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Fonte chiesaepostconcilio.blogspot.it 11/06/2019

Nella nostra Traduzione da LifeSiteNews (Roma, 10 giugno 2019) la sintesi della Dichiarazione delle Verità’ per correggere la ‘confusione dottrinale’ che impera nella Chiesa


Il Cardinal Raymond Burke e il Vescovo Athanasius Schneider hanno emanato insieme ad altri vescovi una dichiarazione pubblica in cui vengono ribadite le verità della fede in modo da porre rimedio alla “confusione e al disorientamento dottrinali quasi universali” che regnano nella Chiesa di oggi e mettono in pericolo la salute spirituale e la salvezza eterna delle anime.
 
Alcune delle quaranta verità delucidate nella dichiarazione fanno riferimento implicito ad affermazioni di Papa Francesco, mentre altre si riferiscono a punti controversi e confusi che sono sorti o si sono intensificati durante l’attuale pontificato. Altre ancora prendono di mira gli errori morali della società odierna che stanno arrecando gravi danni alle vite dei fedeli sotto lo sguardo passivo di gran parte della gerarchia.
 
Il documento di otto pagine (vedi il testo completo qui sotto) – pubblicato in varie lingue il lunedì di Pentecoste, 10 giugno – è intitolato Dichiarazione delle verità che contraddicono alcuni degli errori più comuni nella vita della Chiesa dei nostri tempi.
 
La Dichiarazione conferma l’insegnamento perenne della Chiesa sull’Eucarestia, sul matrimonio e sul celibato sacerdotale.
 
Tra le verità della fede incluse in essa viene riaffermata l’“esistenza dell’inferno” e viene ribadito che le anime “condannate all’inferno per qualsiasi peccato mortale senza pentimento” vi soffrono eternamente; si ribadisce anche che “l’unica religione voluta davvero da Dio” è quella che nasce dalla fede in Gesù Cristo e che gli “atti omosessuali” e le operazioni chirurgiche per cambiare sesso sono “peccati mortali” e una “ribellione” contro la legge divina e contro la legge naturale.
 
Tra i firmatari della Dichiarazione ci sono: il Cardinal Raymond Burke, Patronus del Sovrano Ordine Militare di Malta; il Cardinal Janis Pujats, Arcivescovo emerito di Riga, Lettonia; Sua Eccellenza Tomash Peta, Arcivescovo dell’arcidiocesi di Santa Maria in Astana, Kazakistan; Jan Pawel Lenga, Arcivescovo-Vescovo emerito di Karaganda, Kazakistan; Athanasius Schneider, Vescovo Ausiliare dell’arcidiocesi di Santa Maria in Astana.
 
Nota esplicativa
In una nota esplicativa ricca di citazioni di San Paolo, dei Padri della Chiesa e dei documenti del Vaticano II, i cardinali e i vescovi scrivono che la Chiesa sta soffrendo una delle “più gravi epidemie spirituali” della sua storia e un “diffuso letargo nell’esercizio del Magistero a diversi livelli della gerarchia della Chiesa dei nostri giorni”.
 
“I nostri tempi sono caratterizzati dal fatto che i fedeli cattolici di tutto il mondo patiscono un’acuta fame spirituale di riaffermazione di quelle verità che sono offuscate, minate e negate da alcuni degli errori più perniciosi tra quelli attuali”, dichiarano.
 
I prelati affermano che i fedeli si sentono “abbandonati”, trovandosi in una “sorta di periferia esistenziale”, e che una situazione del genere “esige urgentemente una soluzione concreta”. Secondo quanto aggiungono, la dichiarazione pubblica delle verità che hanno firmato non ammetteva più dilazioni.
 
Consapevoli della loro “grave responsabilità”, come vescovi, di insegnare la “pienezza di Cristo” e di “dire la verità nell’amore”, essi affermano che la Dichiarazione è pubblicata in uno “spirito di carità fraterna” e come “aiuto spirituale concreto”, affinché i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e i laici possano professare, “in pubblico o in privato”, queste verità che oggi sono “nella maggior parte dei casi negate o sfigurate”.
 
