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Fonte riminiduepuntozero.it 18/03/2018

Autore Claudio Monti

"Il cristianesimo non nasce per aiutare i poveri, l'apertura spacciata come segno di fede"

Una frustata alla deriva di una Chiesa trasformata in agenzia caritativa, che predica di raccolta differenziata e "lotta" sociale. "L'evangelizzazione non può essere limitata all'aiuto ai poveri", scrive il vescovo emerito di Ferrara-Comacchio. I temi etici, sociali e ambientali hanno preso il sopravvento. Il popolo di Dio è "sempre più bistrattato perfino dentro quelle che dovrebbero essere le sue mura e i suoi baluardi". Il papa non può pretendere dalla Chiesa "un'adesione alla sua cultura, alla sua ideologia". Mons. Luigi Negri e il suo viaggio della fede da Giussani a Ratzinger.

“L’evangelizzazione non può essere limitata all’aiuto ai poveri“. E il cristianesimo stesso “non nasce per aiutare i poveri”. La Chiesa ha smarrito il “coraggio della verità“. Il popolo di Dio è “sempre più bistrattato perfino dentro quelle che dovrebbero essere le sue mura e i suoi baluardi”. Sorprendenti certe pagine del magistero dedicate alla raccolta differenziata.

Sta per arrivare nelle librerie un volume che è destinato a suscitare un grande dibattito. Perché offre una prospettiva del tutto diversa rispetto a quanto si sta leggendo in questi giorni sui cinque anni che hanno capovolto la Chiesa. E anche se questo non è il contenuto del libro, i confronti vengono abbastanza spontanei.
Mons. Luigi Negri sistematizza pensieri e valutazioni ai quali i suoi lettori sono abituati, sia che si tratti di libri che di articoli da lui disseminati su siti e carta stampata. Ma questa volta il contenuto ha una forza d’urto e una profondità di argomentazione che vanno alla radice del problema. E su tutto sembra prevalere l’urgenza della verità e la necessità di tornare al cuore del messaggio cristiano.

S’intitola La sfida. Un viaggio della fede da Giussani a Ratzinger ha la prefazione di Roberto de Mattei e mons. Negri l’ha scritto col giornalista e saggista Giampiero Beltotto per l’editore Lindau.

“Se la fede è riconoscere Cristo presente nella vita di ciascuno e nella storia dell’umanità, noi constatiamo che la perdita di questo DNA nella Chiesa che abbiamo avuto la possibilità di conoscere e di sperimentare è da tempo in atto. Rimarrà un piccolo resto del popolo di Dio a camminare quotidianamente secondo la fede e non secondo le logiche del mondo”. L’arcivescovo emerito di Ferrara Comacchio vede una Chiesa senza bussola, dentro la quale “si sta manifestando una palese confusione tra una mentalità che attinge la propria giustificazione nell’attesa del consenso della scienza e dell’etica, e la Verità insita nella dottrina e nel corpo vivo del magistero”.

L’allievo di don Giussani offre una lettura decisamente problematica del tempo “assai grave” che sta vivendo la Chiesa: “si spaccia la cosiddetta “apertura al mondo” come segno di fede e si confonde l’azione della Chiesa come supporto al programma economico e politico di agenzie al servizio di questo o di quel potere”. Ma “la Chiesa non potrà mai essere ridotta a supporto di movimenti che pure abbiano nei propri programmi l’obiettivo di un miglioramento delle condizioni sociali, perché alla Chiesa vien chiesto un giudizio autonomo e originale sul mondo a partire dalla sua sua fede”.
Secondo mons. Negri “l’ossessivo invito che giunge a tanti buoni cristiani di trasformare la fede in un’azione caritativa diventa un’interpretazione presuntuosamente esaustiva della fede e rappresenta l’effetto, logico e nefasto, dello spostamento dall’ontologia all’etica“. Il cristianesimo – dice ancora – “non bisogna stancarsi di ricordarlo, non nasce per aiutare i poveri: se fosse così non sapremmo giustificare le parole di nostro Signore sul fatto che “avrete sempre i poveri con voi”, perché la nostra presenza nel mondo è data esclusivamente per annunciare la Verità dando alle opere un giusto peso e all’annuncio della salvezza operata da Gesù Cristo l’assoluta priorità”.

