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fonte lascuredielia.blogspot.it 09/02/2019

Autore don Elia

Tutta l’avventura della modernità (intesa nella sua accezione negativa) scaturisce dall’esaltazione dell’uomo e in essa si consuma: l’uomo misura di tutte le cose, l’uomo artefice della sua fortuna, l’uomo indipendente da qualsiasi autorità, l’uomo fonte del diritto e vindice di una libertà assoluta; pur se non creatore della natura, almeno suo manipolatore. Sul finire del Medioevo, il nominalismo prima e l’Umanesimo poi spezzano l’ordine perfetto – almeno a livello teoretico – fondato sulla gerarchia dell’essere e del potere, entrambi partecipati da Dio e sempre orientati a Lui quale loro origine e fine. I particolarismi locali e nazionali, gli interessi di principi e banchieri, infine la rivoluzione protestante trascinano l’Europa in una serie di guerre devastanti che ne infrangono la sostanziale unità politica e religiosa, rendendola incapace di unirsi, almeno fino al 1571 (e solo in parte), contro la comune minaccia, l’irresistibile avanzata dell’Islam ottomano.

In un mondo ordinato e intelligibile l’uomo, proprio in virtù della sua sottomissione a Dio, aveva un posto di tutto rispetto in qualità di creatura alla quale è affidato il governo dell’universo visibile. La sovranità di Cristo, esercitata in suo nome dal papa e dall’imperatore, rispettivamente nella sfera spirituale e in quella temporale, subordinata l’una all’altra come il bene terreno alla salvezza eterna, era principio di una società regolata dalla legge divina, dalla quale l’esercizio delle potestà umane era al contempo saldamente legittimato e salutarmente delimitato. Con il progressivo crollo della civiltà cristiana emerge invece un velleitario e abusivo primato dell’individuo, la cui riuscita viene inevitabilmente a porsi in concorrenza con il bene comune, che in realtà garantisce – piuttosto che minacciarlo – il bene particolare. Non tutti gli individui, però, sono ugualmente in grado di ottenere il proprio personale successo, ma soltanto quelli che, secondo Calvino, sono predestinati da Dio oppure, secondo Pico della Mirandola, sono capaci di essere ciò che vogliono.

A sentire il celebre umanista italiano, l’uomo sarebbe stato creato da Dio privo di una natura definita e avrebbe quindi il potere di determinarla in base al proprio arbitrio: tesi molto attuale, questa, ma di innegabile matrice cabalistica. I pensatori rinascimentali, che collocarono al centro dell’universo un uomo ormai privo di sicurezze e sperduto in un mondo ostile, erano in gran parte maghi e alchimisti che con le loro pratiche esercitavano un potere (diabolico, evidentemente) sulla natura e sui propri simili. Il loro “cristianesimo”, piuttosto che di Vangelo, sapeva molto di quel Talmud che da secoli rappresentava il Nazareno come uno stregone e i Suoi miracoli come sortilegi. La loro esaltazione dell’essere umano è in realtà molto elitaria e selettiva; il loro sapere iniziatico risulta decisamente esclusivo. Con l’odierno sviluppo dei mezzi di comunicazione, tuttavia, ognuno può illudersi di disporre di conoscenze illimitate, specie se rinuncia al senso critico e omette di domandarsi chi ne detenga il controllo; l’ideale del Rinascimento si è apparentemente “democratizzato” – sia pure nel trionfo del liberismo capitalistico, pilotato da pochissime persone.

Artefici di questa truffa colossale sono proprio gli eredi, demiurghi di un mondo nuovo e fautori del transumanesimo, di quei “filosofi” dell’esoterismo. L’imbroglio più perfido e sottile, apice e sintesi di questo radicale sovvertimento, si è però consumato con lo stravolgimento della liturgia cattolica, trasformata in strumento propulsivo della folle illusione che fa sentire l’individuo al centro del tutto e in grado di ottenere qualsiasi soddisfacimento, come un perenne bambino viziato. Qui un “dio” puramente immaginario, proiezione di un ego immaturo che si rifiuta di crescere, dispensa ai suoi cultori, mediante intrattenitori dilettanti, emozioni facili e passeggere distrazioni, a conferma delle opinioni correnti e lenimento delle quotidiane frustrazioni. È naturale che, in un contesto simile, vada assolutamente evitato qualsiasi accenno a comandamenti, giudizio e retribuzione, idee proprie di una religione superata in quanto – come ho di recente appreso da un “biblista” – legata ad una società costruita sull’obbedienza, che non esiste più. Vedete fin dove può giungere un’interpretazione della Sacra Scrittura mistificata in funzione dell’autoaffermazione di un io narcisista e della sua ridicola volontà di potenza…

Nella nuova “religione”, Dio sarebbe semplicemente un partner dell’uomo che costruisce con lui la sua avventura in una commovente love story immancabilmente a lieto fine, qualunque variante possa intervenire nel frattempo. Basterebbe però dare una scorsa al classico trattato De Deo uno – non a caso quasi sempre stralciato dagli studi teologici o aggiornato in chiave esistenzialistica a partire dai bisogni dell’uomo (contemporaneo) – per rendersi subito conto che quel surrogato di divinità non è più il Dio creatore che si è rivelato al popolo d’Israele e ha redento l’umanità in Gesù Cristo, bensì il misero prodotto di una cultura malata e disperatamente – come ama dire – autoreferenziale. Dov’è l’Essere infinito, perfettissimo, onnisciente, onnipotente, provvidente, giusto e misericordioso della nostra fede? Sarà rimasto nei vecchi libri relegati in soffitta o gettati nella spazzatura (differenziata, mi raccomando!), oppressivo e ingombrante com’era.

