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Fonte accademianuovaitalia.it 10/02/2018 

Autore Francesco Lamendola

Alla domanda che cos’è il peccato?, il buon vecchio Catechismo di Pio X distingueva fra "Peccato originale" e "peccato attuale", e quest’ultimo era suddiviso in "peccato mortale e peccato veniale"

Alla domanda Che cos’è il peccato?, il buon vecchio Catechismo di Pio X distingueva fra Peccato originale e peccato attuale, e quest’ultimo era suddiviso in peccato mortale e peccato veniale. Il peccato mortale, quello che qui c’interessa, era così definito: Il peccato mortale è una disubbidienza alla legge di Dio in COSA GRAVE, fatta con PIENA AVVERTENZA e DELIBERATO CONSENSO.

Alla domanda: Siamo obbligati a osservare i comandamenti di Dio?, rispondeva: Siamo obbligati a osservare i comandamenti di Dio, perché sono imposti da Lui, nostro Padrone supremo, e dettati dalla natura e dalla sana ragione. E alla domanda: Chi trasgredisce i comandamenti di Dio pecca gravemente?, rispondeva: Chi deliberatamente trasgredisce anche un solo comandamento di Dio in materia grave pecca gravemente contro Dio e perciò merita l’inferno.

Chiaro, chiarissimo, vero?; anche troppo, penserà qualcuno; e troppo duro, troppo minaccioso. Un classico esempio di “pedagogia della paura”, dirà, sulla scia di padre Ermes Ronchi. Benissimo. Andiamo allora a vedere che cosa dice, a proposito del peccato, il Catechismo della Chiesa cattolica, approvato da Giovanni Paolo II e pubblicato nel 1992: (§§ 1849-1850):

 

  1. Il peccato è una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza; è una trasgressione in ordine all’amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni. Esso ferisce la natura dell’uomo e attenta alla solidarietà umana, è stato definito “una parola, un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna” (S. Agostino).
  2. Il peccato è un’offesa a Dio: “Contro di te, contro te solo ho peccato. Quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto” (Sal 51,6). Il peccato si erge contro l’amore di Dio per noi e allontana da lui i nostri cuori. Come il primo peccato, è una disobbedienza, una ribellione contro Dio, a causa della volontà di diventare “come Dio” (Gn 3,5), conoscendo e determinando il bene e il male. Il peccato pertanto è “amore di sé fino al disprezzo di Dio” (S. Agostino). Per tale orgogliosa esaltazione di sé, il peccato è diametralmente opposto al’obbedienza di Gesù, che realizza la salvezza (cf Fil 2,6-9).

 

I due paragrafi non si integrano molto bene; il primo offre una definizione soprattutto laica del peccato, il che è un controsenso: se si tratta di una mancanza contro la ragione, non si dovrebbe neanche parlare di peccato, ma di errore; mentre nel secondo si dà una soddisfacente definizione cattolica. Pare quasi che si siano volute salvaguardare, accostandole, le due morali, laica e religiosa, ponendole su due binari paralleli: sforzo apparentemente lodevole; ma che succede se sorge un contrasto? Certo, la Chiesa ha sempre insegnato che la retta ragione naturale non contrasta, ma conferma, in un certo senso, la legge divina; nondimeno, non ci si può nascondere il fatto che anche le morali atee e materialiste si appellano alla ragione naturale, e ne traggono degli insegnamenti diametralmente opposti. Si cita il salmista, che definisce il peccato un’offesa fatta a Dio, e a Dio solo; ma  ci si appella anche alla verità e alla retta coscienza. Che s’intende qui per retta coscienza? Monsignor Paglia, nel suo scandaloso elogio del defunto Marco Pannella, lo ha definito uomo di altissima spiritualità ed, evidentemente, di retta coscienza; e Bergoglio, nella sua prima intervista a Eugenio Scalfari, aveva dichiarato che, nelle questioni di ordine morale, quel che decide fra il bene e il male è il giudizio della coscienza soggettiva. Allora, la coscienza soggettiva dei radicali giudica che l’aborto, a certe condizioni, sia un bene; e che lo siano anche l’eutanasia, le unioni di fatto, i matrimoni gay, la libertà di drogarsi, di affittare il proprio utero, e, naturalmente, il divorzio. Ora, come la mettiamo con il concetto di peccato come offesa fatta a Dio e trasgressione della sua legge immutabile, espressa nei Dieci Comandamenti? Bisogna decidersi: o si crede che il peccato sia una infrazione dell’ordine divino, o non si crede che esistano peccati, ma soltanto errori.

