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fonte lanuovabq.it 22/02/2019

Autore Aurelio Porfiri

Antonio Rosmini, in Storia dell’empietà, polemizzava con il filosofo francese Benjamin Constant, rimproverandogli di ridurre la religione a mero sentimento soggettivo. Al giorno d'oggi, il soggettivismo religioso è molto presente anche ai massimi vertici della Chiesa. Serve ricordare, nel giorno della Cattedra di San Pietro, che la Chiesa è portatrice dell'annuncio portato da Gesù, dunque di un fatto oggettivo. 

 Antonio Rosmini

C’è un libro di Antonio Rosmini che forse pochi conoscono, anche perché la produzione del roveretano è quasi sterminata e non è possibile conoscere tutto. Questo libro si chiama Storia dell’empietà ed è una polemica con il filosofo francese Benjamin Constant (1767-1830), accusato di rendere la religione un mero prodotto del sentimento. In effetti il pericolo identificato dal Rosmini non è di secondaria importanza, anzi potremmo dirlo un problema che oggi sembra ancora più importante. Infatti, non è spesso la religione percepita come il prodotto di quello che sento, di quello che elaboro dentro di me come ciò che percepisco giusto e corretto? Ma in questo modo la religione diviene un fatto soggettivo, un sentimento personale, una mera opinione. Ma questo non si accorda bene con l’annuncio portato da Gesù Cristo con la sua pretesa definitiva di essere la Via, la Verità e la Vita. La Verità, tanto per dirne una, non può ridursi ad una opinione, altrimenti sarebbe una verità umana, forse anche rispettabile ma certamente non definitiva. E se noi impegniamo la nostra vita completamente in qualcosa, se preghiamo incessantemente, attendiamo cerimonie frequentemente, osserviamo certi comportamenti che ci impegnano ogni giorno, certo non vogliamo fare questo basandoci su una opinione umana, su un vago sentimento religioso.

Ecco perché bisogna ben riflettere su una festa come quella della Cattedra di San Pietro, che la Chiesa celebra il 22 febbraio. La Cattedra è segno e simbolo della potestà docente, segno di coloro che hanno la facoltà di trasmettere una conoscenza. Una conoscenza che non è umana, quindi deve essere custodita, trasmessa, approfondita, ma non manipolata o adattata ai gusti di questo o di quel pubblico. 

In un discorso del 1985 al Pontificio Consiglio per la Famiglia, il Cardinale Carlo Caffarra affermava: “La ragione d’essere della Chiesa è una sola: guidare l’uomo alla comunione eterna con Dio”. Proprio questo scopo soprannaturale necessita un magistero che non sia in balia delle opinioni umane sempre soggette a mutamenti, ma sia ancorato ad una verità eterna, un deposito che la Chiesa custodisce ed interpreta ma non cambia. Sempre il Cardinale Caffarra, in un articolo per l’Osservatore Romano del 1976 osservava: “La permanenza del de-positum apostolico nella Chiesa che ne vive è assicurata dalla successione apostolica cui è stato affidato il compito di interpretare autenticamente la parola di Dio scritta o trasmessa. E così questo ultimo elemento della trascendenza nella storia ne compie la struttura così che la Verità e la Legge di Cristo vengono donate all’uomo mediante una "costellazione" di tre grandezze inseparabilmente unite fra loro: S. Scrittura - Tradizione - Magistero. Pensare di raggiungere la Rivelazione di Dio in Cristo trasmessaci dagli Apostoli per altra strada fuori da quella indicata da quella costellazione è mettersi su una strada sbagliata (cfr. S. Ireneo, Adv. Haer. IV, 26, 2)”. Ma questa funzione docente della Chiesa è oggi spesso sotto attacco da parte di forze esterne ed interne alla stessa Chiesa. Oggi si pensa che giudicare sia fuori luogo, proprio perché tutto è ridotto a sentimento del religioso e quindi in un senso relativo valido per chi porta avanti quel tipo di sensazione. Mons. Antonio Livi, nel suo libro Filosofia del senso comune (2018) affermava: “Con il giudizio il soggetto non si limita a enunciare uno stato di cose (“le cose stanno così”), ma ne afferma anche la verità, nel senso che dice anche che 'è vero che le cose stanno così' e che 'non è vero che le cose stiano in modo diverso'. Detto in un altro modo, con il giudizio si afferma che quella determinata cosa va pensata così e che è impensabile il contrario”. E se è vero questo per un giudizio comune quanto più vero è per i giudizi informati delle verità soprannaturali come sono quelli che sono in carico alla Chiesa cattolica nella persona del suo supremo pastore, il successore di Pietro, il Papa. 

