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Fonte accademianuovaitalia.it 04/02/2018 

Autore Francesco Lamendola

Una verità evidente: la Bibbia va letta con fede non solo con la ragione. E per il semplicissimo motivo che il suo contenuto è una Rivelazione di ordine soprannaturale: è la Parola di Dio, ben diversa da ogni altra parola umana

La Bibbia è un libro che si deve leggere con fede, non solamente alla luce della ragione naturale, per il semplicissimo motivo che il suo contenuto è una Rivelazione di ordine soprannaturale: è la Parola di Dio, ben diversa da ogni altra parola umana, per quanto ispirata e sublime essa ci possa apparire.

Ecco: abbiamo detto una verità evidente, quasi banale; una di quelle verità che un tempo - non così lontano che non ce ne ricordiamo perfettamente, noi che, in senso anagrafico, non possiamo ancora considerarci “vecchi” – venivano insegnate a ogni bambino che frequentava il catechismo, in vista della Prima Comunione. Dunque: fino ai primi anni ’60, qualsiasi bambino di una famiglia cattolica, cioè quasi qualsiasi bambino italiano, sapeva perfettamente come si deve leggere la Bibbia: non solo con la testa, ma anche con tutta l’anima, e, sopratutto, chiedendo la luce divina per comprenderne il significato. Qualunque bambino di sette, otto anni, pertanto, sapeva perfettamente come non si deve leggere la Bibbia e come non si arriva a comprenderne il senso: vale a dire, se ci si pone di fronte ad essa con un atteggiamento di superbia intellettuale. Prendiamone buona nota, e andiamo avanti.

Passano appena pochi anni, arriva la “stagione” del Concilio, che ha riempito di speranze e aspettative quasi messianiche (del resto, pompate ad arte dai mezzi d’informazione, non propriamente disinteressati) e tutto cambia. Quella semplice, evidente verità scivola via, non si sa dove, scompare nel dimenticatoio. Ora vengono innanzi dei nuovi teologi, giovani e grintosi, che vogliono dialogare con il mondo, fare amicizia coi luterani, camminare accanto agli ebrei e ai musulmani, valorizzare tutto e tutti, anche gli atei militanti e i nemici della Chiesa: e, soprattutto, che hanno molta, molta fiducia nella ragione, mentre diffidano palesemente della fede, che dicono di avere ma di cui parlano sempre meno. Sono i signori della “svolta antropologica”, capitanati da Karl Rahner, un gesuita dalla doppia vita e dal passato non proprio limpido, cose, queste, che non si sapevano allora, e che adesso non si vorrebbero rivangare, visto che le sue teorie sono arrivate al potere e sono diventate la nuova impalcatura teorica della neochiesa progressista e modernista del signor Bergoglio & Soci. E così come non si può dire che Lutero era un pessimo soggetto, che probabilmente si era fatto frate per sfuggire alle conseguenze di un omicidio; che era un lussurioso impenitente, il quale ebbe la sfrontatezza di beneficiare per primo della legge da lui stesso istituita, cioè che non esiste differenza fra clero e laici, ragion per cui si prese subito in moglie una donna, ma non una donna qualsiasi, bensì, quasi per sfregio, una monaca; che seminò, nei suoi scritti, odio a piene mani, verso tutto e tutti quelli che non rientravano nelle sue grazie, per esempio sui contadini insorti nel 1525, e che avevano fidato in lui, mentre lui esortò i signori feudali a massacrarli, sterminarli, sradicarli, tagliarli a pezzi, cancellarli dalla faccia della terra; oppure contro gli ebrei, cosa questa che i neopreti giudaizzanti vorrebbero occultare più di ogni altra, visto che Lutero incitò i “buoni” cristiani, suoi seguaci, a perseguitarli in ogni modo, e, tranne toglier loro la vita, ogni possibile violenza: che fossero spogliati dei loro beni, picchiati, scacciati dalle loro case, andando ben oltre l’antigiudaismo religioso e gettando nel popolo tedesco il mal seme dell’antisemitismo razziale: e come tutte queste cose di Lutero oggi non è politicamente corretto ricordarle, perché Bergoglio & Soci hanno deciso di riabilitarlo e, più o meno, di santificarlo, con tanto di emissione di francobolli celebrativi da parte delle Poste Vaticane, allo stesso modo non è politicamente corretto ricordare qual cattivo soggetto fosse il gesuita Karl Rahner, l’uomo che più di ogni altro svolse un ruolo nefasto nel volgere il Concilio in senso modernista e così, gettando alle ortiche secoli di teologia tomista, dare via libera a una pletora di pseudo teologi, sempre più meschini, sempre più corrivi, fino ai presenti Mancuso, Bianchi e compagnia bella, la cui caratteristica è quella di ostentare un sovrano disprezzo per tutta la Tradizione cattolica e per tutta la filosofia di san Tommaso e di trovare bello e buono solo ciò che non è cattolico, solo ciò che è anticattolico, come se essere cattolici fosse una macchia da tener nascosta, una cosa turpe e vergognosa; e che non sanno fare altro che intonare dei canti di lode alle cose del mondo, allo spirito del mondo, alla giustizia che si deve realizzare nel mondo, al senso della vita che va trovato nel mondo, capovolgendo letteralmente l’essenza del messaggio di Gesù, il quale, se non andiamo errati, nel momento supremo in cui veniva interrogato da Ponzio Pilato, se il suo Regno fosse di questo mondo, rispose: Il mio Regno non è di questo mondo; se fosse di questo mondo, i miei soldati avrebbero combattuto per difendermi.

