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fonte lascuredielia.blogspot.it 04/01/2020

Autore don Elia

«Qua ognuno se fa ’a Chiesa pe’ cconto suo», soleva ripetere il mio primo parroco, buon’anima, che mi segnò nei primissimi anni di ministero. A quell’epoca, egli si riferiva al frazionamento delle parrocchie in una miriade di gruppi, gruppetti e gruppuscoli, ognuno contrassegnato da una forma propria di “originalità”. Anch’io, fresco di seminario, avevo pensato bene di dare il mio contributo creando con alcuni fedeli – senza avvertirlo – un’embrionale Comunità della Parola, che si riuniva ogni settimana per meditare insieme sul Vangelo. Pur essendo ancora convinto dell’utilità di questa pratica, oggi scorgo meglio le ragioni della profonda incomprensione tra un uomo ordinato negli ultimi anni del pontificato pacelliano e un giovanotto appena sfornato da un istituto di formazione che inculcava una delle tante varianti dello spiritualismo postconciliare. Tuttavia l’ingiustificabile atto di insubordinazione, che tradiva una visione piuttosto individualistica della Chiesa, rivelava controluce un disperato bisogno di qualcosa di più per l’anima.

Tale bisogno, con gli anni, non ha fatto altro che diventare sempre più impellente nei cattolici che han conservato la fede, chierici e laici, ma non deve spingerli a soluzioni estreme che finiscano col separarli dal Corpo Mistico. Da una parte, l’essere cresciuti nel clima della nuova Pentecoste ci ha vaccinati dalle sue illusioni: la malattia presa in forma leggera, grazie a Dio, ci ha fatto sviluppare quegli anticorpi che ci hanno riportato nel solco della Tradizione perenne. Dall’altra, nondimeno, certi germi della vecchia patologia possono continuare ad agire in modo latente, come la preminenza accordata al giudizio privato, la ricerca consumistica di gratificazioni interiori, l’insofferenza nei confronti della gerarchia, l’esaltazione – di sapore protestante – di una fede intimistica sganciata dall’obbedienza effettiva, per quanto crocifiggente… È così che molti sono fortemente tentati di ergersi a giudici supremi di tutto e di tutti, considerando irrilevanti le sanzioni canoniche in certi casi inevitabili, fosse pure la più grave. Chi sentenzia che una scomunica sia invalida perché in contrasto con le sue indiscutibili ragioni ha un’idea di Chiesa decisamente un po’ strana.

Ci sono purtroppo caterve di motivi per lamentarsi dei Pastori, ma nessuno di essi può arrivare a dissolvere la costituzione e la coesione dell’istituzione visibile, che è l’organismo per mezzo del quale agisce ordinariamente la grazia. Può anche succedere che uno, suo malgrado, incorra nella scomunica per non venir meno all’obbedienza alla volontà di Dio, riconosciuta con coscienza retta e ben formata; ma costui non se ne rallegra di certo, bensì accetta pazientemente la prova in attesa che il Signore lo liberi da essa. Chi invece se ne vanta o la disprezza come un atto privo di effetto, ignorandone totalmente le conseguenze, mette in atto un principio di dissoluzione della comunione ecclesiale minandone alla base il fondamento, cioè l’obbedienza gerarchica. In epoche oscure ci furono perfino prelati – anche a livelli altissimi – che praticavano l’occultismo e la magia, ma non si mise per questo in discussione la loro autorità legittima, bensì li si riprese o giudicò come individui e in modo conforme alla legge. È pur vero che oggi manca proprio questo tipo di interventi, ma tale contingenza non autorizza un ribaltamento dell’ordine costituito. Arrogarsi un diritto che non si detiene o ritenersi esonerati da ogni sottomissione in virtù del proprio giudizio soggettivo è la quintessenza dell’individualismo moderno, sul quale si fonda l’anarchia.

Per non alimentare involontariamente questo spirito di ribellione, preferisco dunque evitare l’accanimento della denuncia di ogni singolo errore o misfatto. Ciò rischia oltretutto di rafforzare indirettamente, dandole maggiore risonanza, l’opera degli avversari, nonché di aggravare la preoccupazione e lo scoraggiamento dei fedeli. Ci sono altresì meccanismi psicologici perversi che spingono a ricercare morbosamente notizie scandalose per nutrire uno sdegno malsano che non nasce dall’amore di Dio, ma dall’orgoglio ferito. La carità suscita sì l’ardore di combattere ciò che si oppone al bene (che è il fine cui essa sempre mira), ma questo non ha nulla a che fare con quell’astio scomposto che tradisce un desiderio di rivalsa tipico dell’ego. È dalla carità che deve scaturire, per poter essere esaudita, anche la preghiera che chiede a Dio la rovina, se non c’è altra soluzione, di chi mette in pericolo la salvezza altrui. Il cuore puro detesta chi fa il male, ma unicamente perché disonora il Creatore e induce altri a farlo; tale sentimento, non essendo inquinato da superbia o da amor proprio, non esclude la supplica per la sua conversione.

