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Fonte chiesaepostconcilio.blogspot.it 15/02/2018

Autore Maria Guarini

Leggo sulla rivista First thing un recente articolo dello scrittore cattolico statunitense George Weigel, noto anche come amico a biografo di Giovanni Paolo II, che avevamo già avuto occasione di incontrare qui sulla situazione della Chiesa in Cina. Il titolo dell'articolo: The Catholic Church doesn’t do “paradigm shifts” (La Chiesa cattolica non opera “cambiamenti di paradigma”).
 
L'espressione “cambiamenti di paradigma” è stata coniata da Thomas Kuhn nella sua opera: La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962). Essa sta ad indicare una rottura drammatica, improvvisa e inaspettata nella comprensione umana e quindi qualcosa come un nuovo inizio (ad esempio il passaggio dalla cosmologia di Isaac Newton ad Einstein).

Possono darsi “cambiamenti di paradigma” nella Chiesa? 
Weigel risponde negativamente:
« […] l’evoluzione della comprensione del Vangelo nel corso dei secoli da parte della Chiesa non è una questione di “cambiamenti di paradigma”, o di rotture, o d’interruzioni radicali e nuovi inizi; è ciò che i teologi chiamano lo “sviluppo della dottrina”. E, come ci ha insegnato il Beato John Henry Newman, l’autentico sviluppo dottrinale è organico e in continuità con “la fede che è stata trasmessa ai credenti una volta per tutte” (Giuda 1,3). La Chiesa cattolica non provoca rotture: quella sperimentata 500 anni fa, ha prodotto risultati catastrofici per l'unità dei cristiani e per la causa di Cristo ». 
L'esatta nozione di continuità, del resto, ricorre nella massima lapidaria di San Vincenzo di Lerino (Commonitorium, 2) : «Quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est»; quello a cui un vero cattolico deve attenersi comunque e soprattutto nelle situazioni difficili. Massima richiamata nei testi di teologia e in innumerevoli documenti ufficiali.
 
