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fonte lascuredielia.blogspot.it 27/04/2019

Autore don Elia

Nolite loqui adversus Deum iniquitatem (Sal 74, 6).

Oportet et haereses esse, ut et qui probati sunt, manifesti fiant in vobis (1 Cor 11, 32).

È quel che verrebbe da domandare a quei cattolici che, peregrinando per chiese storiche, vi entrano vociando – magari con la Messa in corso – come se varcassero la soglia di un bistrot dove prender l’aperitivo; oppure a quei preti che, in un venerdì di Quaresima, terminano la riunione con salame e porchetta… Con questo pontificato, anche quel minimo rispetto delle forme (seppur ridotte all’osso) che ancora, bene o male, sopravviveva, si è dissolto come neve al sole. D’altronde il processo di dissacrazione che prosegue da decenni non ha risparmiato proprio nulla, a cominciare da ciò che abbiamo di più prezioso, la Messa e l’Eucaristia; è inevitabile che, alla fine, esso spazzi via anche gli ultimi rimasugli di religiosità concreta.

In totale assenza di un’apposita educazione in convento o in seminario, la vita dei consacrati ha smarrito qualsiasi traccia di disciplina, per adagiarsi in uno stile molle, comodo e gaudente che si ripercuote poi necessariamente sulla coscienza dei fedeli, deformata dai cattivi esempi delle loro guide e dall’ideologia elaborata per giustificarli. Anche il solo concetto di rigore e penitenza è stato abraso come un obsoleto residuo medievale legato ad un’errata visione di Dio e della fede cristiana, come insegnano correntemente professori di teologia e formatori di vocazioni: finalmente – dicono – hanno riscoperto il Padre buono del Vangelo, che non pretende nulla dall’uomo e chiude entrambi gli occhi su qualsiasi scelleratezza. Come osservare, in un contesto del genere, le esigenze della castità? Prima ancora della rivoluzione sessuale del ’68, è stato questo crollo programmato che, all’interno della Chiesa stessa, ha fatto saltare ogni barriera.

Non è per attardarci in sterili e compiaciute mormorazioni che ritorniamo sulla crisi in corso, ma soltanto per dimostrare come, da certi indizi esterni, si riconoscano infallibilmente le disposizioni interiori. Queste osservazioni non ambiscono a pronunciare giudizi sulle persone (le quali, con la grazia di Dio e la buona volontà, possono sempre convertirsi), bensì a segnalare criteri oggettivi con cui regolarsi per non incappare in Pastori malsicuri e non lasciarsi da loro fuorviare. Ovviamente la radice dei comportamenti pratici è un’errata impostazione intellettuale e spirituale, ma quest’ultima non si coglie sempre immediatamente dai discorsi, mentre salta subito agli occhi dalla condotta. In realtà, uno stile di vita ben disciplinato è indice di retta coscienza e di sana dottrina, nonché segreto di vera libertà. Quando uno non vi è stato formato per tempo, ha bisogno di anni e anni di sforzi enormi, da adulto, per correggere le cattive inclinazioni che ha contratto per esser cresciuto come un arboscello privo di qualunque sostegno e, quindi, cedevole ad ogni alito di vento.

Porgiamo pertanto vivi ringraziamenti a quanti avrebbero dovuto educarci, ma hanno deliberatamente omesso di farlo o, peggio, ci hanno guastati con le loro idee, tanto più perniciose quanto meno esplicitamente sovversive. Accanto ai Che Guevara del rinnovamento forzato, l’aggiornamento ha sfornato pure la figura del rivoluzionario gentile che, con la sua rassicurante, ma apparente mitezza, doveva acchiappare quanti, fuggendo inorriditi dai primi, cercavano un porto sicuro. I membri della seconda categoria, naturalmente, non hanno palesato subito le proprie convinzioni più profonde né i loro piani di demolizione interna della Chiesa, ma, mantenendosi in una posizione di basso profilo, ne hanno lentamente eroso i pilastri in attesa che, arrivata la scossa decisiva, crollasse pure quel poco che ancora rimaneva in piedi. A questo punto, trasposti di colpo nelle alte sfere, proclamando un generale tana libera tutti hanno pienamente svelato, eretta sulle macerie di quella antica, la loro nuova sedicente “chiesa”. Essa non è altro che un cancro sviluppatosi in seno al Corpo Mistico, del quale sono ormai ben evidenti le orrende metastasi.

Alla radice di tale grottesca mutazione del cristianesimo si trova una manipolazione intellettuale con cui si è sostituito il Dio vivente della Rivelazione con un’entità mutante, una divinità di fantasia che ognuno si immagina a piacere in base ai suoi bisogni emotivi del momento e sulla quale, con un capovolgimento totale di prospettiva, si rigetta la responsabilità del male. Quel tanto propagandato Dio che non giudica e non castiga non è affatto quello che si è manifestato nella Bibbia: «Quando siamo giudicati, veniamo ammoniti dal Signore per non essere condannati con il mondo» (1 Cor 11, 32). Quale buon padre non riprende e corregge le cattive condotte dei figli perché non siano travolti dalle proprie inclinazioni disordinate? Chi pensa che il Creatore non lo faccia, lo considera colpevole dei propri peccati, quando non si scarica allegramente la coscienza con l’idea di esser stato fatto difettoso per natura e, quindi, incapace di non peccare.

