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Fonte accademianuovaitalia.it 22/02/2018 

Autore Francesco Lamendola

"Non si possono servire due padroni": il cuore del problema è l’allontanamento degli uomini da Cristo, con tutto ciò che questo comporta sia nella vita dei singoli sia nella storia

L’asse portante del pontificato di Pio XII, come quello dei suoi predecessori, e specialmente di san Pio X, è stato il disegno di riportare gli uomini a Cristo, il solo ed unico Maestro presso il quale possono trovare la pace del cuore e una risposta agli angosciosi interrogativi della loro vita e alle crudeli catastrofi della storia. L’asse portante del pontificato di Giovanni XXIII, al contrario, è stato quello di far sì che gli uomini ritrovassero fiducia in se stessi, che riscoprissero la gioia del dialogo, anche a costo di un eccesso di fiducia nei confronti dei nemici della Chiesa, sia interni che esterni, i quali, da parte loro, non avevano né hanno mai disarmato. Il primo era consapevole delle minacce che gravavano, e gravano tuttora, sulla Chiesa di Cristo e su tutta la cristianità, e non aveva fiducia se non nell’aiuto soprannaturale di Cristo, senza il quale nessuna opera umana può giungere a buon fine, per quanto bene intenzionata. Il secondo sembrava stranamente fiducioso nei confronti del mondo ed è stato l’iniziatore di quel disarmo unilaterale della Chiesa, psicologico e spirituale, prima ancora che organizzativo e disciplinare, il quale, di fatto, ha rimbaldanzito i suoi nemici e indebolito i suoi difensori, in particolare favorendo il diffondersi di tendenze eretiche, agevolate dal suo atteggiamento di benevolenza e di “dolcezza” che, di fatto, ha sospeso la sorveglianza dottrinale, specie da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede. Pio XII, già pochissimo tempo dopo la sua morte, è stato guardato, dalla stessa cultura cattolica, con una sorta di diffidenza, con una prevenzione sovente poco benevola, come l’ultimo pontefice di una Chiesa “vecchia”, “chiusa”, “arroccata a difesa”, “conservatrice”, per non parlare della sterile e pretestuosa polemica, scatenata da certi settori del giudaismo talmudico, sui suoi supposti “silenzi” a proposito della persecuzione degli ebrei; Giovanni XXIII è stato definitivamente acquisto dai settori cattolici progressisti come il coraggioso iniziatore di un salutare e doveroso processo di rinnovamento, e persino santificato, nell’immaginario popolare, assai prima che Bergoglio lo canonizzasse, il 27 aprile 2014, insieme a Giovanni Paolo II.

Ora, a distanza di oltre mezzo secolo dalla conclusione del Concilio, si possono valutare le cose con una più ampia prospettiva storica e si può cogliere, a nostro avviso, e apprezzare in maniera assai più esatta, le doti di profonda cultura, saggezza, lungimiranza e consapevolezza di Pio XII, così come si può vedere che non tutto quel che brilla, nella leggenda e nella mitologia di Giovanni XXIII, il “papa buono”, è effettivamente oro, e che  la sua opera, come sovente accade ai novatori e ai progressisti, già sul medio periodo ha incominciato a mostrare le sue crepe, le sue contraddizioni, le  pesanti ipoteche che ha creato sul futuro. Oggi, in particolare, si può vedere che l’aspettativa di una nuova stagione della Chiesa, quasi una nuova giovinezza, e di un roseo futuro per tutta l’umanità, sulla base del progresso e della buona volontà fra gli individui, i popoli e le nazioni, erano, in buona sostanza, pie illusioni; e che tali illusioni avevamo una radice ben precisa: l’aver fatto propria la prospettiva della società profana, con la sua ingenua fiducia (ingenua, nel migliore dei casi) verso l’uomo guidato dalla sola ragione naturale; e aver sottovalutato il fatto che gli uomini, se non hanno una guida sicura, vengono inevitabilmente sopraffatti dai loro istinti peggiori, e che la sola guida sicura è quella del Maestro che non fallisce, che non mente, che non inganna, non delude e non tradisce mai, perché è Lui stesso la verità, la via e la vita: il nostro Signore e Redentore, Gesù Cristo. È curioso che un papa possa ave sottovalutato una cosa del genere; perciò si affaccia un’atra ipotesi, che vale non solo per Giovanni XXIII, ma per tutto il Concilio, o, quanto meno, per la fazione progressista che vide nel Concilio la sua grande occasione, e che seppe sfruttarla sino in fondo, con tempismo e spregiudicatezza: ossia che non si sia trattato d’una qualche forma di ingenuità o di distrazione, ma di una cosa voluta e perfettamente calcolata.

Il sacerdote paolino Stefano Lamera (1912-1997) così scriveva nel suo libro Gesù Maestro, Via, Verità e Vita, uscito con una prefazione di don Alberione (Alba, Edizioni Paoline, 1949, pp. 59-61):

 

“Uno solo è il vostro maestro: Cristo” (Mt., 23, 1-10).

