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Alcune sottolineature che possono servire a vivere meglio la Santa Messa
Giorgio A. Crotti


Juan Josè Silvestre  Fonte: Zenit.org Rubrica di teologia liturgica a cura di don Mauro Gagliardi

  La Institutio Generalis Missalis Romani (IGMR) nella editio typica tertia include per la prima volta al n. 45 un riferimento a ciò che precede la celebrazione: «Anche prima della stessa celebrazione è bene osservare il silenzio in chiesa, in sagrestia e nel luogo dove si assumono i paramenti e nei locali annessi, perché tutti possano prepararsi devotamente e nei giusti modi alla sacra celebrazione».

Pertanto, conviene che tutti osservino il silenzio: sia il celebrante, che in questo momento preparatorio deve ricordarsi di nuovo che si mette a disposizione di Colui che «è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro» (2Cor 5,15); sia i fedeli che, prima che inizi la celebrazione, devono prepararsi per l’incontro con il loro Signore. Cristo non li convoca solo per parlare loro della sua futura Passione, morte e risurrezione; bensì il suo mistero pasquale si fa realmente presente nella Santa Messa, perché possano partecipare di Lui.

In questa linea, annota il Catechismo della Chiesa Cattolica: «L’assemblea deve prepararsi ad incontrare il suo Signore, essere un popolo ben disposto. Questa preparazione dei cuori è opera comune dello Spirito Santo e dell’assemblea, in particolare dei suoi ministri. La grazia dello Spirito Santo cerca di risvegliare la fede, la conversione del cuore e l’adesione alla volontà del Padre. Queste disposizioni sono il presupposto per l’accoglienza delle altre grazie offerte nella celebrazione stessa e per i frutti di vita nuova che essa è destinata a produrre in seguito» (n. 1098).

In questo contesto di preparazione alla celebrazione, i ministri hanno un ruolo imprescindibile ed il silenzio occupa un luogo preminente. Silenzio che non è una semplice pausa, nella quale ci assalgono mille pensieri e desideri, bensì quel raccoglimento che ci dà pace interiore, che ci permette di riprendere respiro e che svela ciò che è vero. Ma perché il silenzio è parte della celebrazione? In primo luogo perché esso favorisce il clima di preghiera che deve caratterizzare qualunque azione liturgica. La celebrazione è preghiera, dialogo con Dio, e il silenzio è il luogo privilegiato della rivelazione di Dio. La permanenza nel deserto, ed il silenzio che spontaneamente viene evocato da questa immagine, segnano tutta la relazione tra Israele e il suo Signore. La sagrestia e la navata della chiesa, nei momenti che precedono la celebrazione, dovrebbero essere quel luogo deserto nel quale Gesù si ritira prima degli avvenimenti più importanti. Il deserto è il luogo di silenzio, della solitudine; esso suppone un allontanarsi, l’abbandonare per un momento le occupazioni quotidiane, il rumore, la superficialità.

Come ricordava il cardinale Ratzinger, predicando gli esercizi spirituali a Giovanni Paolo II, «tutte le cose grandi iniziano nel deserto, nel silenzio, nella povertà. Non si può partecipare alla missione di Gesù, alla missione del Vangelo, senza partecipazione all’esperienza del deserto, della sua povertà, della sua fame […]. Chiediamo al Signore che ci conduca, che ci faccia trovare quel silenzio profondo in cui abita la sua parola»(Il cammino pasquale, p. 10).