In realtà era proprio il culto di quel Dio – come la presenza di ogni figura autenticamente paterna – che, lungi dallo schiacciarlo, elevava l’uomo e lo rendeva veramente grande, garantendo non solo la maturazione interiore, ma con essa pure la reale libertà degli individui, abilitati a compiere scelte buone perché conformi al vero, nonché a rispondere delle proprie azioni in qualità di persone e non di bruti. Una divinità che ti ama così come sei lasciandoti come sei, cioè egoista e peccatore, non ti vuole veramente bene. Una misericordia che passa sopra a tutto, senza mai esigere ravvedimento e riparazione, è un’approvazione del male che commetti e finisce con l’essere il colmo dell’ingiustizia. Un amore che non indichi la via che occorre seguire per accoglierlo e diventarne capaci, benché sia gratuito, si condanna all’insignificanza. Una preghiera che non chieda anzitutto la grazia necessaria per rendersi graditi all’Altissimo si riduce inevitabilmente a pretesa puerile e capricciosa di beni transitori da consumare avidamente in un fugace godimento.

Presupposti di questo genere svuotano completamente il mistero della Redenzione, che diventa in tal modo incomprensibile, a meno che non venga riletto come mera manifestazione di benevolenza a senso unico, negando il valore espiatorio della Croce. Il dramma è che l’ego infantile dell’uomo contemporaneo, non avendo altra aspirazione che un’assoluta libertà di autosoddisfazione, è indifferente anche alle più sublimi attestazioni d’amore, salvo che, casualmente, incontrino qualche suo desiderio occasionale e possano così esser sfruttate a suo vantaggio: ma che interesse c’è a sapere che qualcuno, duemila anni fa, ci ha dimostrato di volerci tanto bene da morire inchiodato su due travi? E come poteva, un semplice uomo come noi, conoscere coloro che sarebbero vissuti dopo di lui? Il fallimento di tanta catechesi e predicazione basata sull’amore incondizionato di Dio, il cui rifiuto non avrebbe conseguenza alcuna, è la prova migliore della falsità di queste premesse. Così chi è cresciuto in una “religione” che ruota attorno all’ego subisce un vero e proprio shock, la prima volta che assiste ad una Messa in cui non può sentirsi al centro perché non deve far quasi nulla, se non adorare in silenzio e associarsi, mediante il sacerdote, all’azione di un Altro che, offrendosi al Padre per lui, lo strappa alla sua palude di peccato e al suo destino di morte eterna.

Un pittore duecentesco (di probabili ma occulte tendenze catare) era stato incaricato di affrescare la cripta di non so più quale cattedrale italiana. A lavori ultimati, il vescovo scoprì con sgomento che, tra le pieghe del perizoma del Cristo crocifisso, per un’illusione ottica apparivano inconfondibilmente i lineamenti di un volto inquietante; quel trucco scandaloso rendeva il luogo di culto inutilizzabile. Nel dilemma che gli si poneva tra due scelte entrambe inaccettabili – tollerare l’affronto o distruggere un’opera d’arte sacra – il presule si risolse alla fine per l’interramento della cripta. Circa sette secoli dopo, però, gli scavi han riportato in luce l’immagine blasfema, con un tempismo forse non casuale. L’attuale celebrazione “teologica” dell’erotismo e la legittimazione della sodomia allignano sul terreno dell’esaltazione di un io infantile dalla sessualità informe, ma discendono da quelle antiche dottrine esoteriche che li considerano veicoli di unione con il “divino” in vista del ripristino di un presunto, originario stato androgino. Il nuovo umanesimo, riedizione della gnosi con tanto di rinnovato culto del sesso, non fa altro che riproporre vecchie eresie. Il neocattolicesimo sta forse completando la sua mutazione in religione pansessista, ossia in “sacro” incitamento all’impurità e alla perversione?

Nonostante tutto, grazie a Dio, noi crediamo ancora in Lui e sappiamo ormai riconoscere chi si cela dietro tali teorie. Se casa nostra è occupata dagli intrusi, non è una ragione per abbandonarla, ma un motivo in più per far salire al cielo l’incenso della nostra preghiera onde ottenerne la liberazione. La maggiore vittoria del demonio non è spingere la gente all’incredulità o all’eresia, bensì convincere i cattolici fedeli a privarsi dei Sacramenti senza ragione, in modo speculare a quello in cui convince i cattolici infedeli di poterli ricevere senza conversione. La storia insegna che per sradicare certe aberrazioni non bastano le argomentazioni teologiche, tanto meno quelle erronee che vorrebbero la Chiesa ridotta ad un pugno di ribelli. A volte bisogna che l’Onnipotente ascolti le suppliche dei pii mandando un drastico castigo che risolva il problema alla radice. Per inciso: quest’anno la Pasqua ricorre il 21 aprile – come nel 1527, quando una Roma rigurgitante di prelati umanisti, alchimisti e libertini fu decisamente strigliata a fondo.

 

Exsurge, Deus, iudica causam tuam; memor esto improperiorum tuorum, eorum quae ab insipiente sunt tota die (Sal 73, 22).

   

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