Per quanto riguarda il Concilio Vaticano II, il documento che pronuncia le parole più chiare sulla dottrina cattolica riguardo al peccato è la costituzione Gaudium et Spes, cap. 37, intitolato L’ATTIVITÀ UMANA CORROTTA DAL PECCATO, nel quale esso è posto in relazione dialettica con il progresso umano:

 

La sacra Scrittura, però, con cui si accorda l'esperienza dei secoli, insegna agli uomini che il progresso umano, che pure è un grande bene dell'uomo, porta con sé una seria tentazione.

Infatti, sconvolto l'ordine dei valori e mescolando il male col bene, gli individui e i gruppi guardano solamente agli interessi propri e non a quelli degli altri; cosi il mondo cessa di essere il campo di una genuina fraternità, mentre invece l'aumento della potenza umana minaccia di distruggere ormai lo stesso genere umano.

Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall'origine del mondo, destinata a durare, come dice il Signore, fino all'ultimo giorno (64).

Inserito in questa battaglia, l'uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l'aiuto della grazia di Dio. Per questo la Chiesa di Cristo, fiduciosa nel piano provvidenziale del Creatore, mentre riconosce che il progresso umano può servire alla vera felicità degli uomini, non può tuttavia fare a meno di far risuonare il detto dell'Apostolo: « Non vogliate adattarvi allo stile di questo mondo » (Rm12,2) e cioè a quello spirito di vanità e di malizia che stravolge in strumento di peccato l'operosità umana, ordinata al servizio di Dio e dell'uomo.

Se dunque ci si chiede come può essere vinta tale miserevole situazione, i cristiani per risposta affermano che tutte le attività umane, che son messe in pericolo quotidianamente dalla superbia e dall'amore disordinato di se stessi, devono venir purificate e rese perfette per mezzo della croce e della risurrezione di Cristo.

Redento da Cristo e diventato nuova creatura nello Spirito Santo, l'uomo, infatti, può e deve amare anche le cose che Dio ha creato.

Da Dio le riceve: le vede come uscire dalle sue mani e le rispetta.

Di esse ringrazia il divino benefattore e, usando e godendo delle creature in spirito di povertà e di libertà, viene introdotto nel vero possesso del mondo, come qualcuno che non ha niente e che possiede tutto (65): «Tutto, infatti, è vostro: ma voi siete di Cristo e il Cristo è di Dio » (1Cor3,22).

 

In questa parte della Gaudium et Spes si nota che la componente sana dell’episcopato riuscì a formulare una dottrina sostanzialmente ortodossa, chi sa dopo quanti tira e molla con la fazione progressista, la quale, avendo battuto il tasto, nei precedenti capitoli, della legittima autonomia delle realtà umane, probabilmente mal digerì questo soprassalto di dottrina a suo vedere ”tradizionalista”. Sia come sia, qui si afferma esplicitamente una verità sacrosanta, poi, un poco alla volta, del tutto obliata dalla neochiesa nei decenni successivi: che tutta la storia umana e tutta la vita delle singole persone altro non sono che una battaglia incessante contro le forze delle tenebre, le quali vorrebbero portare sia i popoli e le società, sia gl’individui, lontani da Dio; e che tale campo di battaglia si trova essenzialmente nell’interiorità dell’anima, perché vi è nell’uomo, a causa della concupiscenza, una trista inclinazione al male; e perché, fra il Vangelo e il mondo, esiste un’alternativa secca e inconciliabile.

 

 

E ora veniamo alla domanda centrale che vogliamo porci: esiste la libertà di peccare? Attenzione: che l’uomo sia  libero, ogni cattolico lo crede fermamente; fa parte della sua fede. Lutero non ci credeva, perciò qualunque accomodamento coi luterani, che prescinda dalla soluzione di questo “nodo”, è tecnicamente impossibile; e, se oggi pare che sia, invece, a portata di mano, ciò accade solo perché il falso papa Bergoglio ha portato qualunque discussione sul piano delle emozioni, dei sentimenti, della “pancia”, e ha del tutto, e intenzionalmente, oscurato la dimensione dottrinale, teologica e razionale. In ciò sta la ragione del (relativo) consenso di cui gode, specie mediante l’uso spregiudicato dei mass media; ed è questo che gli permette di oltrepassare ogni ostacolo – ma solo, si badi, sul terreno delle parole, non certo su quello dei fatti: perché ogni questione, con lui, si riduce a retorica, buonismo, misericordia da quattro soldi - mentre la sostanza dei problemi, problemi veri e concreti, non astratti cavilli “dottrinali”, nel senso negativo che dà Bergoglio alla parola “dottrina”, ossia come qualcosa di rigido e divisivo, rimane tutta quanta e non si lascia certo “risolvere” da omelie demagogiche e da documenti ambigui e confusi, o peggio, come l’esortazione Amoris laetitia, che seminano svariate interpretazioni, frantumando l’unità della Chiesa docente e causando un grave scandalo nelle anime dei fedeli (poiché ci sono divorziati risposati che ricevono la Comunione, e altri che non la ricevono).

