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Fonte lascuredielia.blogspot.it 22/09/2018

Autore don Elia

Oboedire oportet Deo magis quam hominibus (At 5, 29).

 

Joseph Zen Ze-kiun, classe 1932, già vescovo di Hong Kong, creato cardinale nel 2006 da papa Benedetto XVI, ha lanciato più volte il suo grido d’allarme e di dolore per la strana piega che stava prendendo il cosiddetto “dialogo” tra la Santa Sede e il governo cinese. Un’intelligenza finissima, una vasta cultura, una fede granitica e un coraggio da leoni caratterizzano l’illustre e combattivo figlio di don Bosco, facendo di lui una voce profetica particolarmente lucida e incisiva non soltanto per il suo Paese, ma anche per tutti noi, che ci troviamo a subire un regime per molti versi simile a quello di Pechino. Nell’estate del 2016, scrivendo sul suo blog, aveva ripreso da un sito cattolico cinese queste significative parole (che si potrebbero applicare anche a fiorenti istituti commissariati): «Da tanti anni i nostri nemici non sono riusciti a farci morire. Ora ci tocca morire per mano del nostro Padre. Va bene, andiamo a morire».

Che significa? Secondo recenti indiscrezioni sarebbe imminente la soluzione del decennale conflitto sulla Chiesa Cattolica in Cina: un accordo previsto per la fine del mese corrente darebbe al governo comunista ateo, incredibilmente corrotto e sleale, carta bianca per la nomina dei vescovi in cambio di un risibile riconoscimento, puramente nominale, dell’autorità del Papa come capo dei cattolici cinesi. Roma, in casi gravi, potrebbe formalmente porre il veto a una proposta di Pechino, che si riserverebbe comunque la facoltà di procedere ugualmente. In altre parole, sarebbe una resa incondizionata che metterebbe i cattolici cinesi sotto il completo controllo di un regime totalitario che, non potendo sradicare le religioni, le sta trasformando in instrumentum regni.

Come le comunità già sottomesse, anche quelle dell’eroica Chiesa clandestina dovrebbero venire allo scoperto ed essere assimilate alle altre; alcuni dei loro vescovi hanno già ricevuto dalla Santa Sede l’ordine di consegnare le proprie diocesi a manigoldi nominati dal governo con varie concubine e numerosi figli a carico, avidi, lussuriosi e corrotti al di là dell’immaginabile. Possiamo farci una vaga idea del dolore di chi, per fedeltà al Papa, ha patito decenni di sofferenze inenarrabili o ancora oggi la sta pagando con il carcere o il domicilio coatto? Da quando, nel 1958, fu consacrato senza mandato pontificio il primo vescovo di nomina governativa, la persecuzione non è mai cessata e ai nostri giorni, anzi, si sta inasprendo ulteriormente: di pari passo con la demolizione di chiese e di croci, la attività religiose vengono progressivamente limitate e continuano a sparire o a morire in modo inspiegabile sacerdoti zelanti, mentre il controllo sui seminari diventa sempre più ferreo.

Il cardinal Zen, oltre ad aver diretto la provincia salesiana del suo Paese, prima di essere elevato all’episcopato ha insegnato in diversi di quei seminari, anche ufficiali. La risposta di due anni fa a un giornalista italiano che lo aveva volgarmente attaccato rivela, oltre all’estrema onestà e competenza, una straordinaria autorevolezza. La posta in gioco, anche qui, è di enorme portata: c’è anzitutto la condizione di almeno dodici milioni di cattolici dalla fede viva, ardente, genuina, la quale, senza i limiti soffocanti imposti dal regime, potrebbe infiammare il mondo intero e ridar vita alla Chiesa agonizzante dell’Occidente un tempo cristiano; ma c’è anche il contenuto della fede stessa, secondo il quale il papa amministra un potere che non gli appartiene e che non può cedere a chi gli pare – tanto meno a un governo ateo e disumano.

Il porporato ricorda questa verità di fede citando la Lettera ai cattolici cinesi di Benedetto XVI (27 maggio 2007), che la ribadisce a chiare lettere: la pretesa di «organismi voluti dallo Stato», come l’Associazione Patriottica, «di porsi al di sopra dei vescovi stessi e di guidare la vita della comunità ecclesiastica» è contro la dottrina cattolica. E il Cardinale: «Quello che era dichiarato contrario alla dottrina e alla disciplina della Chiesa diventerà legittimo e normale, tutti dovranno sottomettersi al Governo che gestisce la Chiesa, tutti dovranno obbedire ai vescovi che fino ad oggi sono illegittimi e perfino scomunicati. Allora, hanno sbagliato per decenni questi poveri “confrontazionisti”?». È un’altra picconata alla costituzione divina della Chiesa, stabilita dal suo Fondatore; chi ha voluto esserle fedele fino al sangue, allora, è solo un povero sciocco che non ha capito da che parte stava soffiando il vento e non si è adeguato al nuovo corso?