Mentre proprio in questi giorni si celebra papa Bergoglio “leader morale del mondo” e rivoluzionario artefice di una “Chiesa samaritana” (La Civiltà Cattolica), Negri sottolinea che “Cristo non può diventare un banale spunto etico” e “il popolo di Dio non esclude nessuno, e non può fare scelte che lascino qualcuno, in quanto appartenente a questa o a quella classe sociale, fuori dalla sua porta. Se il popolo di Dio escludesse, ad esempio, i ricchi, non potrebbe perciò stesso definirsi popolo di Dio”. Dice ancora Negri che “la verità morale che un Papa può esprimere sta nel suo servizio rivolto al popolo di Dio, in quanto custode e assertore della tradizione che lo precede e a cui egli può dare un contributo personale e originale, ma, in ogni caso, all’interno del magistero. Un magistero che deve sancire l’insegnamento del Papa, dei vescovi e di tutti i sacerdoti cattolici. Mi chiedo se oggi non stia aumentando la distanza tra l’obbedienza al magistero e la propalazione di personali convincimenti, di personali opinioni, che stanno provocando come effetto non collaterale una grande confusione nel popolo che a noi è stato affidato e che da Dio ci è stato consegnato”.

I passaggi su papa Bergoglio sono fulminanti. Ha spostato l’accento “dalla ontologia all’etica”: è questo, dice Negri, “il senso del passaggio che segna le differenze tra i pontificati di Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI e quello di papa Bergoglio”. Quest’ultimo, aggiunge, “ha deciso di sottolineare in modo imponente, fino quasi all’ossessività, le conseguenze etico e socio-politiche della fede e non la natura profonda della fede. L’immagine di questa inedita presenza sociale dei cristiani arriva a oscurare quella della Chiesa, come se la Chiesa potesse avere una sua identità non nella Storia e quindi nell’ambiente, mentre la Chiesa è sempre una Chiesa dentro l’ambiente in cui vive”.

Fino ad esprimere un disagio, ed è il disagio di un vescovo, davanti a certe insistenze di papa Bergoglio: “Avverto un assoluto disagio quando sento parlare di “lotta”. Vedo il mescolarsi della Chiesa e dei suoi apparati centrali con i vari movimenti ricevuti con tutti gli onori in Vaticano, dimenticandosi che queste “lotte” in Occidente hanno voluto dire la distruzione di città e di parti di esse infiammate dal terrorismo e dalla guerriglia urbana“. Forse il riferimento è alla udienza in Vaticano con i movimenti popolari e i centri sociali, che Bergoglio esortò a “continuare la lotta, ci fa bene a tutti”. Mons. Negri ne prende le distanze: “Io faccio fatica per temperamento, storia e formazione culturale a sentire così spesso lo stesso Francesco parlare in questi termini, pure avendo chiara la differenza che sta tra una telefonata, un’intervista, un intervento “spontaneo” e una parola espressa attraverso un’enciclica o una esortazione apostolica. Quindi non posso che ribadire il mio dovere di vescovo di aiutare il popolo, ma non di collaborare alla “lotta” del popolo. Come vescovo devo creare e rigenerare un popolo, che poi tirerà fuori dalla sua esperienza umana e cristiana, le dirette per un’azione culturale, sociale e politica”.

Il papa e la raccolta differenziata. “Forse, la preoccupazione sembrerebbe quella, da parte di Francesco, di entrare nel vivo delle vicende nella loro specificità, quindi di favorire, per esempio, una economia diversa, che abbia al centro la persona, che non sia totalmente piegata all’incremento del patrimonio e della monetizzazione delle relazioni umane. Però quando poi si analizzano in profondità i suoi testi destinati al magistero ci sorprendiamo davanti a qualche pagina sulla raccolta differenziata oppure sull’invito a spegnere i computer il venerdì; tutte cose ovvie, impregnate da una certa preoccupazione per l’ambiente, ma che fanno fatica a trovare posto nella dottrina del vescovo di Roma”.

