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Fonte chiesaepostconcilio.blogspot.it 17/05/2019

Nella nostra traduzione dal National Catholic Register pubblichiamo l'intervista di  Edward Pentin al famoso studioso cattolico John Rist sulle ragioni che lo hanno spinto a firmare la controversa Lettera Aperta ai vescovi e ribatte ad alcune delle critiche contro di essa.


Al 10 maggio, la lettera aperta che accusa Papa Francesco di eresia ed esorta i vescovi di tutto il mondo ad indagare in merito è stata firmata da 86 persone, tra le quali si annoverano eminenti teologi ed altri studiosi.
Uno dei personaggi più illustri tra i primi 19 firmatari della missiva è il Professor John Rist, uno stimato studioso di patristica britannico noto per i suoi contributi alla storia della metafisica e dell'etica.
Autore di studi specialistici su Platone, Aristotele e Sant'Agostino di Ippona, Rist ha detenuto la cattedra di filosofia del Padre Kurt Pritzl presso la Catholic University of America ed è un membro a vita della Clare Hall presso l'Università di Cambridge, in Inghilterra.
È stato anche uno dei collaboratori alla stesura di Remaining in the Truth of Christ (qui - qui - qui) [Permanere nella verità di Cristo, edito in Italia da Cantagalli. – N.d.T.], un libro che difende l'insegnamento della Chiesa sul divorzio e le seconde nozze pubblicato alla vigilia del Sinodo sulla famiglia del 2014. Il Cardinale Gerhard Müller, all'epoca prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede in Vaticano, è stato un altro dei collaboratori alla stesura di questa antologia di saggi.
In questa intervista via email al corrispondente romano del National Catholic Register Edward Pentin, il Professor Rist ribatte a una serie di critiche sollevate dalla lettera aperta, compresa quella secondo cui essa sarebbe “estremista” e “intemperante” ed esagererebbe la portata del problema.
Come tutta risposta, afferma di aver associato il suo nome all'iniziativa principalmente perché ritiene che le dichiarazioni – da lui considerate ambigue – di Papa Francesco hanno l'obiettivo di cercare di cambiare la dottrina della Chiesa “in modo surrettizio”.
Egli afferma che l'intento della lettera è quello di prevenire “l'ulteriore diffusione massiccia di confusione tra i cattolici” e di “denunciare il doppio gioco del papa”: egli ritiene che il Papa stia tentando deliberatamente di “sottrarsi alle accuse di eresia”.

Professor Rist, quali sono le ragioni che L'hanno indotta a firmare la lettera aperta?
 
Il motivo principale per cui l'ho firmata è l'essere arrivato alla conclusione che i tentativi di indurre il papa a “chiarire” le sue ambiguità e correggere i suoi apparenti errori sono stati così numerosi e vani che l'unica alternativa utile rimasta era una “denuncia” esplicita. È Papa Francesco che se l'è cercata con la sua totale e irragionevole ostinazione nel rifiutarsi di rispondere ai vari appelli, in particolare ai dubia.
 
Fino a che punto la lettera ha raggiunto il suo obiettivo?
 
Non credo che l'abbia raggiunto, e nemmeno pensavo che potesse farlo – almeno a breve termine – perché il papa può sempre trincerarsi dietro al silenzio e perché nell'episcopato (e tra molti altri, compresi alcuni commentatori cattolici tradizionalisti) vige una mentalità servile che si guarda bene dal criticare un papa. L'atteggiamento di queste persone somiglia troppo alla riduzione degli insegnamenti sacri, immutabili e dogmatici della Chiesa alle esternazioni di un papa: è la teoria del Padre [Thomas] Rosica sull'attuale papato!
 
Perché si è deciso di consegnare ora la lettera, cosa ne ha provocato la pubblicazione, e a quante persone si è chiesto di firmarla?
 
Non sono stato io il promotore dell'iniziativa, pertanto non posso rispondere alle Sue domande. Ma so che vi è stato un dibattito molto esteso sui contenuti. Sono stato coinvolto relativamente tardi e sono stato disposto a firmare perché ho ritenuto che l'approccio generale fosse quello indispensabile in questo momento. Dubito che si possa redigere un documento tale che tutti siano d'accordo con la totalità delle sue formulazioni. Voglio dire, a meno che non sia così blando da non servire a nulla.
 
Cosa risponde alle varie critiche alla lettera: per esempio, che costituirebbe un approccio “estremista” e “intemperante” che “esagera” la portata del problema – come alcuni sostengono – e che ciò renderebbe più difficile poter esprimere ulteriori critiche a questo pontificato?
 
