Vaticano II, in particolare la Gaudium et spes. L’incipit integrale della costituzione pastorale tanto cara a san Giovanni Paolo II, recita infatti: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore».
La comunità cristiana, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio
di salvezza da proporre a tutti. Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia. 

Assunzione realistica, assiduamente impegnata, della povertà degli uomini


È indubbio allora che l’evangelizzazione, come movimento fondamentale della Chiesa nei confronti del mondo, non possa non caricarsi anche di tutte le difficoltà e necessità del presente, che poi sono le difficoltà e le necessità della Chiesa stessa in quanto vive nel mondo.
Ecco da dove nasce, a fronte di questa terribile esperienza dell’attuale povertà, la necessità di un’assunzione realistica, quotidianamente impegnata, della povertà degli uomini, affinché essi trovino, nella presenza dei cristiani, un àmbito di condivisione e di conforto.
L’esperienza imprevista, ma ormai inevitabile, della migrazione verso l’Europa di tanti esseri umani con diverse impostazioni culturali, sociali e religiose, pone alla Chiesa e ai cristiani la necessità di una condivisione seria e appassionata. 

Ma non è che con questo si debba ritenere esaurita tutta la missione della Chiesa: l’esperienza della fede precede ogni sua concretizzazione ed espressione. Certamente servono le opere, ma esse non possono esaurire la fede. Una fede senza le opere è morta – ci ha insegnato san Giacomo – ma le opere senza la fede rischiano di trasformarsi inevitabilmente in progetto ideologico. Potrà essere travestito in molti modi ma, prima o poi, si manifesterà nella sua natura.
Va inoltre considerato che la condivisione materiale, la valutazione seria e realistica dell’accoglienza e l’integrazione dei migranti, copre solo una parte dei problemi umani e sociali di oggi; esiste anche la povertà culturale ed etica, la disgregazione delle famiglie operata da istituzioni totalmente succubi alla mentalità consumistica e ateistica. Sono anch’esse questioni che la Chiesa non può esimersi dall’affrontare.
Infine, credo che il coniugarsi, il declinarsi e lo svilupparsi dell’evangelizzazione fino all’assunzione rigorosa dei problemi e delle difficoltà del mondo in cui viviamo, abbia un significativo contrappunto: l’educazione. I cristiani saranno infatti capaci di questo compito solo nella misura in cui la Chiesa li educherà a fare esperienza della novità di vita che la fede comporta e a fare esperienza della necessità di assumersi la responsabilità nei confronti dei problemi del mondo.
Tale responsabilità non deve tuttavia essere identificata con un generico assistenzialismo; l’assunzione dei problemi del mondo deve partire da un giudizio sulla situazione reale, di cui i problemi sono l’espressione. Da questo giudizio chiaro, che la Chiesa ha sempre avuto rispetto alle più svariate crisi e provocazioni, nasce poi la responsabilità di declinare la sua azione, che si esprimerà in termini
di compassione e non di discriminazione. 

Il contributo dei cattolici non può essere che una vita nuova che diventa cultura nuova e socialità nuova.

Sono convinto che la singolare situazione in cui si trova a vivere la Chiesa italiana – di fronte a passaggi di estrema importanza sul piano giuridico, parlamentare e di espressione della volontà popolare – esiga che essa ritrovi quella capacità di educazione che non ha mai dismesso e che costituisce un filo conduttore importante dell’evoluzione di una società.
La società può evolversi, nella sua esperienza di pluralità, solo se tutte le forze offrono un contributo vivo. 

   

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