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Fonte Studi Cattolici n.653-654 luglio-agosto 2015

Autore mons. Luigi Negri

«Ecco ciò che domina nel migliore dei casi, una mediocrità cordiale. Il nostro nemico, ragazzi, è una mediocrità cordiale che impera fra di noi nella misura in cui la nostra compagnia non ci ri­chiama, non diventa luogo della memoria di Co­lui per cui si vive». Queste parole di mons. Lui­gi Giussani sono del 1994. Oggi ci consentono una lettura profonda, e in qualche modo esau­riente, della situazione così difficile della vita della cristianità attuale - e uso il termine cristia­nità con quell’ampiezza, con quella capacità di articolazione, di forme diverse che caratterizza­no la presenza cristiana dentro la società.

Mediocrità vuol dire che troppo spesso la nostra cristianità accetta di vivere nell’orizzonte della cultura mondana e di pensare che sostanzialmen­te l’approvazione della cultura mondana sia con­cretamente da perseguire come un obiettivo. In tal modo l’annunzio della fede, anziché avere in primo piano, e in maniera definitivamente esau­riente, l’annunzio di Cristo redentore dell’uomo e del mondo, centro del cosmo e della storia, fa­cendone poi scaturire tutta la concretezza delle problematiche personali, famigliari, culturali e sociali, si impantana in una serie di analisi prevalentemente di carattere sociologico e socio-po­litico, nelle quale la cristianità ritaglia il suo spe­cifico contributo. Un contributo particolare la cui esistenza, la cui estensione, la cui efficacia, non è fissata autonomamente dalla fede bensì dall’o­rizzonte dell’ideologia mondana. Una delle voci più intelligenti e laiche del nostro Paese, Marcel­lo Pera, ha scritto recentemente: «Non sarebbe la prima volta che, pensando di poter assecondare il mondo, la Chiesa ne resta prigioniera».

Il mondo è indubbiamente percorso da grandi esigenze di pace e di giustizia, ma anche da una volontà di dominio da parte di un potere ideolo­gico, economico e politico che contesta tutte queste esigenze di positività attraverso una visio­ne particolare e deviata della realtà.

Mi chiedo: dove va a prendere, la cristianità attua­le, questa forma un po’ bolsa di ottimismo per cui parla di una unità esistente che non deve essere messa in crisi da prese di posizione esplicite, per esempio esplicitamente cattoliche? Dov’è questa positività di partenza che non deve essere divisa? Gesù Cristo non ha certamente salvaguardato «l’u­nità» che esisteva al suo tempo, ma ha teso ad af­fermare la Signoria di Dio sul mondo provocando la reazione positiva di alcuni e negativa di altri. Come Cristo anche la cristianità non nasce per opporsi a qualcuno. Sempre don Giussani mi fe­ce imparare, quando ero ancora studente liceale, questa frase di Maritain: «Cristo non venne per opporsi ma per porsi» e ponendosi provocò in molti una reazione di opposizione, ma l’opposi­zione non partiva da Cristo verso gli altri ma da­gli altri: «Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto» (Gv 1, 11).

In questo vasto impero, che si sta decomponendo sotto gli occhi di tutti, i cristiani non sono chiama­ti ad affannarsi per puntellarlo ma devono fare una cosa molto più semplice e molto più radicale: fare il cristianesimo, come ricordava il beato cardinale Newman ripetendo sant’Agostino in modo poi da legare la sua conversione a questa illuminazione. Fare il cristianesimo, però, non è un sentimenta­lismo spiritualistico, un soggettivismo individua­listico, meno che mai è semplicemente l’entrare nel giro di un impegno caritativo sociologica­mente espresso, che se non ha il volto della veri­tà di Cristo altro non è che un emotivismo inuti­le, come lo chiamava Benedetto XVI.

È necessario recuperare la forza missionaria del­la fede secondo l’insegnamento e la testimonian­za di Francesco e dell’Evangelii gaudium. Di qualsiasi cosa si parli, qualsiasi problematica dobbiamo affrontare, non si è mediocri se il cuo­re è affidato nella fede a Cristo Gesù, se la vita si vive come appartenenza reale alla Chiesa e come tentativo di cogliere in essa un cammino di edu­cazione che matura la nostra vita personale e la rende disponibile all’incontro con tutti.

L’acqua pura della grande tradizione della Chiesa irrori la nostra esistenza, ci purifichi dalla medio­crità che contrappone astrattamente dottrina e pa­storale, verità e carità, giustizia e misericordia; e ci faccia essere ogni giorno pronti a una testimo­nianza che, per quanto non lo desideriamo assolu­tamente, può finire, come per centinaia e migliaia di nostri fratelli, nell’esperienza del martirio.

   

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