Qualsiasi siano le intenzioni di quanti parlano di intemperanza e cose di questo genere, l'unico risultato delle loro critiche è quello di distogliere l'attenzione dalla questione principale: il fatto che il papa stia deliberatamente usando l'ambiguità per cambiare la dottrina e che l'atteggiamento da lui adottato sulle cariche conferite indichi che egli non nutre simpatie (per usare un eufemismo) nei confronti degli insegnamenti cattolici tradizionali su una vasta gamma di temi. Piagnucolare per l'“estremismo” o roba di questo genere è un atteggiamento paragonabile al suonare la cetra mentre Roma brucia; il che fa vedere come persino molti tradizionalisti non vogliano percepire la gravità di una situazione in cui il papa sembra star trasformando la Chiesa in una ONG con una superficiale verniciatura spirituale.
 
Un'altra accusa mossa alla lettera sostiene che i firmatari non abbiano l'autorità di accusare il papa di eresia, che solo i vescovi possano chiedergli di rispondere a una tale accusa e che sarebbe stato meglio se la lettera avesse esortato i vescovi a investigare le presunte eresie invece di accusare di eresia il papa. Cosa risponde a questo punto di vista?
 
Ma esortare i vescovi è proprio quello che fa la lettera! I firmatari non hanno l'autorità di condannare il papa per eresia, ma hanno l'autorità di “procedere” all'accusa, e noi abbiamo ritenuto fosse nostro dovere farlo. La lettera è innanzitutto e principalmente un'ingiunzione ai vescovi ad agire invece di ignorare i fatti e girare i pollici.
 
Cosa ne pensa della critica secondo cui non sarebbe ancora possibile accusare Papa Francesco di un'eresia formale specifica, mentre sarebbe invece possibile accusarlo di ambiguità e confusione deliberate, o di “deriva” verso l'eresia, e che far questo sarebbe stato più efficace?
 
Veda la mia risposta anteriore. Non sono un canonista, né un giudice. Sono una persona che crede di poter riconoscere un'eresia intenzionale nelle parole del papa [e] nel modo in cui le azioni confermano le parole.
 
Altri hanno affermato che sarebbe stato meglio omettere aspetti che secondo loro non sarebbero strettamente sospetti di eresia, come per esempio le discutibili nomine episcopali, la protezione di vescovi che hanno coperto o commesso abusi, e l'uso da parte del papa di quello che alcuni hanno ritenuto essere un “bastone satanico”. Cosa risponde alle critiche che sostengono che questi punti siano estranei all'accusa di eresia?
 
La lista di “misfatti” è enorme. Uno o due possono essere ignorati, ma così tanti? Non vedo come una persona che, per esempio, definisce un'attivista abortista come Emma Bonino un “grande personaggio dimenticato” possa credere nella verità dell'insegnamento cattolico (risalendo alla Didaché) su temi così importanti che implicano la morte di milioni di persone abortite.
 
Cosa risponde alla  critica  di Jimmy Akin secondo cui nessuno dei firmatari sarebbe un esperto di ecclesiologia e la lettera non riuscirebbe a dimostrare che Papa Francesco mette in dubbio e nega costantemente dei dogmi?
 
Qualcuno mi ha fatto presente che Santa Caterina da Siena ha solo un dottorato “onorario” della Chiesa e che, per quanto ne sappiamo, nessuno degli apostoli avesse un titolo universitario!

Alcune delle critiche presenti nella lettera – comprese quelle di sincretismo, di indifferenza e delle nomine discutibili – sono in certa misura già state sollevate anche nei confronti di Giovanni Paolo II. Vi sono paralleli qui? Bisognerebbe sottoporre ad un esame più approfondito  il suo retaggio in questo senso?
 
Si tratta ormai di una mera questione storica. Il talento teatrale di Giovanni Paolo e la sua relativa indifferenza nei confronti della riforma della Curia non hanno aiutato. Il primo ha incoraggiato la pratica nefasta – che oggi vediamo elevata all'ennesima potenza – di far credere che ci si debba rivolgere al papa, come se fosse un oracolo, per cercare una risposta a qualsiasi dubbio: i media se ne sono approfittati (e se ne approfittano), spesso pregiudicando la Chiesa.
 
La preoccupa che accusare il papa di eresia – specialmente se l'accusa verrà ignorata – possa indurre alcune persone ad abbracciare il sedevacantismo e provocare la disunione?
 
Purtroppo, qualcuno potrebbe rifugiarsi nel sedevacantismo. Ciò sarebbe triste ma non può essere utilizzato come scusa per l'inazione. L'elezione di Francesco sembra presentare davvero elementi non canonici (riconoscibili nelle attività della “mafia di San Gallo”), ma anche altre elezioni del passato sono state sospette. Non c'è alcuna giustificazione per il sedevacantismo.
 