Dunque: che esista, come fatto concreto, la possibilità di peccare, è cosa ovvia e innegabile, e si spiega, appunto, con la libertà dell’uomo: essendo dotato di libero arbitrio, l’uomo può decidersi per Dio o contro Dio, può accogliere il suo invito amorevole, e accettare pienamente la sua legge, oppure può ribellarsi, per superbia, per invidia, come Adamo ed Eva, e rifiutare, così, anche il suo amore e la sua legge infinitamente sapiente e provvidente. Ma altro è la possibilità, altro la libertà. Noi diciamo che una scelta è libera quando è svincolata da condizionamenti e quando il soggetto può decidesi fra due, o più, alternative, in modo pienamente autonomo. La parola “autonomia” significa che un soggetto si fa da sé il proprio nomos, la propria legge; ed è, pertanto, una parola che sottende un concetto laico, secondo il quale l’uomo può legittimamente essere norma a se stesso. Ora, la nostra domanda è se, da un punto di vista cattolico, si dia all’uomo una tale autonomia, da cui scaturisce un tale concetto di libertà. Questo nodo, che stiamo discutendo, è uno dei nodi centrali intorno ai quali si gioca la partita decisiva fra la vera e la falsa Chiesa, fra la vera e la falsa dottrina, per cui dobbiamo raddoppiare di attenzione nell’uso delle parole e dei relativi significati. A noi sembra che, nella prospettiva cattolica, l’autonomia laicamente intesa, cioè l’autonomia piena e legittima della coscienza umana davanti a Dio, non sussista, per la semplice ragione che essa corrisponderebbe alla legittima possibilità di dire di no sia a Dio, che al suo amore e alla sua legge, cioè alla sua giustizia. Ma il rifiuto di Dio non è mai moralmente legittimo: è una possibilità, una possibilità implicita nel fatto del libero arbitrio; ma che da essa scaturisca una legittima opposizione a Dio, o un legittimo rifiuto di Dio, questo no, mai. L’uomo ha bensì la possibilità di dire di no a Dio, ma una tale decisione non è legittima, è illegittima. Scegliere il male, l’errore, la menzogna; scegliere di mettersi contro Dio e contro la sua giustizia non è mai, per nessuna ragione, una scelta legittima: è una possibilità reale e concreta, ma non per questo è legittima, perché non è moralmente giustificabile. La neochiesa gioca sulla confusione tra il concetto di possibilità e quello di libertà: ma non tutte le cose possibili sono legittime, e non tutte devono essere fatte. Vi sono cose possibili, ma ingiuste, che non devono essere fatte, perché ciò corrisponderebbe ad una violazione della Verità e, di conseguenza, a una violazione della legge divina.

 

 

La partita si gioca qui. La neochiesa modernista e progressista ha introiettato la prospettiva laicista e secolarizzata, secondo la quale l’uomo ha il diritto di fare legittimamente ciò che rientra nelle sue possibilità. La Chiesa cattolica ha sempre insegnato una cosa del tutto diversa: che Dio solo è padrone assoluto di ogni cosa, e che a lui solo spetta la conoscenza dell’albero del Bene e del Male; l’uomo ha la possibilità di fare il male, ma non ne ha il diritto, quindi non è moralmente libero di farlo. Se lo fa, viola la legge divina e, in linea di massima, anche la legge naturale, la quale è in accordo quella, dato che la natura è creazione di Dio. La pretesa del neoclero che l’uomo sia arbitro e giudice della propria coscienza, e, cosa che va di pari passo, il rifiuto di giudicare le scelte altrui (chi sono io per giudicare?) non è conforme alla dottrina cattolica e non è in linea con il Magistero immutabile, semmai con certe posizioni larvatamente ereticali che la neochiesa ha introdotto nel magistero (lettera minuscola) del Concilio Vaticano II e dei pontificati successivi. La neochiesa vuol fare leva sull’orgoglio e la superbia umani per indurre i cattolici a credere di avere, in ambito morale, una libertà legittima a trecentosessanta gradi, tanto è vero che essa cerca di minimizzare peccati anche molto gravi, come il divorzio e l’aborto, per non parlare della sodomia, che ancora il Catechismo approvato da Giovanni Paolo II definisce uno dei quattro peccati che gridano vendetta davanti a Dio, come già quello di Pio X. Ma per i neoteologi e i neovescovi si tratta di una legittima espressione della sessualità umana. E allora, chi parla nel nome di Gesù Cristo e chi sta mentendo?

   

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