Parolin e il cambiamento di paradigma dell'Amoris Laetitia

Poste queste premesse, che pensare dell'uso dell'espressione da parte del Segretario di Stato card. Pietro Parolin, in riferimento all’Esortazione post-sinodale Amoris Laetitia? Weigel sottolinea in maniera netta:
« il cardinale non può aver voluto dire che Amoris Laetitia è un “cambio di paradigma” nel senso di una rottura radicale con la precedente interpretazione cattolica. Perché la Chiesa cattolica non fa “cambiamenti di paradigma” in questo senso ».
Tuttavia esiste una situazione innegabile di confusione, visto che nelle varie chiese locali si è determinata e si va diffondendo una diversa interpretazione dei contenuti che rappresenta una radicale rottura con il Depositum fidei. Sotto il pretesto che la dottrina non cambia ma progredisce per rispondere alla sfide del mutamento dei tempi... Ne troviamo conferma in un recente documento nel quale apertis verbis il papa afferma che l’evoluzione dottrinale, determinata anche dalla «mutata consapevolezza del popolo cristiano», è proiettata ad un progresso senza il quale si umilierebbe l'azione dello Spirito Santo. E lo fa attraverso una citazione monca alla quale seguono conclusioni inedite, seppur incastonate di ulteriori citazioni strumentali:
«La Tradizione è una realtà viva e solo una visione parziale può pensare al “deposito della fede” come qualcosa di statico. La Parola di Dio non può essere conservata in naftalina come se si trattasse di una vecchia coperta da proteggere contro i parassiti! No. La Parola di Dio è una realtà dinamica, sempre viva, che progredisce e cresce perché è tesa verso un compimento che gli uomini non possono fermare. Questa legge del progresso secondo la felice formula di san Vincenzo da Lérins: «annis consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate» (Commonitorium, 23.9: PL 50), appartiene alla peculiare condizione della verità rivelata nel suo essere trasmessa dalla Chiesa, e non significa affatto un cambiamento di dottrina.
Non si può conservare la dottrina senza farla progredire né la si può legare a una lettura rigida e immutabile, senza umiliare l’azione dello Spirito Santo. «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri» (Eb 1,1), «non cessa di parlare con la Sposa del suo Figlio» (Dei Verbum, 8). Questa voce siamo chiamati a fare nostra con un atteggiamento di «religioso ascolto» (ibid., 1), per permettere alla nostra esistenza ecclesiale di progredire con lo stesso entusiasmo degli inizi, verso i nuovi orizzonti che il Signore intende farci raggiungere». (Discorso di Bergoglio al Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione per il venticinquesimo anniversario di promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, 11 ottobre 2017)
E' ormai consuetudine da parte di Bergoglio - e di chi per lui - servirsi di citazioni addomesticate, prendendone una parte e tagliandone le affermazioni divergenti dalle sue. Lo ha già fatto, nell'Amoris Laetitia,  con citazioni monche di San Tommaso, di Giovanni Paolo II (Familiaris Consortio, 84). Lo stesso Parolin, suo indubbio portavoce, ha fatto un'operazione analoga col pensiero di Benedetto XVI nell'ambito della questione Vaticano/Cina [qui nella risposta del card. Zen].
Nel discorso (supra) Bergoglio cita San Vincenzo da Lerino per affermare che la trasmissione della verità non implica cambiamenti di dottrina. Ma tralascia quanto precisa il lerinense dopo aver descritto le leggi dello sviluppo nel mondo della natura e cioè : 
Ita etiam christianae religionis dogma sequatur has decet profectuum leges, ut annis scilicet consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate, incorruptum tamen inlibatumque permaneat et universis partium suarum mensuris cunctisque quasi membris ac sensibus propriis plenum atque perfectum sit, quod nihil praeterea permutationis admittat, nulla proprietatis dispendia, nullam definitionis sustineat varietatem.
Anche il dogma della religione cristiana bisogna che segua queste leggi di sviluppo: che cioè si consolidi con gli anni, si dilati col tempo, cresca con l’età, ma rimanga in ogni caso integro e intatto, e sia compiuto e perfetto nella proporzione di tutte le sue parti e, per cosí dire, in tutte le sue membra e i suoi sensi; e che inoltre non ammetta alcun tipo di mutamento e non subisca alcuna perdita di significato né alcuna variazione nei contorni (traduzione di padre Scalese qui ).
 Tornando a George Weigel, queste le sue conclusioni: 
« Questa frammentazione non è cattolica. Cattolicesimo significa un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, e l’unità è uno dei quattro segni distintivi della Chiesa. Questa unità significa che la Chiesa incarna il principio di non contraddizione, in modo che ciò che è peccato grave sulla riva polacca del fiume Oder non può essere fonte di grazia sulla riva tedesca. Qualcosa si è rotto nel cattolicesimo, oggi, e non sarà sanato dagli appelli ai “cambiamenti di paradigma”. Nel cristianesimo dei primi secoli i vescovi si confrontavano con franchezza e, quando necessario, si correggevano fraternamente a vicenda. Questa prassi è essenziale oggi come lo era ai tempi di Cipriano e Agostino, per non parlare di Pietro e Paolo ».
Conclusioni ulteriori

Assodato che la frammentazione non è cattolica, dobbiamo andare alle cause, rendendoci anche conto che non abbiamo a che fare con qualcosa di autonomo, con un processo innescato dall'esterno come potrebbero far pensare altre espressioni papali come, ad es: “Si tratta di generare processi più che dominare spazi” che già delinea il divenire processuale della dottrina imposto dalle esigenze dei tempi più volte riconosciuto e stigmatizzato. Siamo alle prese con la risultante di spinte intrinseche operanti da molto tempo, all'inizio subdolamente oggi senza più maschere, che hanno portato alla sostituzione del paradigma definitorio e oggettivante, che attraversa i secoli, col paradigma ermeneutico storicista, legato alle mode del tempo. E questo nuovo paradigma, come osserva con grande efficacia Padre Giovanni Scalese [qui], è andato già consolidandosi e costituirebbe una nuova svolta del pontificato, frutto di ulteriori strategie adattative. E infinite volte ho evidenziato distorsioni ed effetti della tradizione 'vivente' in senso storicista con annessi e connessi [un esempio qui].
L'unica risposta adeguata dovrebbe essere modificare tutte le variabili che alla resa dei conti hanno prodotto il nuovo paradigma. Per farlo efficacemente, è indispensabile non fermarsi al post hoc trascurando il propter hoc, cioè all'analizzare l'effetto (rivoluzione) senza curarsi delle cause prossime e remote e di come hanno agito attraverso le ambiguità, le innovazioni e i circiterismi conciliari. E non si può continuare a farlo solo denunciando e parlandone tra noi. Il nostro impegno serve a custodire i semi e a depositarli qua e là, come e dove le diverse situazioni lo permettono. Ma spetta ai Pastori passare alle vie di fatto. (Maria Guarini)
   

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