Anche se i firmatari non specificano a che tipo di professioni pubbliche si riferiscono, si può immaginare ragionevolmente che esse possano includere professioni di vescovi nelle loro cattedrali, di sacerdoti nelle loro parrocchie, di superiori di ordini religiosi nel loro monastero o convento, di gruppi di laici in eventi pubblici o su Internet.
 
“Davanti agli occhi del Divino Giudice e nella sua coscienza, ogni vescovo, sacerdote e fedele laico ha il dovere morale di rendere testimonianza – senza alcuna ambiguità – a quelle verità che ai nostri giorni sono offuscate, minate e negate”, scrivono i firmatari.
 
Esortando i vescovi e i laici cattolici a “combattere la buona battaglia della fede” (1 Tim 6, 12), i firmatari affermano di credere che “gli atti pubblici e privati di dichiarazione di queste verità” possano costituire l’inizio di “un movimento” che professi e difenda la verità e offra riparazioni per “i peccati di apostasia nascosti e manifesti” commessi tanto dal clero come dai laici.
Tuttavia, i firmatari sottolineano che “un siffatto movimento non potrà essere giudicato in base ai numeri, ma in base alla verità”.
 
“Dio non si compiace dei numeri” (Orazioni 42, 7), scrivono citando San Gregorio Nazianzeno, che ha vissuto all’interno della confusione dottrinale scatenata dalla crisi ariana.
 
Pubblicata un giorno dopo la Pentecoste, la Dichiarazione sottolinea anche il potere che la “fede cattolica immutabile” ha di unire i membri del Corpo Mistico di Cristo nel corso di tutti i secoli.
 
Essa mette in risalto il fatto che le verità della fede non sono contrarie alla pratica pastorale, bensì sono pastorali per la loro stessa natura perché ci uniscono al Cristo, Che è la Verità Incarnata.
 
La Dichiarazione fa pertanto capire che il mascheramento della verità o la trasformazione della propria opinione privata in dottrina sono atti assolutamente anti-pastorali, e che il confondere e lo scandalizzare il prossimo annacquando la fede o facendo vedere che si sta contraddicendo la tradizione cattolica non aiutano la vita spirituale o emozionale della gente.
 
Usando le parole di Sant’Agostino, i firmatari fanno notare che stare in piedi sulla “torre di guardia pastorale” è il compito specifico dei vescovi.
 
“Una voce concorde dei pastori e dei fedeli che si esprime per mezzo della dichiarazione precisa delle verità sarà senz’ombra di dubbio un mezzo efficace per offrire un aiuto fraterno e filiale al Supremo Pontefice nella presente situazione straordinaria di confusione e disorientamento dottrinali generali nella vita della Chiesa”, essi scrivono.
 
I vescovi e i cardinali sottolineano il fatto che la Dichiarazione viene pubblicata “in spirito di carità cristiana”. Citando San Paolo, fanno presente che tale carità si mostra prendendosi cura “della salute spirituale tanto dei pastori come dei fedeli, ossia di tutti i membri del Corpo di Cristo”.
 
I firmatari concludono con l’affidamento della Dichiarazione delle verità al “Cuore Immacolato della Madre di Dio”, rivolgendosi a Lei “con l’invocazione ‘Salus populi Romani’ (‘Salvezza del popolo romano’)”, visto il “significato spirituale privilegiato che quest’icona possiede per la Chiesa romana”.
Come segno di questo affidamento, la dichiarazione e la nota esplicativa recano la data del 31 maggio 2019, festività liturgica della Visitazione nel nuovo calendario, festività di Nostra Signora Vergine e Regina nel vecchio calendario, e festività facoltativa di Nostra Signora Mediatrice di tutte le Grazie.
 