Gesù è l’unico vero Maestro, inviato dal Padre celeste agli uomini, perché Egli è la “Via, la Verità e la Vita”.

Gesù è il Maestro non solo in quanto è “la Verità” “che illumina ogni uomo che viene in questo mondo”, e comunica, partecipa agli uomini le verità eterne e la grazia della fede; ma Gesù è “il Maestro”, perché Egli è “la Via” che conduce al Padre: exemplum enim dedi vobis ut quemadmodum Ego feci ita et vos faciatis”; perché ha tracciato agli uomini la via sicura per arrivare al Padre: “Avete udito che vi fu detto… ma Io vi dico… “, e perciò comunica la grazia della speranza.

Infine Gesù è “il Maestro” perché è la “Vita”. Egli infatti nella consumazione del suo amore per i suoi discepoli, ha partecipato loro la stessa vita divina diffondendo nei loro cuori per lo Spirito Santo, la carità con la quale essi sono aiutati a raggiungere e vivere una vera pienezza di vita umana ma anche di vita soprannaturale e divina.

Pertanto, in “Gesù Maestro, Via, Verità e Vita” vivente e operante nell’Eucaristia e nella Chiesa, non intendiamo soltanto di presentare, di onorare Gesù come “Dottore” delle verità divine, Gesù Cristo profeta; ma intendiamo di presentare agli uomini, al nostro popolo, ai fedeli, “Gesù Cristo totale” cioè come Egli stesso si è presentato a noi: Profeta, Re e Pastore, Sacerdote e Ostia: Verità, Via, Vita.

Questa visione, questa presentazione e conoscenza integrale del Cristo nella luce di “Gesù Maestro, Via, Verità e Vita”, oggi s’impone. S’impone per la ricostruzione dell’uomo sul piano naturale; s’impone per la rieducazione e formazione del cristiano; s’impone per una visione sempre più chiara e precisa dei compiti della scuola, dell’educazione, della pedagogia; s’impone per la formazione dei Pastori di anime e di quanti lavorano con essi, per formare l’uomo integrale, il vero e perfetto cristiano, cioè “l’uomo che pensa, giudica ed opera costantemente secondo la retta ragione, illuminata dalla luce soprannaturale delle cose”; s’impone per comprendere a fondo e vivere il mistero cristiano il quale è luce di verità per la mente, è Via sicura per la volontà in cammino verso la santità, è vita che comunica al cuore la grazia.

La devozione al Divin Maestro, Via, Verità e Vita, non è quindi soltanto un modo d’invocare, di pregare Gesù, ma una “vera devozione” che ILLUMINA, orienta e vivifica tutta la vita naturale e soprannaturale dell’uomo, tracciando in questi nostri tempi disorientati e sconvolti una vera scuola di vita umana e cristiana per avvicinare “tutto l’uomo” a Gesù Cristo completo. Per “instaurare, veramente, omnia in Christo”.

Dopo tante deviazioni e tante dispersioni “la rieducazione dell’umanità deve muovere da Cristo come da suo fondamento indispensabile” (Pio XII).

In Cristo è la nostra salvezza, non solo la salvezza eterna, ma anche la salvezza dei valori umani.

Ma in Cristo, Via, Verità e Vita!

“A questo ritorno invita appunto il Figlio di Dio che è Via, Verità e Vita. Verità che sublima l’uomo, via di felicità, vita che eterna l’uomo” (Pio XII, 24 dicembre 1943).

 