Quale periodo della storia della Chiesa Le ricordano maggiormente i problemi del nostro tempo?
 
A prima vista sembrerebbero esserci particolari analogie tra la situazione presente e la ribellione di Lutero. In entrambi i casi è stata enfatizzata in modo eccessivo una versione tendenziosa dell'insegnamento tradizionale. Lutero parlava in modo fuorviante della sola fides (la salvezza ottenuta esclusivamente mediante la fede) invece che della tradizionale fides caritate formata (la fede forgiata dalla Grazia), mentre i teologi tedeschi e romani attuali sembrano appellarsi alla sola misericordia (la salvezza ottenuta solo grazie alla misericordia) senza nessun riguardo nei confronti dell'esortazione di Gesù alla conversione. Ma nel nostro caso attuale, ignorare deliberatamente gli insegnamenti di Gesù, scritti nel Vangelo, sui “risposati” quando il primo coniuge è ancora vivo implica o che Gesù non abbia veramente detto quanto è riportato dai Vangeli o che i Suoi insegnamenti siano scaduti. Questa seconda ipotesi sarebbe in armonia con un'interpretazione hegeliana della verità; ma uno scenario del genere implica la negazione della Sua autorità di Maestro e quindi della Sua divinità, il che ci riconduce al parallelo più evidente alla situazione presente: il conflitto ariano del IV secolo.
 
Nella misura in cui implica o suggerisce una minore autorità di Cristo, la teologia contemporanea germano-romana è ariana, non però nel senso di un “subordinazionismo” diretto, poiché ora la subordinazione non scaturisce dalla riflessione teologica dogmatica, ma indirettamente, dalla teologia morale. Inoltre, mentre Lutero è stato espulso prontamente dalla Chiesa, il nostro caso – come quello degli ariani – è una disputa interna: vescovo contro vescovo, vescovo contro papa (come Liberio, che lo è stato per un periodo in epoca ariana). Come ha osservato il [Cardinale John Henry] Newman, il mondo si svegliò e scoprì di essere ariano. Quando decideremo di svegliarci?
 
Alcuni hanno fatto osservare che la lettera è stata pubblicata in quella che è non solo la festività tradizionale di Santa Caterina da Siena, nota per le sue critiche a un papa, ma anche quella (posposta per via della Pasqua) di San Giorgio, l'onomastico del papa. Considera la lettera un atto di carità fraterna piuttosto che un attacco ostile nei confronti del papa, come molti hanno sostenuto? In tal caso, pensa che la lettera avrebbe dovuto renderlo più chiaro per evitare tante critiche ostili?
 
Alcuni la vedranno come un atto di “carità fraterna”, altri come un attacco al papa. La mia unica premura è quella di agire, dopo che altre persone non sono riuscite a ottenere risposte dal papa, per cercare di prevenire la diffusione di ulteriore confusione massiccia tra i cattolici. Il compito di un papa è quello di incoraggiare l'unità, non di diventare il leader di una fazione.
 
Quali altre preoccupazioni l'hanno spinta a firmare la lettera?
 
Mia principale premura è mettere a nudo il doppio gioco che ha consentito al papa attuale di schivare le accuse di eresia. Esprimere osservazioni ambigue e/o contraddittorie su temi importanti deve essere visto in definitiva come un tentativo pianificato di cambiare la dottrina in modo surrettizio. Se queste ambiguità/contraddizioni fossero state occasionali, avrebbero potuto essere attribuite – in conformità col principio canonico della benignità – a “semplici” pasticci. Un'ambiguità così prolungata e di tale entità richiede di trarre una conclusione più triste: che è in atto un piano di ottenere surrettiziamente quanto non è possibile ottenere tramite decreti apertamente ed inequivocabilmente non cattolici.
 
Concludo con una citazione del più grande dei Dottori della Chiesa:
“Tendiamo a evadere colpevolmente le nostre responsabilità quando dovremmo istruire e ammonire [chi fa del male], a volte anche con censure e rimproveri aspri, o perché si tratta di un compito ostico, o perché temiamo di offendere, o perché temiamo di suscitare la loro inimicizia, sì da indurli a ostacolarci o a danneggiarci in ambito mondano, tanto impedendoci di ottenere quanto desideriamo ardentemente, quanto sottraendoci proprio ciò che abbiamo paura di perdere”. —Sant'Agostino di Ippona, La città di Dio, 1.9

[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

   

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