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Fonte CulturaCattolica.it 09/10/2019

Autore Mons. Luigi Negri

La Chiesa vive per annunciare Gesù Cristo, unico Salvatore dell’uomo e del mondo

Mi chiedo spesso da dove deriva questa “mania” (si potrebbe dire) dei Vescovi di intervenire su tutto e su tutti: su questioni fondamentali su questioni non essenziali, lasciando perdere, per pura carità di Patria, la grande ormai diventata vexata quaestio del tortellino col pollo o col maiale.
Purtroppo si sono sentite dire cose da persone che dovrebbero esercitare in modo autentico e pieno l’autorità episcopale: invece che affermare che la vita deve essere difesa senza se e senza ma, si è trovata una scappatoia degna di miglior causa: si deve difendere la vita senza se e senza ma fino a quando è adeguata, efficiente, positiva; in caso contrario non si dice no: si lascia in sospeso l’ipotesi terribile che la Consulta italiana ha fatto proditoriamente diventare legge.


Chiudiamo gli occhi sugli infiniti e deflagranti atteggiamenti che vengono assunti nella chiesa durante la liturgia: liturgie mutilate di parti essenziali, in cui alla struttura canonica che la Chiesa ci ha consegnato - perché per prima l’ha ricevuta del Signore - si sostituiscono svolazzi di carattere socio-culturale, economico; soprattutto il grande, straordinario riferimento all’immigrazione. Tutto ciò che non è immigrazione non ha senso, non ha significato, non interessa: bassorilievi con migranti, immagine quanto meno cupa, oppure immigrazione che diventa parte integrante dello stemma vescovile; che diventa soprattutto insistente, ripetuta, ossessivo richiamo che ha teso, di fatto, ad esaurire quasi totalmente qualsiasi altra manifestazione magisteriale. Stiamo chiudendo gli occhi sulla tragedia della società di oggi (certamente nessuno sottovaluta l’imponenza del dramma dell’immigrazione).
La Chiesa non vive per risolvere il problema delle immigrazioni: la Chiesa vive per annunciare Gesù Cristo, unico Salvatore dell’uomo e del mondo; ma questa sostituzione delle grandi parole della fede, della speranza e della carità, per cui la Chiesa per secoli e secoli, nelle situazioni più diverse, ha saputo alimentare la speranza e la certezza degli uomini, questa sottile modificazione, la perdita del DNA della fede - diceva il compianto Cardinal Caffarra in uno dei suoi ultimi interventi pubblici - la perdita dell’identità della fede sostituita con una serie di questioni importanti, ma che non possono costituire il “pondus” della fede.
La questione è grave: anche perché la Chiesa, ormai, non è di fronte al mondo, non è parte del mondo ma è sbattuta nei bar, diventa argomento dei frizzi e dei lazzi, delle bettole; ed il pontificato romano, che per secoli ha esercitato la funzione prima e supremamente impegnativa e liberante della difesa dell’unità, dell’ortodossia, della fedeltà alla fede e la chiarezza dei costumi, è diventato una cosa di cui si ride tranquillamente nelle fiction televisive e negli sketch dei comici più o meno significativi.
Eutanasia della fede: la fede va e viene secondo le circostanze del tempo, secondo le mode; la questione del tortellino, complici i giornali e i social, diventa una questione di fede. Ogni questione che il mondo ci sbatte in faccia, attraverso la potente macchina delle comunicazioni sociali, fa sì che queste questioni entrino nel circolo, nel circuito della vita ecclesiale e la determinino in maniera totalizzante.
L’aria pura dell’annuncio cristiano: l’aria pura delle grandi affermazioni, delle grandi certezze da ripetere ad ogni generazione come possibilità di vita, di fedeltà alla propria umanità, d’intensità dell’esistenza, dell’intelligenza e dell’amore e della capacità di rischio; tutto questo il mondo, lo strato profondo dall’umanità che vive in ogni uomo, questo chiede alla Chiesa il mondo e l’uomo di oggi. Di essere salvati, non di aver visto risolti tutti i grandi e piccoli problemi della vita personale e culturale o sociale, ma di avere le grandi certezze su cui posare il piede della vita, perché si possa camminare, nonostante tutto, si possa camminare e si possa vivere (come diceva la tradizione cristiana) Spe erecti: forti nella speranza, dignitosi nella fede e nella carità, appassionati della vita del mondo, in quella grande comunicazione di senso che è l’evangelizzazione di Gesù Cristo, Redentore dell’uomo e del mondo, unica speranza di salvezza dell’uomo di ogni tempo.
Facciamo cessare questa vile eutanasia della fede e recuperiamo il “sentiero buono della vita”.

+Luigi Negri, Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio

   

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