L’orgoglio ostinato respinge ogni tentativo di persuasione e aborrisce la penitenza offerta a pro del malvagio. Esso non fa che seminare odio e divisione, con grave danno per l’unità dei cristiani; è il marchio caratteristico di tutti gli eresiarchi e dei loro seguaci, più ansiosi di affermare il proprio punto di vista che di favorire il vero bene della Chiesa. Si possono pure avere ragioni da vendere, ma la volontà di separarsi dal Corpo Mistico le annulla tutte. Per difendere la verità cattolica, c’è chi distrugge il canale da cui l’ha ricevuta, interrompendone così la trasmissione. Nel cuore dei superbi anche le cause più sacrosante diventano materia per l’azione del demonio, abilissimo nel tentare i giusti facendo leva su buoni motivi e soffiando sulla brace dell’autocompiacimento. Nella sua impagabile misericordia, quando vuole strappare qualcuno alla perdizione, il Signore ne permette addirittura, a volte, vergognose cadute morali al fine di ricondurlo all’umile consapevolezza della propria miseria, così da trattenerlo da pericolosi passi falsi.

Invece l’orgoglioso che non sente ragioni, convintosi di essere un grande profeta, mistico o veggente, trascina dietro a sé folle di scontenti e di esaltati. Spesso, alla base di fenomeni del genere, può esserci un disturbo della personalità o anche una vera e propria patologia psichiatrica, su cui può innestarsi un’azione demoniaca volta ad accentuarli. Senza sconfinare nella psicanalisi, l’osservazione quotidiana fa notare che chi è dotato di un ego ingombrante tende a scambiare le proprie velleità e fantasie per la realtà effettiva, cosa che può causare seri inconvenienti a lui e agli altri, soprattutto nel campo religioso: un mitomane che si sente inviato dal Cielo è praticamente incoercibile… e chi gli dà retta, peggio ancora. In questi casi, l’unica via d’uscita pare l’intervento del braccio secolare e il ricovero coatto in una clinica specialistica; anche se il reato di plagio è stato derubricato, un magistrato può ancora aprire un’inchiesta per abuso della credulità popolare e disporre tutti gli accertamenti opportuni, sia sul preteso veggente che sui presunti fatti miracolosi.

Il primo a dover intervenire, in realtà, è il vescovo del luogo, istituendo una commissione di teologi e canonisti che si avvalga pure dell’ausilio di un valente psichiatra e di un buon esorcista; ma tale compito è spesso disatteso o adempiuto in modo inadeguato, con grave detrimento dei fedeli e della Chiesa. Come attenuante, bisogna osservare che oggi non è sempre facile mettere insieme teologi di sana dottrina, canonisti affidabili, psichiatri competenti ed esorcisti esperti; ma non dimentichiamo che, in mancanza di questi collaboratori, un vescovo può esercitare di persona, ai fini del discernimento, i carismi che detiene in pienezza, purché sia ben formato e abbia un’intensa vita spirituale. Nella confusione dilagante a tutti i livelli, è vitale che un Pastore sia caratterizzato da dottrina cristallina, moralità irreprensibile, ascesi severa e preghiera continua.

Perfino due grandi esorcisti, in questi ultimi anni, si son lasciati trarre in inganno da un falso veggente, che li aveva addirittura coinvolti nella fondazione di una comunità religiosa dedita a pratiche inquietanti. A quanto pare, una buona esperienza in materia è necessaria, ma non basta; a chi ha raggiunto un alto grado di unione con Dio, invece, basta guardare un video o ascoltare una registrazione per smascherare l’imbroglio. Lo sviluppo dei doni dello Spirito Santo, però, mal si concilia con la popolarità e la fama; al contrario un’intensa familiarità con Dio, vissuta nell’abiezione e nel nascondimento, conferisce una sorta di conoscenza per connaturalità che fa riconoscere di primo acchito se qualcosa proviene da Lui o no.

Guidami nella tua verità e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza; in te ho sempre sperato. Anche dall’orgoglio salva il tuo servo, perché su di me non abbia potere; allora sarò irreprensibile, sarò puro dal grande peccato (Sal 24, 5; 18, 14).

Per accrescere la divina intimità:

https://lascuredielia.blogspot.com/2019/12/laparte-migliore-che-nessuno-puo_14.html

   

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