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Fonte lascuredielia.blogspot.it 17/02/2018

Autore don Elia

Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli… non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male (Mt 6, 9.13).

È il Signore stesso che ci ha insegnato a pregare, sia con la dottrina che con l’esempio. La prima parola della preghiera cristiana per eccellenza, che in prossimità del Battesimo è consegnata ai catecumeni, manifesta la condizione propria del battezzato, l’inaudita figliolanza divina. Il diletto Unigenito, Figlio eterno per natura, ci ha resi figli per partecipazione mediante l’incorporazione a Sé. Nel Vangelo il comportamento stesso del Messia è rivelatore: Egli non prega mai insieme con i discepoli, ma sempre da solo; la Sua relazione con il Padre è assolutamente unica e irripetibile, pur potendo essere comunicata per grazia, motivo per cui insegna loro come rivolgersi a Lui. Tale istruzione proviene proprio da Colui che, facendosi uomo, ci ha dischiuso le insondabili profondità della vita trinitaria al fine di aprircene l’accesso con la fede e i Sacramenti.

La nuova traduzione del Pater noster, che in Francia è già entrata nell’uso liturgico con la prima Domenica di Avvento, è stata presentata come un tentativo di rendere il testo originale in modo più adeguato alla mentalità contemporanea. La vecchia traduzione della penultima domanda – si ripete – non era errata, ma poteva provocare degli equivoci, facendo pensare che Dio stesso sia origine della tentazione. Personalmente posso testimoniare che, da quando la recito, un’idea del genere non mi hai nemmeno sfiorato, come moltissimi cattolici praticanti. Il problema potrebbe sorgere per quanti hanno scarsa familiarità con la fede, ma credo proprio che non si arrovellino per questo genere di questioni. La difficoltà nasce piuttosto per chi prega abitualmente ed è quindi intimamente legato alla lettera di determinate formule, specialmente se provengono direttamente dal Vangelo: continui cambiamenti non aiutano certo a crescere nell’unione con Dio.

Pare proprio, dunque, che ci troviamo di fronte all’ennesimo caso di problema inesistente, la cui “soluzione” non fa altro che complicare ulteriormente la vita dei credenti. Lasciamo da parte l’istruzione Liturgiam authenticam, che, ormai totalmente cassata, raccomandava traduzioni fedeli ai testi originali, ma fa parte dei molteplici tentativi di rimediare ai disastri della cosiddetta “riforma liturgica” senza andare alla radice del male. Lasciamo altresì da parte le dotte disquisizioni sul verbo greco eisphérō, tradotto esattamente dalla Vulgata con il verbo inducere, che in italiano significa indurre. C’è poi la parola tentazione (peirasmós, tentatio), che nella Bibbia indica tanto una prova di qualsiasi genere quanto la sollecitazione al male. Se volessimo accodarci agli esegeti nelle loro interminabili – e discordi – elucubrazioni, non ne verremmo più fuori, ma ci perderemmo in un labirinto senza via d’uscita. Basta un po’ di buon catechismo per sapere che Dio non sollecita nessuno al peccato (cf. Gc 1, 13-15), ma per saggiarci permette che il diavolo ci tenti, così come ci  mette alla prova in tanti altri modi, permettendo disgrazie, ingiustizie e malattie.

L’impressione è che questa volontà ostinata di “correggere” i testi sacri, almeno in traduzione, scaturisca da un tacito rifiuto della paternità divina, quale ci è stata rivelata dalla Scrittura e dalla Tradizione, a vantaggio di una nuova immagine di Dio, costruita intellettualmente in modo che sia compatibile con la “cultura” odierna. Il fatto è che la società attuale è, almeno nella sua dimensione pubblica, rigorosamente atea. Non tiene più nemmeno il deismo illuministico, che del resto era una menzogna bella e buona (si fa per dire), essendo volutamente pensato per sfociare nell’ateismo di massa. Una certa “pastorale”, tuttavia, si attarda caparbiamente a cercare un dialogo con chi, da quell’orecchio, non ci sente più da un pezzo. Davvero quella parte della Chiesa è rimasta indietro di duecento anni, come uno dei suoi principali ispiratori rinfacciava alla parte “conservatrice”, senza rendersi conto che accusava se stesso.