La Dichiarazione
La Dichiarazione delle Verità è composta da quattro parti: i Fondamenti della Fede (1-2), il Credo (3-11), la Legge di Dio (12-29) e i Sacramenti (30-40).
 
La prima parte, sui “Fondamenti della Fede”, affronta gli attacchi contro l’infallibilità della Chiesa e il problema del relativismo dottrinale, ossia il credere che il significato della dottrina cattolica cambi o evolva a seconda delle epoche e delle circostanze.
 
Citando la costituzione dogmatica sulla fede cattolica Dei Filius del Concilio Vaticano Primo, essa afferma che il “significato corretto” di espressioni come “Magistero vivente”, “ermeneutica della continuità” e “sviluppo della dottrina” deve necessariamente racchiudere la verità secondo cui “è possibile esprimere nuove interpretazioni attinenti al deposito della fede solamente quando esse non siano contrarie a quanto la Chiesa ha sempre proposto sullo stesso dogma, nello stesso senso e con lo stesso significato” (1).
 
Citando un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, la Dichiarazione aggiunge che “nella Chiesa il significato delle formule dogmatiche rimane sempre vero e costante, anche quando viene espresso con maggiore chiarezza o in modo più articolato”, e che i fedeli devono pertanto “rifuggire”dall’opinione secondo cui le formule dogmatiche non possano “esprimere la verità in modo determinato” o siano mere “approssimazioni” indeterminate della verità (2).
 
La seconda parte, sul “Credo”, confuta l’errore secondo cui “Dio sarebbe glorificato principalmente dal mero progresso delle condizioni temporali e terrene della razza umana” (3). Essa afferma anche che i musulmani e gli altri non cristiani non adorano Dio nello stesso modo dei cristiani, dato che l’adorazione cristiana è un atto di fede sovrannaturale (5). Essa afferma inoltre che l’obiettivo del “vero ecumenismo” è “di far sì che i non cattolici possano fare il loro ingresso in quell’unità che la Chiesa cattolica già possiede in modo indistruttibile” (7).
 
La Parte II della sezione sul Credo afferma anche esplicitamente che “l’inferno esiste” e che “quanti sono condannati all’inferno per qualsiasi peccato mortale senza pentimento vi sono eternamente puniti dalla giustizia divina”. Essa respinge pertanto la teoria dell’“annichilimento”, eresia che sostiene che dopo il giudizio finale i dannati cesseranno di esistere invece di continuare a soffrire il tormento perpetuo nell’inferno.
 
In chiaro riferimento alla controversa dichiarazione firmata da Papa Francesco ad Abu Dhabi, che asserisce che la “diversità delle religioni” sarebbe “voluta da Dio”, la Parte II afferma anche che “La religione nata dalla fede in Gesù Cristo, il Figlio Incarnato di Dio e l’unico Redentore dell’umanità, è l’unica religione veramente voluta da Dio”.
 
Il Papa ha detto prima in privato e poi durante un’udienza generale del mercoledì, che l’asserzione controversa della Dichiarazione di Abu Dhabi si riferisce alla volontà “permissiva” di Dio, ma non ha emanato alcuna correzione ufficiale del documento.
 
La terza parte della Dichiarazione, sulla “Legge di Dio”, è dedicata alle verità della tradizione morale cattolica. In questa terza sezione, i cardinali e i vescovi riaffermano l’insegnamento della Chiesa così come è stato espresso da Papa Giovanni Paolo II nella Veritatis Splendor, insegnamento in base al quale i cristiani hanno il dovere di “riconoscere e rispettare i precetti morali specifici dichiarati e insegnati dalla Chiesa in nome di Dio”. Basandosi sulla stessa enciclica, essi respingono la nozione secondo cui la “scelta deliberata di tipi di comportamento contrari ai comandamenti della legge divina e della legge morale” possano essere in qualche modo giustificati in quanto “moralmente buoni” (13).
 