Il cristianesimo è un logos“, sembra gridare mons. Negri, “un evento che investe la razionalità e le dà forma definitiva. La fede è un’ontologia che si esprime nella storia, e precede l’etica. Così, la realtà del popolo di Dio, sempre più bistrattata perfino dentro quelle che dovrebbero essere le sue mura e i suoi baluardi, non nasce dalla carne e dal sangue, ma per virtù dello Spirito Santo”.

Tante le vicende ecclesiali e non (fra i temi trattati ci sono anche il Sessantotto, il terrorismo, l’Università Cattolica, il lungo tratto di strada compiuto a fianco di don Luigi Giussani) che confluiscono nel libro.

Scrive Roberto de Mattei nella prefazione che “la designazione di mons. Luigi Negri a vescovo di San Marino-Montefeltro, il 17 marzo 2005, fu una delle ultimi e più felici nomine di Giovanni Paolo II”. Una sorta di suggello del “riconoscimento del valore di un sacerdote di sessantaquattro anni che aveva servito la Chiesa senza mai piegarsi alla logica del “politicamente corretto”. Mons. Luigi Negri era, ed è, un uomo di vera fede, di cultura e di libertà di spirito, mentre lo scarso spirito di fede, la modestia culturale e il servilismo hanno purtroppo caratterizzato la larga parte dei vescovi italiani nell’epoca post-conciliare”.
Mons. Negri “è stato una voce dissonante tra i vescovi italiani, che hanno mostrato la loro debolezza di fronte a leggi inique come quelle sulle unioni civili o sul biotestamento”. E continua ad esserlo anche da vescovo emerito.

“Occorre tornare al cuore del fatto cristiano”, non si stanca di ripetere. Scopo della Chiesa non è quello di erogare sentimenti ed emozioni. “Sono tempi questi che inducono all’amarezza. Mai come oggi, umili e contriti, dobbiamo rinnovare il nostro grido al Signore: Tu fortitudo mea“.

Il papa non può pretendere dalla Chiesa un'adesione alla sua cultura, alla sua ideologia
“Ritengo che la bagarre sui cambiamenti climatici abbia fatto esporre il Santo Padre in prima persona in una querelle di tipo tecnico-scientifico tutt’altro che chiara. Ci sono ambiti della scienza mondiale che si rifiutano di considerare la Laudato si’, perché non ha secondo loro nessun fondamento scientifico. Ma pure scegliendo un’opzione di carattere scientifico in senso stretto, daremmo vita a un magistero che invece dovrebbe essere libero da ogni declinazione particolare, come è stato esplicitamente formulato e richiesto dalla Gaudium et spes. A dar retta a questa deriva, si potrebbe costruire una scienza all’inverso: un po’ come se Galileo avesse preteso di utilizzare la fede – e in particolare l’esegesi – per sostenere una certa visione scientifica. In Francesco, abbiamo l’idea di una Chiesa che deve far propria una visione scientifica per potersi sostenere come attore dell’evangelizzazione. Il che finirebbe con l’alimentare l’idea che la Chiesa possa far sua una certa visione scientifica e addirittura tecnologica come fondamento della fede. Forse si deve studiare il pensiero di un Papa per comprendere come accorgimenti di questo tipo possano essere utili, ma indubbiamente non necessari. Il Papa, se lo è veramente, cioè se vive una funzione di guida di un’intera realtà ecclesiale, non può non proporre una sua concezione della vita, della Chiesa, della fede, che può desumere anche dal tipo di esperienza tecnica e culturale da cui proviene, ma tocca a lui inserire questa offerta nel concerto dell’universalità della Chiesa, senza pretendere dalla Chiesa un’adesione alla sua cultura, alla sua ideologia. Paolo VI senza dubbio proveniva dal mondo degli universitari cattolici riuniti nella FUCI, ma certamente non impose alla Chiesa la sua, sia pure straordinariamente colta, esperienza ecclesiale”.
   

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