Come detto, oggi questa potestà magisteriale è fortemente messa in dubbio e ci sono vari modi con cui si tenta di scardinare questa facoltà. Uno è il ricorso alla pastorale come criterio interpretativo di tutto. Anche qui Mons. Livi ha detto delle cose importanti: “Da dopo Giovanni XXIII si ha l’idea che la pastorale della Chiesa consista nel tradurre il dogma in un linguaggio comprensibile, accettabile per l’uomo moderno – cosa che è un mito, una fantasia –  e nel trovare il bene anche nelle posizioni teoretiche più contrarie al dogma. Io ritengo che si  tratti di una pastorale che, in quanto tale, è erronea e nociva per la Chiesa, ma in quanto teoria è un’attività, una prassi erronea che come dottrina non ha alcun sostegno nell’infallibilità. La prassi può essere erronea perché è un atto derivante da un giudizio prudenziale che può essere giudicato erroneo da chi esprime altri giudizi prudenziali, come i miei, che sono giudizi non sostenuti dall’infallibilità. Così, quando io critico questa pastorale che mi sembra disastrosa, utilizzo dei giudizi, degli aggettivi e degli avverbi che fanno capire che si tratta di mie opinioni. Dio giudicherà, ma non v’è niente di dogmatico nel fatto di giudicare l’opportunità di una linea pastorale. Quelli che fanno del male alla Chiesa sono coloro che considerano dogmaticamente la pastorale del Concilio e dei papi ad esso seguenti come la sola necessaria, e parlano di «nuova Pentecoste della Chiesa» e di «interventi dello Spirito Santo», come se tali giudizi prudenziali, che io considero erronei, fossero invece dogmaticamente infallibili ed anche santi e la sola cosa che la Chiesa possa fare” (gloria.tv). Quindi coloro che tanto difendono il diritto a ogni opinione, trasformano poi le opinioni a loro più confacenti in nuovi dogmi, da osservare senza fiatare, pena scomuniche striscianti sotto la forma di isolamento e morte civile (ed ecclesiale). Per poter giustificare questa ribellione al magistero autentico si fa ricorso a delle giustificazioni, tra cui quella del cosiddetto “popolo”, invocato per avallare opinioni che invece sono promosse da alcuni e imposte a tutti. Ma parliamo sempre di opinioni, come dicevamo sopra, che vanno vagliate nel confronto con la tradizione della Chiesa, al cui rispetto è tenuto ogni Papa che siede sulla cattedra di Pietro. Noi non seguiamo le opinioni personali (pur rispettabili) di questo o quel Pontefice, ma lo seguiamo in quanto interprete autentico del deposito della fede. 

Ma torniamo un attimo al concetto di popolo e leggiamo ancora cosa ha da dire su di questo Mons. Antonio Livi: “«Bisogna arrivare ad una Chiesa di popolo». Ma il popolo è un’immagine puramente retorica. Non si può mai sapere ciò che vuole il popolo, cioè una moltitudine di persone diverse. Anche in politica, l’espressione «il popolo» è puramente retorica, e ancor più in teologia. Per esempio: dire che il popolo ha voluto cambiare la Messa è una sciocchezza, questo non è mai stato né possibile né attestato. Nel popolo vi sono di quelli che, come Padre Pio al suo tempo, sono pieni di fede, e di quelli che non hanno alcuna fede. Allora vi erano di quelli che volevano riformare le cose perché la Messa in latino non piaceva loro e la volevano in italiano, ma costoro non comprendevano le parole della Messa né in latino né in italiano. La Chiesa non ha mai condotto delle operazioni a carattere «democratico», come eleggere delle persone con l’accordo di una base: essa non ha mai tratto quello che deve insegnare da ciò che pensa la gente. La Chiesa deve insegnare quello che ha detto Gesù: è talmente semplice!” (gloria.tv). Certo è semplice, ma diviene più arduo quando l’opinione viene trasformata in dogma e quando il vero dogma viene trattato come una pura e semplice opinione.

   

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