Quanta bella chiarezza, di dottrina e di pensiero, in questi pensieri di don Lamera; pensieri relativamente semplici, peraltro, ché egli non era, né si credeva di essere, un teologo, né pretendeva di dir cose originali o profonde: era semplicemente un buon prete e un discreto comunicatore, che sapeva andare all’essenziale delle cose, sul modello di quel grande papa, lui sì straordinariamente colto e profondo, che è stato Pio XII: entrambi da pastori di anime, non da teologi e tanto meno da rinnovatori della teologia, come oggi qualsiasi Enzo Bianchi crede di essere, avevano come unica preoccupazione il bene dei credenti. Non fa il bene dei credenti, evidentemente, chi continuamente semina dubbi angosciosi, perfino sconfortanti, e confessa ad ogni momento di essere lui stesso privo di risposte, come fa il signor Bergoglio; anche perché le risposte alle massime domande dell’esistenza, il credente non è chiamato a darle lui stesso, ma soltanto a cercarle e trovarle nel Vangelo. Don Lamera non si sarebbe mai sognato di dire, come fa il signor Bergoglio, che la Madonna, ai piedi della croce, si sarà sentita ingannata da Dio, pensando che l’Angelo le aveva promesso che suo Figlio avrebbe regnato per sempre, e avrà pensato che quelle erano state soltanto bugie; don Lamera non avrebbe mai e poi mai risposto, a un bambino rimasto orfano e gli chiedeva perché Dio permette certe prove, che nessuno lo sa, nessuno lo può dire, e che si deve diffidare di chi dice di saperlo, ma che in compenso, un giorno, fra non si sa quanti anni, avrebbe capito da sé. No, perché un vero pastore di anime non lascia mai le anime nello sconforto e non si fa mai lui stesso causa di dubbi e smarrimenti; se ha dei dubbi di fede, li tiene per sé, cerca di chiarirseli, ma non li riversa sulle anime alle quali si rivolge nella sua predicazione, perché quelle anime gli sono state affidate da Dio e un giorno dovrà rendere conto di esse, dalla prima all’ultima, di quello che ha fatto e di quello che non avrà fatto affinché tutte, dalla prima al’ultima, potessero trovare Dio. Il modello è sempre Gesù Cristo: il quale, nella preghiera al Padre suo, durante l’Ultima Cena, poté dire in perfetta verità: Mentre io ero con loro, io li conservavo nel tuo nome; quelli che tu mi hai dati, li ho anche custoditi, e nessuno di loro si è perso, tranne il figlio di perdizione, affinché la Scrittura fosse adempiuta (Giovanni, 17, 12). Gesù può dire al Padre celeste di aver vegliato sulle pecorelle che gli aveva affidato, di averle custodite e di averle conservate nella verità, tranne una, quella che ha voluto perdersi, facendo un cattivo uso della sua libertà (altro che Giuda salvato e perdonato: un’altra eresia dell’eretico Bergoglio, che contraddice frontalmente le precise parole di Gesù: e nessuno di loro si è perso, tranne il figlio della perdizione).

Don Lamera, abbiamo detto, va dritto all’essenziale, al cuore del problema. Il cuore del problema è l’allontanamento degli uomini da Cristo, con tutto ciò che questo comporta sia nella vita dei singoli, sia nella storia. Ad una umanità disorientata, avvilita, priva di punti di riferimento, angosciata dalle incerte prospettive del futuro e da una serie d’incognite che sembrano moltiplicarsi con l’avanzare del progresso tecnologico e dello stesso benessere materiale, bisogna tornare a indicare il solo modello perfetto, il solo Maestro che non inganna, la sola via che conduce alla verità e alla vita: Cristo. Ogni altra fede, ogni altra speranza è illusoria, e fonte di amare delusioni. Pio XII, nel momento più cupo della tragedia della guerra, nella vigilia di Natale del 1943, indica la strada, la direzione da tenere: Ritornare a Cristo. Allontanandosi da Lui, l’umanità si è posta sulla via della superbia, dell’avidità, della lussuria, della crudeltà e dell’ingiustizia; perché solo in Lui vi sono la mitezza, la generosità, la temperanza, la compassione, la giustizia. Tutte le ideologie di questo mondo hanno creato funeste illusioni; tutte le rivoluzioni si sono rivelate distruttive; non è vero che nella storia c’è stato un progresso: se c’è stato sotto alcuni punti di vista, c’è stato, sotto altri, un evidente regresso. Quel che gli uomini hanno guadagnato sul piano dei cosiddetti diritti civili, sovente lo hanno ottenuto togliendo qualcosa ad altri: per esempio, se la donna ha guadagnato il diritto legale di “disporre del proprio corpo”, cioè di abortire, il nascituro si è visto privato del diritto di nascere. E questo perché gli uomini, da soli, con le loro sole forze, non sono capaci di realizzare la giustizia. Non solo: il loro cuore resta inquieto e scontento, la loro coscienza rimprovera loro oscuramente qualcosa, ma non sanno che cosa, e si gettano ancor più nella caccia ai beni materiali; e, così facendo, si allontanano sempre di più dal bene e dalla vera pace. Solo in Cristo l’uomo può trovare la realizzazione di se stesso, delle sue più alte aspirazioni; tutti gli altri idoli, il successo, il denaro, il potere, il piacere, tradiscono la sua natura e lo fanno regredire a livelli più bassi, di crescente egoismo e di crescente inconsapevolezza. Quanto alle altre religioni, con le quali, a partire dal Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica dovrebbe “dialogare”, dovremmo invece ritrovare la piena consapevolezza, pur nel rispetto delle singole persone, che non tutte sono buone e non tutte sono vere; che alcune sono malvagie e tutte sono false, tranne quella insegnata da Gesù, perché non conducono l’uomo alla verità, che è una ed una sola. Con buona pace del signor Bergoglio, secondo il quale Dio non è cattolico ed è il Padre di tutte le confessioni, Dio, al contrario, è cattolico, ed è il Padre della religione cattolica. Non è superbia, non è arroganza pensare e dire queste cose: è perfettamente logico e naturale. Non ci possono essere due verità differenti, e non si possono servire due padroni. Gesù non ha detto: Seguite la fede che volete, tanto in ciascuna vi è un riflesso della verità divina; ma ha detto: Convertitevi e credete al Vangelo. E ancora: Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo; ma chi non crederà sarà condannato. Chiaro, no?

 

   

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