Di nuovo, citando Giovanni Paolo II (Evangelium Vitae), i cardinali e i vescovi riaffermano che la rivelazione divina e la legge naturale includono “divieti di carattere negativo che proibiscono in modo assoluto certi atti, giacché essi sono sempre gravemente illegittimi a causa del loro oggetto” (14), ossia intrinsecamente cattivi. Essi aggiungono pertanto che è “sbagliato” opinare che “una buona intenzione o una buona conseguenza siano o possano mai essere sufficienti per giustificare il fatto che si commetta tali atti” (15).
 
In una serie di punti, poi, i firmatari ribadiscono l’insegnamento della Chiesa che sancisce che l’aborto è “proibito dalla legge naturale e dalla legge divina” (16); che “le procedure che provocano la concezione al di fuori del grembo sono moralmente inaccettabili” (17); che la cosiddetta “eutanasia” è una “grave violazione della legge di Dio”, poiché è la “deliberata e moralmente inaccettabile uccisione di un essere umano” (18).
 
La Dichiarazione dedica anche diversi punti al matrimonio. Riafferma che “per ordine divino e in base alla legge naturale” il matrimonio è “l’unione indissolubile di un uomo e di una donna finalizzato alla procreazione e all’educazione dei figli” (19-20).
 
Ribadisce che “in base alla legge naturale e alla legge divina nessun essere umano può praticare volontariamente e senza peccato atti sessuali al di fuori di un matrimonio valido” (20), per esempio i rapporti sessuali prematrimoniali o all’interno della convivenza. Aggiunge che “è contrario alla Sacra Scrittura e alla Tradizione affermare che la coscienza possa giudicare in modo vero e giusto che i rapporti sessuali tra persone che hanno contratto matrimonio civile siano a volte moralmente giusti o richiesti o persino ordinati da Dio nonostante una delle due persone o entrambe siano sposate sacramentalmente con un’altra persona” (vedi 1 Cor 7, 11; Giovanni Paolo II, esortazione apostolica Familiaris consortio, 84).
 
Citando l’enciclica Humanae Vitae di Papa Paolo VI, la Dichiarazione ribadisce la proibizione della Chiesa dell’uso della contraccezione, affermando che la legge naturale e le legge divina vietano “ogni atto che prima, durante o dopo il rapporto sessuale, sia specificamente inteso a prevenire la procreazione – come fine o come mezzo” (21).
 
In chiaro riferimento alla confusione generata dalla promulgazione del documento sommario sul Sinodo della famiglia, l’Amoris Laetitia, la Dichiarazione riafferma inoltre che quanti ottengono un divorzio civile da un coniuge con il quale sono validamente sposati e formano una seconda unione vivendo “more uxorio”, in modo pienamente consapevole e con pieno consentimento, “col partner sposato civilmente, si trovano in stato di peccato mortale e pertanto non possono ricevere la grazia santificante e crescere nella carità” (22).
 
A proposito dell’omosessualità, i firmatari riaffermano – seguendo la Scrittura e la Tradizione – che “due persone dello stesso sesso peccano gravemente quando procacciano piacere venereo l’una dall’altra” (vedi Lv 18, 22; Lv 20, 13; Rm 1, 24-28; 1 Cor 6, 9-10; 1 Tm 1, 10; Gd 7) e che gli atti omosessuali “non possono essere approvati in nessuna circostanza” (Catechismo della Chiesa cattolica, 2357) (23).
 
La Dichiarazione aggiunge pertanto che è “contrario alla legge naturale e alla Rivelazione Divina” asserire che “allo stesso modo in cui Dio Creatore ha dato ad alcune persone una predisposizione naturale a sentire desiderio sessuale nei confronti di persone del sesso opposto, Egli ha anche dato ad altri una predisposizione naturale a sentire desiderio sessuale nei confronti di persone dello stesso sesso, e che la volontà di Dio sia che quest’ultima predisposizione venga messa in atto in alcune circostanze” (23).
 
