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fonte lascuredielia.blogspot.it 11/05/2019

Autore don Elia

L’articolo di Benedetto XVI sulla crisi degli abusi sessuali si conclude con una riaffermazione della speranza che riecheggia quella contenuta nella sua prima omelia da papa: «La Chiesa è viva – essa è viva perché Cristo è vivo, perché Egli è veramente risorto» (Omelia per l’inizio del ministero petrino, 24 aprile 2005). Chi era presente quel giorno non può dimenticare il fremito di entusiasmo che a quelle parole percorse la folla, nella quale nessuno poteva certo immaginare che il sollievo e la consolazione suscitati da quell’elezione avrebbero lasciato il posto, neanche otto anni dopo, a un trauma senza precedenti. Oggi il Pontefice ci affida in pari tempo un compito meraviglioso: scoprire e indicare, ad ogni livello, i testimoni del Dio vivente che difendono la fede con la loro vita e la loro sofferenza, così da poter vedere e trovare la Chiesa viva, quell’habitat di cui abbiamo bisogno per continuare ad essere cristiani e sostenere l’odierna prova. Nell’esortarci a identificare la Chiesa viva, egli sembra implicitamente presupporre che ci sia pure una parte della Chiesa spiritualmente morta per la perdita della fede.

Anche il riferimento alle parabole della zizzania e della rete che raccoglie ogni genere di pesci (cf. Mt 13, 24-30.47-50) fa tornare alla mente un suo discorso, ma questa volta pronunciato a braccio in un momento di terribile sofferenza. La sera dell’11 ottobre 2012, per salutare i fedeli radunatisi per la fiaccolata che, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II, intendeva imitare quella accorsa mezzo secolo prima sotto le finestre di Giovanni XXIII, Benedetto XVI asserì, con voce fioca e volto disfatto dal dolore, che la gioia era quel giorno più sobria rispetto all’altra, poiché negli ultimi dieci lustri si era «visto che nella rete di Pietro si trovano anche pesci cattivi». Era fresco il gigantesco scandalo provocato dalla pubblicazione di un’ingente quantità di documenti riservati sottratti dal suo stesso studio privato; pochi giorni prima, oltretutto, il Papa aveva ricevuto – si dice – la relazione dei cardinali Tomko, Herranz e De Giorgi sullo stato della Curia, accompagnata dalla cassa di documenti poi consegnata al successore. Non sarebbe stata del tutto superflua, peraltro, una riflessione sul nesso tra la grave degenerazione costatata e l’assise di cui così inopportunamente si commemorava l’apertura.

Ora, nel suo ultimo intervento, Ratzinger esclude in modo perentorio che il rimedio alla spaventosa corruzione che negli ultimi anni si è manifestata a tutti i livelli del clero possa essere l’invenzione di una “nuova Chiesa”, «una Chiesa migliore, creata da noi stessi». Con il suo caratteristico garbo di inesorabile lucidità, egli afferma che si tratta di «una proposta del diavolo, con la quale egli vuole allontanarci dal Dio vivente». Infatti l’Accusatore, puntando il dito contro le nefandezze perpetrate da ministri sacri, vuol far credere alla gente che la Chiesa sia malvagia, così come, per la presenza del male, sarebbe cattiva la creazione stessa. Il suo scopo ultimo è gettare discredito sul Creatore del mondo e sul Fondatore della Chiesa, ai quali è in tal modo attribuita la responsabilità del peccato. Alle verità parziali del demonio bisogna allora contrapporre la verità nella sua interezza: «Sì, nella Chiesa c’è il peccato e il male; ma anche oggi c’è la Chiesa santa, che è indistruttibile».

Effettivamente è proprio nel senso indicato che attualmente si cavalca la crisi degli abusi: la Chiesa, così com’è, non va bene, ma va rifatta. In realtà quest’idea, in maniera più o meno esplicita, ha cominciato a dominare la vita ecclesiale con quel concilio che, per rifondare la Chiesa in ogni suo aspetto in chiave antropocentrica e mondana, la prese a programma, sebbene in forma latente, come attesa di una nuova Pentecoste. Tale espressione, intesa in senso univoco e non puramente metaforico, può far pensare che la prima abbia esaurito la sua spinta e che, di conseguenza, l’opera di Cristo sia stata insufficiente o difettosa, quando invece possiede un’efficacia infinita: essa, ben al di là dello stretto necessario, si dispiega nella storia con forza inesauribile, abbracciando ogni tempo e luogo fino alla Parusia. Pensare che l’uomo, in un modo o in un altro, debba rinnovare quanto fatto dal Signore, in ultima analisi, è un’apostasia; ma tutto l’agire dei vertici ecclesiastici, oggi come non mai, induce a pensare che intendano davvero reinventare la Chiesa: basti pensare alla riforma della Curia (che, a quanto pare, sarà articolata in dicasteri posti tutti sullo stesso livello ed eventualmente guidati da laici, che però non detengono il munus regendi), al sinodo sull’Amazzonia (in cui vogliono discutere, fra l’altro, dell’ordinazione di uomini sposati), alle annunciate ulteriori innovazioni nella liturgia (che, da quel che si sussurra, dovrebbero consentire “concelebrazioni” con i protestanti); più in generale, alla dissoluzione della dottrina nella prassi e all’elaborazione di una morale fluttuante, determinata da fini soggettivi e da situazioni contingenti.