Tale idea di Dio completamente soggettiva non è altro che una proiezione dell’uomo postmoderno, volutamente dimentico degli obblighi che gli derivano dal suo stesso essere. Essa non è fondata sulla verità rivelata, penetrata con l’ausilio del pensiero classico, ma è risultato dell’evoluzionismo e dell’esistenzialismo, distorsioni mentali tipicamente contemporanee. È più una vaga disposizione di spirito che non un concetto definito; la retta ragione non vi entra e non vi deve entrare, dato che le basterebbero pochi passaggi per mostrarne la totale inconsistenza. Da questa bizzarra concezione della divinità scaturisce inevitabilmente un nuovo genere di religiosità, con culto, dottrina e morale fluidi, una sorta di variante del giudaismo (molto semplificata, ma coincidente nella sostanza con un panteismo antropocentrico) per i goyyîm da sottomettere.

Ecco il frutto dell’impostura modernista, fondata sull’abolizione della metafisica, della teodicea (cioè della teologia razionale, preambolo filosofico della fede) e del trattato De Deo (esame sistematico dell’essenza e degli attributi divini) in nome di quel biblicismo spurio e selettivo che degrada il Creatore a partner dell’uomo in vista di un impossibile e assurdo rapporto paritetico. A questo scopo è stata inculcata un’ermeneutica storicistica e letteralistica della Scrittura, che in forza di una pretesa “scientificità”, correggendone il testo o declassandone i passi scomodi, rigetta per principio ogni riferimento al dogma, alla morale e alla sua interpretazione tradizionale. In tal modo la Bibbia è trattata come un qualunque testo letterario dell’Antichità, con il risultato di privarla di ogni autorità e di volgerla non a edificazione della vita cristiana, bensì alla sua demolizione: in effetti «la lettera uccide, mentre lo Spirito vivifica» (2 Cor 3, 6).

A partire da questo tipo di lettura si elaborano percorsi formativi o spirituali che, concentrandosi sui metodi della comunicazione, distolgono dai veri contenuti della fede (la cui esposizione è sempre rimandata ad un imprecisato futuro) e dalle reali esigenze della vita cristiana (che non vengono mai dichiarate espressamente). Tale lavoro di contraffazione, anche quando non assume le forme di un plagio sofisticato, assorbe tempo ed energie in impegni infruttuosi sul piano soprannaturale: pur saturandosi di attività e riunioni, non si compie alcun progresso a livello morale e spirituale. Porsi il problema, in ogni caso, sarebbe bollato come un’infamia: anche il solo pensiero di poter migliorare è considerato un’odiosa manifestazione di fariseismo. Con il presupposto di tale implicito divieto di porre esigenze morali o di chiamare alla conversione di vita, la pastorale si dissolve in animazione o intrattenimento: bisogna pur attirar la gente in qualche modo…

La religiosità risultante, sentimentale ed emotiva, non può basarsi se non su esperienze soggettive: essa è inevitabilmente refrattaria al ricorso alla ragione, insofferente tanto della dottrina quanto della norma morale e, di conseguenza, instabile, volubile, cangiante e dipendente da fattori esterni. Una spiritualità del genere tarpa le ali all’anima, insegnando a patteggiare col peccato per mezzo di scuse e compromessi o ad ammetterlo incondizionatamente mediante una sua ridefinizione: «Se due persone si vogliono bene…». Fluttuando nel dubbio e nell’incertezza generale, la coscienza del “credente” si elabora da sé una morale che, paradossalmente, filtra i moscerini e ingoia i cammelli (cf. Mt 23, 24), scrupolosissima nelle inezie e, con il nobile intento di evitare contrapposizioni, tollerante, consenziente o addirittura muta su peccati gravissimi che rovinano anime e famiglie. È una “fede” in cui si crede di essere cristiani, ma in realtà si è perfettamente conformi al mondo, dato che si obbedisce ciecamente ai suoi “comandamenti”, pensando e agendo in modo del tutto mondano o politicamente corretto.

La conseguenza pratica è l’insolubile dilemma se prolungare o meno una sterile pratica religiosa convenzionale, che rimane ermeticamente chiusa alla verità e alla grazia per non fare i conti con la propria incoerenza. Sarà forse per sfuggire a tale dissidio che molti, anche nel clero, si sono inventati una religione a loro uso e consumo, la reinventano continuamente con incessanti cambiamenti, se la creano ognuno per sé personalizzandola a piacere… Chiedersi a quale religione appartengano, in fin dei conti, è una domanda anacronistica, in quanto presuppone l’antiquata idea che esistano religioni identificabili e distinte da dottrine e pratiche diverse – in ultima analisi, che ci sia una verità certa e conoscibile su Dio, sull’uomo e su qualunque altra cosa. Ma l’agnosticismo radicale della cultura odierna sfocia inevitabilmente nell’ateismo pratico di quanti vanno in chiesa senza credere in nulla o scrivono libri di “teologia” giocando con le parole. Nei piani divini, tuttavia, anche questo torna utile: chi non si è lasciato abbindolare dai pessimi attori di questa squallida commedia è davvero provato nella fede. Deo gratias.

 

   

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