In secondo luogo, la presenza del silenzio nell’azione liturgica si deve al fatto che l’incontro con Dio si rende possibile e anche richiede uno spirito di conversione continua, che deve caratterizzare la vita di ogni fedele. Il silenzio è perciò l’ambiente adeguato affinché tale processo di trasformazione abbia luogo. Di fatto, «non ci si può aspettare una partecipazione attiva alla Liturgia Eucaristica, se ci si accosta ad essa superficialmente, senza prima interrogarsi sulla propria vita. Favoriscono tale disposizione interiore, ad esempio, il raccoglimento ed il silenzio, almeno qualche istante prima dell’inizio della liturgia, il digiuno e, quando necessario, la confessione sacramentale. Un cuore riconciliato con Dio abilita alla vera partecipazione» (Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis, n. 55).

 dal blog di Rino Cammilleri:

 Su Aleteia.org del 30 dicembre 2014 il liturgista p. Henry Vargas Holguin risponde a una domanda sui gesti dei fedeli a messa e dice tra l’altro: «La pratica di prendersi per mano al momento di recitare il Padre Nostro deriva dal mondo protestante. Il motivo è che i protestanti, non avendo la Presenza Reale di Cristo, ovvero non avendo una comunione reale e valida che li unisca tra loro e con Dio, considerano il gesto di prendersi per mano un momento di comunione nella preghiera comunitaria (…). Noi cattolici ci uniamo nella Comunione, non quando ci prendiamo per mano (…). Si deve quindi evitare questa pratica durante la celebrazione della Messa». E continua: «Un’altra cosa che vedo molto quando si recita il Padre Nostro è che la gente alza le mani come fa il sacerdote. Nemmeno questo va bene, perché non spetta ai laici durante la Messa compiere gesti riservati al sacerdote o pronunciare le parole o le preghiere del sacerdote confondendo il sacerdozio comune con il sacerdozio ministeriale». In conclusione, «la cosa migliore è che i fedeli restino o preghino con le mani giunte».

 Athanasius Schneider - Fonte Corpus Christi, La Santa Comunione e il rinnovamento della Chiesa, Libreria Editrice vaticana

 10.

 L'attuale rito della Comunione sulla mano, mai appartenuto al patrimonio liturgico della Chiesa Cattolica (poiché era inventato dai calvinisti e differisce sostanzialmente dal rito della Chiesa dei primi secoli), ha causato e continua a causare un danno di proporzioni veramente preoccupanti, cioè un danno alla retta fede eucaristica, alla riverenza e alla cura verso i frammenti eucaristici.

 11.

 L'Eucaristia è il culmine e la fonte della vita della Chiesa (Concilio Vaticano II), la Chiesa vive dell'Eucaristia (Enciclica e testamento spirituale del beato Giovanni Paolo II) e l'Eucaristia è conseguentemente il cuore pulsante della Chiesa. La vera crisi della Chiesa di oggi si rivela quindi nel modo come questa fonte e questo cuore sono trattati concretamente. Però, a causa della Comunione sulla mano e in piedi quello che è il Santissimo per eccellenza è trattato con un vero minimalismo di riverenza e sacralità esteriori; inoltre il pane consacrato, il tesoro più prezioso della Chiesa, è esposto ad una incuranza sorprendente, a una enorme perdita di frammenti eucaristici e a furti sempre più dilaganti per fini sacrileghi.

 Questi fatti nessuno può più negare in buona fede.

 12.

 La vera crisi della Chiesa di oggi è nel fondo la crisi eucaristica e più concretamente la crisi causata in modo decisivo dalla Comunione sulla mano, una crisi prognosticata da Paolo VI e provata oggi dai fatti. Una vera riforma della Chiesa e una vera nuova evangelizzazione rimangono meno efficaci, se non si cura la malattia principale, che è la crisi eucaristica in generale e più concretamente la crisi causata dal rito della Comunione sulla mano. Una malattia si cura più efficacemente non con la cura dei sintomi, ma con la cura della causa concreta. Di sovente si constata un certo rispetto umano nell'affrontare questo argomento: è come se nessuno volesse rendersi responsabile di mettere il dito nella piaga. Si parla certamente in modo più generico o teorico sulla necessità di una maggiore riverenza e cura verso il pane consacrato, ma finché rimane la vera causa concreta dell'irriverenza e dell'incuranza generalizzata, cioè la Comunione sulla mano, i discorsi e i programmi necessari della riforma e della nuova evangelizzazione non porteranno un gran effetto nell'ambito della fede e della pietà eucaristica, che è il cuore della vita della Chiesa.

   

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