Proprio riguardo al fondamento della legge morale, tuttavia, l’analisi di Benedetto XVI svela una visione di fondo troppo debole, retaggio di quell’impostazione esistenzialistica che ha contagiato la teologia tedesca della seconda metà del XX secolo. Ciò è presumibilmente dovuto a una carenza di tipo culturale, ossia alla mancata formazione tomistica. Non c’è dubbio che lo scandalo degli abusi clericali si possa spiegare anche con l’assenza della fede in tanti ministri sacri, ma quel che fonda gli obblighi e i divieti morali non è la fede (legata anche alle disposizioni soggettive dell’individuo), bensì l’ordine oggettivo dell’Essere e la Legge naturale inscritta nella coscienza, che permette ad ogni uomo di conoscere quell’ordine e sulla quale ognuno è tenuto a regolare i propri comportamenti, a prescindere dal fatto che sia cattolico o meno, ateo o credente in questa o quella divinità. Così la Chiesa ha insegnato fino a cinquant’anni fa, fino a che la teologia morale non è stata rivoluzionata da Häring e soci con i bei risultati che abbiamo sotto gli occhi, visto che non si insegna più che ci sono atti intrinsecamente cattivi, i quali, cioè, lo sono sempre, per natura, in ogni caso. Se quelli meno gravi possono essere tollerati, in via eccezionale, per evitare un male non proporzionato al bene salvaguardato dall’osservanza della legge, gli altri non vanno mai compiuti da nessuno, per nessun motivo, a nessuno scopo e in nessuna circostanza.

Non è pertanto la storia d’amore che Dio ha voluto intrecciare con l’uomo che obbliga il secondo a osservare i precetti morali, né (kantianamente parlando) l’imperativo categorico che ognuno a modo suo scopre autonomamente nella propria coscienza individuale, bensì la norma fissata dal Creatore, la quale, rispecchiando la Sua giustizia, rispetta altresì l’essere della creatura fatta a Sua immagine e le consente di conseguire il suo fine ultimo, Dio stesso, che altrimenti rimane irraggiungibile. Nello stato di natura decaduta, la fede si rivela moralmente necessaria per illuminare l’intelletto offuscato dall’errore, così come la grazia – prima ancora che per produrre atti soprannaturali, commisurati a quel fine trascendente che è la visione beatifica – si dimostra indispensabile per fortificare la volontà indebolita dal peccato e per correggerne le cattive inclinazioni. È dunque innegabile che la fede e la grazia svolgano un ruolo di primo piano in una sana vita morale in quanto la rendono possibile, ma non sono il fondamento della legge che prescrive all’uomo il bene e gli proibisce il male: essa vale per tutti, così che un atto intrinsecamente buono perché conforme alla norma morale, anche senza essere elevato dalla grazia santificante, può predisporre l’uomo ad accoglierla, pur essendo già, di solito, ispirato e sostenuto dalla grazia preveniente.

Il libero arbitrio dell’uomo, come chiunque può osservare, sussiste anche senza la fede; perciò, anche senza di essa, egli è responsabile dei suoi atti davanti a Dio, sebbene possa essere in parte scusato dall’ignoranza. Il fatto che un prete o un seminarista non abbia la fede – oltre a costituire già una colpa grave – non attenua il grado di colpevolezza dei suoi cattivi comportamenti, perché la sua coscienza è in grado da sola di ammonirlo al riguardo. Che questo, in tanti casi, non sia avvenuto si spiega soltanto in parte con la rivoluzione sessuale del Sessantotto, giacché una rivoluzione analoga era già avvenuta nei seminari e non era stata repressa. L’impotenza dei vescovi nel trattare gli abusi è sì dovuta anche all’insufficiente apparato penale del nuovo Codice, ma soprattutto alle loro idee sballate circa la sessualità in generale e il celibato sacerdotale in specie. L’inesistente disciplina dei seminari ha per causa prossima la presenza di superiori incapaci, ma la causa remota è che da Roma si è smesso di verificare l’osservanza delle norme e di sanzionarne l’inosservanza con la dovuta severità. Dopo il Vaticano II, del resto, il governo centrale della Chiesa Cattolica è diventato un enorme pachiderma burocratico-amministrativo, tanto più inefficace quanto più sviluppato. Se di rinnovamento della Chiesa bisogna proprio parlare, occorre allora – oltre a vigilare e intervenire adeguatamente dal centro, quando necessario – formare buoni vescovi e restituire loro l’autorità connessa all’ufficio, in modo che la possano effettivamente esercitare.

È ovvio che, finché si tollererà che seminari e conventi siano vivai di checche, non c’è via d’uscita dalla crisi. A meno che la Provvidenza non abbia disposto per il prossimo futuro una calamità tale da rovesciare l’attuale regime e da rimettere tutto in gioco, l’unica soluzione umanamente pensabile pare quella sperimentata in Cina e nei Paesi dell’ex-blocco sovietico: aprire seminari clandestini in cui coltivare buone vocazioni al presbiterato (e all’episcopato), trovando altresì chi sia disposto a ordinarle in segreto perché esercitino il ministero di nascosto. Certo, si tratterebbe di una condizione eccezionale, estranea al normale funzionamento della Chiesa; ma – come dicono i francesi – à la guerre comme à la guerre. Finché si può passare tra le maglie del sistema senza farsi stritolare, si fa quel che si può per assicurare la trasmissione della fede; se le maglie si stringono troppo, ci si rende invisibili. In tal modo si evita il penoso dilemma se porsi o meno in una situazione pubblicamente irregolare o addirittura in stato di scisma dichiarato. Evidentemente ci vogliono generosi mecenati che mettano a disposizione danari ed edifici; l’appello è lanciato. Se così vuole il Signore, che la Madre della Chiesa, in questo mese a Lei dedicato, ci mostri una via perché possiamo rimanere e operare nella Chiesa viva, della quale, per pura grazia, siamo parte.

 

   

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