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fonte lascuredielia.blogspot.it 20/07/2019

Autore don Elia

Chi vuole insegnare bene, occorre che metta mano a cose forti. […] Alcuni sono pieni di parole, ma hanno poche azioni (san Bonaventura da Bagnoregio, De septem donis Spiritus Sancti, 5, 13).

Chiedere a Dio di porre fine a un pontificato e di donare alla Chiesa un nuovo papa non è affatto un’espressione di imprudenza, di superbia o di temerarietà. Per chi legga attentamente, la proposta è di offrire preghiere e penitenze «secondo le intenzioni del Cuore Immacolato di Maria, fra le quali c’è sicuramente la riforma e purificazione della Chiesa e, a tal fine, l’elezione di un nuovo Pastore universale che eserciti degnamente il suo mandato». Nessuno si sogna di impartire ordini a Dio né di forzarne la volontà santissima: proprio per non errare, affidiamo tutto alla nostra Mediatrice presso il Redentore, la quale, conoscendo meglio di chiunque altri i Suoi piani e desideri, Gli offrirà ogni nostra supplica e sacrificio per il motivo più opportuno, purificandoli e perfezionandoli come Lei sola sa fare, così da renderli accetti alla Maestà divina. Tuttavia non possiamo certo dubitare che, conformemente al volere del Figlio, anch’Ella voglia che la Chiesa militante esca dalla spaventosa crisi in cui è precipitata, si rinnovi profondamente e torni a splendere di luce celeste sia per il bene dei suoi membri che per la conversione degli infedeli.

In questa prospettiva è lecito dedurre che il Cielo gradisca la richiesta di un sommo pontefice che svolga il proprio ministero in modo adeguato ai suoi fini e non ad essi contrario. Circa le modalità del cambio, naturalmente, lasciamo al Signore assoluta libertà di scelta: come esso debba avvenire, se per decesso, conversione o rinuncia, l’ha già stabilito la Provvidenza, ma il nostro concorso è comunque rilevante, in quanto previsto dall’eternità nella prescienza divina. L’idea di stabilire un termine, poi, non è per niente azzardata, bensì esprime la fiducia di chi, trattando confidenzialmente con Colui che l’ha ammesso alla Sua amicizia, sollecita con urgenza un intervento improcrastinabile, pur rimettendosi totalmente al sovrano giudizio di Lui. Abramo si permise di mercanteggiare un minimo di dieci giusti perché Sodoma fosse risparmiata (cf. Gen 18, 20-32), ma nulla gli impediva di proporre a Dio una data entro la quale attendere la conversione dei suoi abitanti. Una scadenza non mette in pericolo la salvezza eterna delle anime, dato che la misericordia divina offre ad ogni uomo innumerevoli occasioni per convertirsi e che chi le trascura tutte non la merita. Si può persino volere la morte di qualcuno perché eviti di dannarsi o perché, se si danna, la sua pena all’Inferno sia più sopportabile; santa Rita chiese e ottenne dal Signore che morissero i suoi stessi figli.

Non v’è chi ignori, peraltro, il fatto che la crisi è talmente profonda e diffusa ad ogni livello del corpo ecclesiale che, per superarla del tutto, non basterebbe un avvicendamento sul Soglio di Pietro; questo potrebbe essere almeno, però, l’inizio di un processo virtuoso, se la misericordia di Dio ce lo concedesse. È altresì evidente il rischio che dal prossimo conclave esca una figura ancora peggiore, ma proprio per prevenire tale eventualità bisognerebbe perseverare ancor più nella preghiera e nella penitenza. Valutare il presente stato di cose in modo puramente terreno, senza ammettere l’ipotesi che l’Onnipotente possa sorprenderci a dispetto di ogni previsione umana, è contrario alla speranza cristiana. Ho l’impressione che certi “combattenti da tastiera” siano molto propensi a disquisizioni bizantineggianti, ma fatichino poi a trarre dal loro magistero le conseguenze per la vita. Le odierne condizioni della Chiesa e delle anime sono talmente gravi che non ci si può rintanare in comode trincee dottrinali da cui lanciare anatemi che non turbino il quieto vivere, atteggiandosi ad inquisitori implacabili investiti non si sa da chi…

Qualora il Salvatore abbia invece stabilito che è giunta l’ora, per la Sua Sposa, di associarsi alla Sua Passione fino a condividerne misticamente la morte in vista di un successivo trionfo, tutto quel che avremo compiuto sarà servito a renderci atti a sostenere la prova. Per poter salire il Calvario dietro al Maestro e rimanervi saldo accanto alla Madre, il più giovane degli Apostoli stette a lungo, durante la cena, col capo poggiato sul Suo cuore, dal quale attinse – come affermano i Padri – la conoscenza dei misteri divini e – osiamo aggiungere – la forza di non staccarsi da Lui nemmeno sotto la croce. In un modo o in un altro, dunque, le nostre preghiere e penitenze porteranno frutto: se è stabilito che andiamo incontro all’isolamento, all’esilio o anche al martirio, che cosa potrebbe prepararci meglio a tali evenienze? In qualunque caso, le intense e prolungate pratiche di pietà avranno accresciuto la nostra intimità con il Signore, di cui abbiamo comunque bisogno, sia per comprendere bene i Suoi disegni, sia per resistere sino alla fine.