A proposito del cosiddetto “matrimonio” tra persone dello stesso sesso, i cardinali e i vescovi dichiarano che nessuna “legge umana” e “nessun potere umano, quale che esso sia” possono “conferire a due persone dello stesso sesso il diritto di sposarsi o dichiararle sposate, dato che ciò è contrario alla legge naturale e alla legge divina” (24).
 
Per quanto riguarda l’ideologia del gender, la Dichiarazione riafferma che “i sessi maschile e femminile, uomo e donna, sono realtà biologiche create dalla sapiente volontà di Dio”. Definisce pertanto le operazioni chirurgiche per il cambiamento di sesso una “ribellione contro la legge naturale e contro la legge divina” e un “peccato grave”.
 
La terza parte della Dichiarazione termina con la riaffermazione dell’insegnamento della Chiesa sulla legittimità della pena di morte (28) e sulla Regalità sociale di Cristo (29).
 
Infine, la quarta parte della Dichiarazione, sui Sacramenti, riafferma l’insegnamento della Chiesa sulla transustanziazione (30); sulla natura della Santa Messa, che è un “vero e proprio sacrificio offerto alla Santa Trinità; questo sacrificio è propiziatorio tanto per le persone che vivono sulla terra quanto per le anime che si trovano nel Purgatorio” (32); sulla Presenza Reale di Gesù Cristo nella Santa Eucarestia; sulla differenza essenziale tra l’ordine sacerdotale e il sacerdozio dei fedeli (34).
A proposito del Sacramento della Penitenza, la Dichiarazione riafferma l’insegnamento del Concilio di Trento secondo cui questo sacramento “è l’unico mezzo ordinario per mezzo del quale i peccati gravi commessi dopo il Battesimo possono essere rimessi, e per legge divina tutti i peccati di questo tipo devono essere confessati secondo il loro numero e la loro specie” (vedi Concilio di Trento, sessione 14, canone 7). Afferma anche che per legge divina “il confessore non può violare” il sigillo della Confessione, e che nessuna “autorità ecclesiastica” o “potere civile” può obbligarlo a farlo (36).
Essa specifica poi che “in virtù della volontà di Cristo e dell’immutabile Tradizione della Chiesa, il sacramento della Santa Eucarestia non può essere dato a quanti si trovino in stato pubblico di peccato oggettivamente grave”, e che “l’assoluzione sacramentale non può essere data a quanti dichiarino di non essere disposti a conformarsi alla legge divina, anche se la loro mancanza di volontà si riferisce a una sola materia grave” (vedi Concilio di Trento, sessione 14, canone 4; Papa Giovanni Paolo II, Lettera al Penitenziere Maggiore Cardinal William W. Baum del 22 marzo 1996).
 
La Dichiarazione conclude con la riaffermazione del fatto che il celibato sacerdotale “appartiene alla tradizione primeva e apostolica conforme alla testimonianza costante dei Padri della Chiesa e dei Romani Pontefici” (39). In apparente riferimento al prossimo Sinodo dell’Amazzonia, essa afferma pertanto che il celibato sacerdotale “nella Chiesa cattolica non deve essere abolito tramite l’innovazione di un celibato sacerdotale facoltativo, né a livello locale né a livello universale” (39).
Infine, citando la lettera apostolica Ordinatio Sacerdotalis di Papa Giovanni Paolo II, la Dichiarazione delle verità chiude riaffermando che il sacerdozio cattolico è riservato agli uomini, “tanto a livello di episcopato come di sacerdozio o di diaconato”.
 
Si può leggere la Dichiarazione completa [nell’originale inglese] in formato PDF QUI. Si può leggere la nota esplicativa qui sotto o [in inglese] QUI in formato PDF. La Dichiarazione è apparsa per la prima volta sul National Catholic Register.
[Traduzione per Chiesa e post-concilio a cura di Antonio Marcantonio]
   

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