Non si può fare a meno di pensarlo, visto che il cardinal Parolin, nel celebrare la memoria di un suo predecessore, il Gran Maestro Agostino Casaroli, bolla come gladiatori i vescovi che mantennero vivo il confronto con gli spietati regimi comunisti dell’Europa orientale e furono ricompensati da Roma, in nome della distensione, con l’ostracismo o l’oblio: allude forse a uomini come Mindsenty, Slipyj, Stepinac, Wyszynski? Quelli, oltre alla fede, avevano anche gli attributi virili. Se invece si considera che il cosiddetto “dialogo” con le autorità cinesi, negli ultimi anni, è stato condotto con solerzia dall’inossidabile ex-cardinal Mac Carrick, tutto si collega: nella Chiesa Cattolica esiste un gruppo di potere, composto di immorali e pervertiti, che opera da decenni per la sua trasformazione strutturale a tutti i livelli, pronto a curvarsi ad ogni tipo di richiesta. Tale gruppo ha completamente estromesso dalle trattative i prelati cinesi, totalmente ignorati e tenuti fuori; per la sensibilità di quel popolo di nobile cultura, è come minimo un’attestazione di estrema sgarbatezza.

La risposta del cardinal Zen all’emergenza dei cattolici cinesi, sul punto di esser gettati nelle fauci di un mostro, è mirabilmente ferma e risulta utile anche a noi: «Nella nostra accettazione delle disposizioni da Roma, c’è un limite, il limite della coscienza. Non possiamo seguire quell’eventuale accordo in ciò che alla coscienza appare come chiaramente contrario all’autentica fede cattolica. Papa Francesco ha sovente difeso il diritto all’obiezione di coscienza; lui poi, un gesuita che affida anche le cose più delicate al discernimento personale, non negherà ai suoi figli questo diritto. […] Sarà per me una vera lacerazione del cuore, tra l’istinto salesiano di devozione al Papa […] e l’impossibilità di seguirlo fino in fondo nel caso, per esempio, che incoraggiasse ad abbracciare l’Associazione Patriottica ed entrare in una Chiesa totalmente asservita ad un Governo ateo. Dovremo rifiutare di fare quel passo proprio perché esso è formalmente in contraddizione con l’autorità petrina. Sì, nel caso contemplato (e in questo momento speriamo ancora fortemente che non si verifichi), noi vogliamo essere fedeli al Papa (al Papato, all’autorità del Vicario di Cristo), nonostante il Papa».

Adamantina solidità e chiarezza! Ammirabile determinazione del vero credente! Incoercibile e mite attaccamento all’unica realtà che non passa, scevro da qualsiasi calcolo o timore! Seguiamo questo esempio, cari fratelli, rendendo lode al Signore per aver suscitato in Cina, quale frutto del martirio di innumerevoli missionari e fedeli, testimoni così luminosi e credibili del suo Vangelo. Dio è con noi e non manca di darcene delle prove, alleviando il nostro tormento. Si può essere fedeli al papato (cioè alla funzione stabilita dal Signore stesso) nonostante la persona umana di un papa, secondo la distinzione riconosciuta già dai canonisti medievali. Se egli esige da noi qualcosa che contraddice formalmente il suo stesso mandato, la nostra coscienza è libera di non obbedirgli e di opporsi ai suoi ordini proprio per fedeltà a ciò che rappresenta. È evidente che questo principio non possa essere applicato da chiunque o alla leggera, ma solo in casi di particolare gravità e da chi sia formato in modo sufficiente per poter esercitare un corretto discernimento.

«Come fare», allora? Bisogna «accettare di tornare […] alla condizione catacombale. Condizione catacombale non è condizione ordinaria. Ma quando l’ordinario è illegittimo e il legittimo non è permesso, non c’è altra scelta che tenere fermo al legittimo in una condizione non ordinaria». Questa libertà interiore, che lo Spirito Santo concede al vero credente, è un dono inestimabile: essa, anche nel vivo della prova, ci comunica già la serenità inalterabile e la gioia trionfale di chi sta dalla parte del Vincitore e non può esserne strappato da nessuno al mondo, se non è lui stesso a cedere. Qualunque regime, politico o religioso, è destinato a passare, mentre chi avrà perseverato sino alla fine nella retta fede e nella fedeltà ai divini voleri, costi quel che costi, parteciperà al trionfo di una vittoria già compiuta. I persecutori e i loro complici in tonaca sono già sconfitti e si condannano da sé all’esecrazione – oltre a correre il rischio di finire, se non si convertono, all’Inferno.

Con queste disposizioni interiori preghiamo e offriamo per i nostri fratelli cinesi perché possano rimanere fedeli sotto il torchio di una tirannide che sta diventando tanto più spietata quanto più si sente prossima al crollo. Al tempo stesso prendiamo lezione da loro per imparare a non lamentarci troppo e a portare pazientemente la croce: è necessario che chi è gradito a Dio sia messo alla prova (cf. Tb 12, 13 Vulg.), ma «chi fa la volontà di Dio rimane in eterno» (1 Gv 2, 17).

Posuisti tribulationes in dorso nostro, imposuisti homines super capita nostra. Transivimus per ignem et aquam, et eduxisti nos in refrigerium (Sal 65, 11-12).

   

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