Che il Padre celeste metta alla prova i Suoi figli per educarli, correggerli e farli crescere in grazia è un’idea insopportabile agli esponenti della “neochiesa”, i quali, avendo adottato il culto dell’uomo, professano ormai un altro “dio”, inventato a immagine e somiglianza dell’uomo postmoderno, dimentico della propria natura e vocazione, incapace di vera paternità e ripiegato sulla ricerca di godimenti immediati quanto fugaci. Quei signori propongono un’idea di Dio adatta a persone immature che si rifiutano di maturare e funzionale a un loro illusorio benessere. Una “fede” del genere non serve esattamente a nulla, se non a fornire un vago conforto emotivo, quando se ne provi il bisogno, a chi “sceglie” di cercarlo lì. La parrocchia, di conseguenza, diventa per molti un rifugio in cui sentirsi autorizzati a regredire psicologicamente, moralmente e spiritualmente. Il cambio di paradigma dell’Amoris laetitia è tutto qui: non c’è nessuna riscoperta evangelica, ma soltanto la legittimazione di una resa incondizionata al nemico, che ha ridotto tanti cattolici a bambocci inabili a una vita morale matura, inconsapevoli del fatto che Cristo concede a tutti la grazia sufficiente per adempiere i Comandamenti e ignari dei Comandamenti stessi, che dobbiamo osservare per poter essere graditi a Dio.

In parole povere, un membro o un dirigente della “neochiesa” è uno che non sopporta che ci sia Qualcuno al di sopra di lui, verso il quale, con lo sforzo personale e con l’aiuto della grazia, sia chiamato a innalzarsi e al quale debba un giorno rendere conto. Il suo “dio” è qualcuno a cui deve andar bene qualsiasi scelta o comportamento umano e che non ha mai nulla da recriminare o tanto meno da giudicare, visto che è “misericordioso”; ma questa è soltanto un’idea puerile che dovrebbe servire a far star meglio le persone: in che senso non è chiaro, visto che è contraria, non dico alla fede rivelata, ma al semplice buon senso, anche dell’aborigeno australiano o del pigmeo equatoriale (i quali, quanto a religiosità naturale, potrebbero dar lezione a tanti pseudocattolici). L’immagine che mi sembra render più da vicino quell’idea è quella del distributore di bevande calde: in ufficio non è indispensabile alla sopravvivenza, ma, già che c’è, ci si ficca dentro la monetina e ci si beve un caffè, interrompendo ogni tanto la pausa per lavorare pure un pochino…

E voi, in un contesto del genere, volete parlare di Humanae vitae, indissolubilità del matrimonio, continenza prematrimoniale e via dicendo?… È semplicemente penoso lo spettacolo di quelli che si affannano a “salvare” la dottrina pur aggiornandone l’applicazione: se è immutabile la verità rivelata, è altrettanto immutabile la prassi morale che su di essa si fonda. E poi, di fatto, per la maggior parte dei battezzati è finito il Magistero, che non conta assolutamente più nulla. Forse quei “teologi” vorrebbero rassicurare i pochi cattolici che hanno ancora la fede illudendoli che in realtà non stia cambiando nulla. Ma sono cinquant’anni che ci cantano questa manfrina… ed è cambiato tutto, è nata una nuova religione. Ci prendono per cretini? A nuova religione, nuovo culto e nuove preghiere: se non altro, in questo sono molto coerenti. Per modificare la fede, bisognava inventare nuovi modi di rivolgersi e di rendere onore alla divinità (che in questo caso, essendo una proiezione dell’uomo, non esige da lui alcun ossequio – concezione obsoleta e strasuperata – ma desidera soltanto una sua infantile felicità in questa vita; d’altronde, ce n’è forse un’altra?!?).

Quando chiediamo al Padre di non indurci in tentazione, non ci aspettiamo certo che ci esoneri da qualsiasi prova, ma che ci preservi dalle tentazioni superiori alle nostre forze. Una tentazione può provenire da tre sorgenti: il diavolo, il mondo, la carne. Oggi il diavolo è scatenato; il mondo è impazzito; la carne sollecitata in modi e con mezzi inediti, impensabili fino a pochissimi decenni fa. Il Padre sa bene fino a che punto le nostre anime siano indebolite non solo dalla mancanza di una solida formazione e di un previdente addestramento, ma anche dai continui assalti delle forze nemiche, alle quali nulla sembra più opporsi. Per questo dobbiamo recitare il Pater con un ardore e una consapevolezza rinnovati, domandando a Dio di non lasciare che la prova ci schiacci e che le tenebre ci risucchino. Non dimentichiamo mai che la Sua assistenza e la Sua grazia non sono un dovuto: sono un dono concesso per pura benevolenza a creature peccatrici. Chiediamo quindi con umiltà e perseveranza: il Padre celeste non delude i Suoi figli; a chi accetta la sua severa pedagogia fa gustare dolcezze incomparabili.

 

Mi hai fatto conoscere le vie della vita; mi colmerai di letizia con il tuo volto: alla tua destra delizie senza fine (Sal 15, 11).

 

https://www.youtube.com/watch?v=CiMZUiQkSuU&feature=youtu.be

   

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