La vita cristiana non è mera militanza politica e ancor meno fanatica violenza religiosa. L’autentico credente è qualcuno che, essendo stato conquistato da Lui, desidera sopra ogni cosa conoscere Gesù Cristo ed è pronto a partecipare alle Sue sofferenze fino a conformarglisi nella morte, così da poter partecipare alla risurrezione gloriosa (cf. Fil 3, 10-12). Anche nel caso in cui la salvaguardia del bene comune o minacce gravissime ai valori irrinunciabili della fede lo costringano ad imbracciare le armi, come avvenne in Vandea all’epoca del Terrore, nel nostro Meridione con le Insorgenze antinapoleoniche o in Messico sotto il regime massonico, a ciò lo spinge lo zelo per l’onore di Dio e per la salvezza delle anime. In altre parole, si tratta di un’estrema manifestazione della carità che arde nei cuori di quanti sono intimamente uniti al Signore e non possono quindi permettere che venga offeso in modo intollerabile, con grave pericolo di perdizione per gli uomini esposti all’errore e allo scandalo in questioni di vitale importanza.

Le conquiste dello Stato moderno (che dovrebbero essere al servizio della sicurezza e della libertà dei cittadini, ma di fatto si risolvono spesso in forme di controllo sempre più invasivo) rendono oggi piuttosto improbabile l’ipotesi di un’insurrezione armata, alla quale mancherebbero oltretutto quei requisiti senza i quali sarebbe inattuabile: virilità, abnegazione, disposizione al sacrificio… Ciò non ci impedisce però di investire le energie morali e spirituali in una crociata di preghiera e penitenza, purché non rimanga un impegno esteriore che non tocchi l’interiorità. Una reale intimità con Dio è la condizione che rende le opere di pietà veramente efficaci sul piano soprannaturale: è solo grazie ad essa che possiamo toccare il Suo cuore e spingerlo ad esaudirci, dato che, quanto più il nostro è infiammato di carità, tanto più ne attira l’amore e ne mobilita le risorse di misericordia. Già questo è dono Suo in quanto effetto dell’azione dello Spirito Santo, ma sta a noi accoglierlo e assecondarlo perché giunga a compimento con la nostra libera collaborazione.

L’esperienza dell’intimità divina ci rende altresì sensibili alle condizioni degli altri uomini: ben lungi dal lasciarci indifferenti alla sua sorte o dal separarcene per egoismo, essa ingenera in noi il tormento per la salvezza del prossimo, acuisce l’inventiva nel trovare i mezzi per conquistarlo, alimenta un’instancabile volontà di procurarne il vero bene. Quand’anche a uno sia impossibile agire in modo diretto a suo vantaggio, come nel caso di chi è malato o in carcere, la preghiera e la penitenza sono ugualmente d’aiuto, hanno anzi una fecondità illimitata nel tempo e nello spazio. Qualunque cosa avvenga, quindi, il nostro impegno avrà giovato alla Chiesa al di là di ciò che siamo in grado di cogliere o di immaginare: dato che camminiamo nella fede, puntiamo lo sguardo sulle cose invisibili (cf. 2 Cor 4, 18). Non ultimo, poiché l’intimità divina è l’essenza della futura beatitudine, lo sforzo di crescere nell’unione con Dio aumenterà i meriti necessari per conseguirla e ce ne farà pregustare un assaggio già in questa vita.

Trafiggi, dolcissimo Signore Gesù, il midollo e le viscere dell’anima mia con la soavissima e saluberrima ferita del Tuo amore, di autentica, serena e apostolica santissima carità, affinché l’anima mia languisca e si strugga sempre soltanto per amore e desiderio di Te, brami Te e agogni le Tue dimore, aneli a sciogliersi dal corpo e a stare con Te. Fa’ che l’anima mia abbia fame di Te quale pane degli Angeli, refezione delle anime sante, nostro pane quotidiano, soprasostanziale, che ha in sé ogni dolcezza e sapore e ogni soave diletto. Che di Te, nel quale gli Angeli desiderano fissare lo sguardo, sempre il mio cuore abbia fame e si nutra e che le viscere dell’anima mia siano sempre ricolme della dolcezza del Tuo sapore; che essa abbia sempre sete di Te quale fonte della vita, fonte della sapienza e della scienza, fonte dell’eterna luce, torrente di voluttà, abbondanza della casa di Dio. Che Te sempre insegua, Te cerchi, Te trovi, a Te tenda, a Te pervenga, Te mediti, Te esprima, e operi tutto a lode e gloria del Tuo nome, con umiltà e discernimento, con amore e diletto, con facilità e affetto, con perseveranza sino alla fine, affinché Tu solo sia sempre la mia speranza, tutta la mia fiducia, la mia ricchezza, il mio diletto, la mia letizia, la mia gioia, la mia quiete e tranquillità, la mia pace, la mia soavità, il mio profumo, la mia dolcezza, il mio cibo, la mia refezione, il mio rifugio, il mio aiuto, la mia sapienza, la mia eredità, il mio possesso, il mio tesoro, nel quale la mia mente e il mio cuore siano fissi e stabiliti e in modo irremovibile sempre radicati (san Bonaventura da Bagnoregio; da meditare soprattutto nei giorni di digiuno).

   

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