Non era nient’altro che una ripresa, e una ripresa in grande stile, della vecchia eresia modernista, quella solennemente condannata da san Pio X, con la Pascendi. Da dove era nato il modernismo, quale ne era stata la molla fondamentale, l’elemento che lo aveva proiettato immediatamente nell’ambito dell’eresia? Precisamente dalla domanda su come si debba leggere la Sacra Scrittura. Nutriti (clandestinamente) alla scuola della teologia protestante liberale, i modernisti si erano convinti che la Bibbia va letta innanzitutto con la luce della ragione naturale, perché, dopotutto, è un libro umano, nel senso che è stato scritto da uomini, e quindi soggiace a tutte le limitazioni, i condizionamenti, le imperfezioni di ciò che appartiene alla storia. E giù con gli studi di filologia, per ristabilire il “vero” senso della Scrittura: come se una migliore conoscenza dell’ebraico e del greco antico fosse il requisito indispensabile per la “vera” comprensione della Bibbia, e non già lo spirito di fede. Tutto quel che è venuto dopo, tutta la deriva relativista e storicista, tutta l’autodistruzione progressista e neomodernista dei nostri giorni, partono da lì: da un atteggiamento errato nei confronti della parola di Dio, figlio della superbia e nutrito di pessime frequentazioni luterane, freudiane, marxiste, cioè da una indigestione di elementi fra loro assolutamente incompatibili: l’oscurantismo di Lutero (perché Lutero fu un oscurantista, al centro del cui pensiero vi è il servo arbitrio dell’uomo e la quasi onnipotenza del diavolo nel mondo) e il nichilismo anarcoide della cultura moderna secolarizzata e irreligiosa, da Voltaire a Bertrand Russell, Wilhelm Reich e oltre, fino alle brillanti nullità del “pensiero debole”.

La rovinosa parabola discendente è la seguente: 1, si considera la Bibbia come un qualsiasi libro umano, quindi fallibile; 2, se ne ricava che l’uomo non è stato creato a immagine di Dio, perché tutto il racconto della Creazione altro non è che un “mito”; 3, se ne ricava parimenti, che non esistono i miracoli, quindi la Bibbia è piena di miti, d’invenzioni, di trucchi; 4, Maria, la Madre di Gesù, non ha vissuto il miracolo del Parto verginale: Gesù è nato come nascono tutti gli altri bambini; 5, Gesù, di conseguenza, era un uomo proprio come tutti gli altri, non era né Dio, né il Figlio di Dio, se non in un senso generico e improprio; 6, l’umanità non deve espiare proprio nulla, non c’è il Peccato originale, è solo un mito pure quello, e Gesù non è venuto ad espirare le nostre colpe, anche perché, come uomo, non lo avrebbe potuto, e comunque non ce n’era bisogno; 7, Gesù non è nemmeno risorto, perché, essendo solo un uomo, non poteva sottrarsi alla legge universale del morire; va da sé che non ha redento nessuno e che la morte continua ad avere l’ultima parola nella storia dell’umanità; 8, ma se la morte è l’ultima parola, allora non ha senso credere in qualcosa che sopravviva dopo la morte, non abbiano alcuna garanzia che ci sia un’altra vita, e l’unico atteggiamento “ragionevole”, per l’uomo moderno, è l’agnosticismo; 9, perché fermarsi a mezza strada?, l’agnosticismo è solo un ateismo timido; ma l’uomo moderno ha vinto la timidezza, guarda in faccia le cose, non ha paura di nulla, dunque l‘uomo moderno deve riconoscere che solo l’ateismo è una interpretazione del mondo che sia degna di chi osa utilizzare la ragione sino in fondo, liberandosi da miti, leggende, ipotesi alquanto fumose, credenze un po’ superstiziose, come quelle dei nostri nonni. Ed eccoci arrivati al capolinea: il treno del modernismo si è fermato all’ultima stazione, i viaggiatori possono scendere (in)felici e (s)contenti; pronti, si fa per dire, ad affrontare il nulla della loro vita e della loro morte. Tutto ciò partendo dal cattivo insegnamento di quei cattivi teologi della “svolta antropologica” i quali, per valorizzare indebitamente la ragione naturale, hanno finito per perdere completamente di vista Iddio.

Scriveva don Gioachino Scattolon in uno di quei manuali semplici, ma chiari e bene impostati, che erano la regola prima che la stagione del Concilio facesse sentire i suoi disastrosi effetti anche sul piano dottrinale: Facili lezioni di introduzione biblica (Treviso, Editrice Cor Unum, Figlie della Chiesa, 1964, pp. 71-75):

 Dopo quanto è stato detto della eccezionale eccellenza della sacra Scrittura, qualcuno potrebbe che la conosca un poco potrebbe opporre che spesso per lingua, stile, modo di esprimere le cose e specialmente nel parlare di Dio, essa non è affatto sublime, ma cammina terra terra, al disotto di molti libri degli uomini. Questo fatto è vero e potremo constatarlo anche meglio subito. Il motivo è che Iddio per scrivere a noi la sua verità e la sua legge non prese a suoi strumenti gli Angeli, ma scelse degli uomini e non sempre i più forniti di doni naturali. In questa scelta però, che abbassa di più il Signore e più lo avvicina a noi, troviamo motivo non di scandalizzarci, ma invece di ammirare di più la sua bontà verso di noi. [...]

Per mezzo dell'ispirazione è Iddio che scrive, ed Egli è intelligenza infinitamente perfetta; ci aspetteremmo dunque dei libri in un linguaggio superiore a ogni capacità di uomo; e invece, se non sapessimo per fede che la S. Scrittura è stata scritta da Dio, la diremmo tanto spesso un libro umano: tanto è simile agli altri libri. Ne abbiamo un'idea già dai tratti di storia appresi a memoria da fanciulli, dai brani di Vangelo, che si leggono alla festa [...].

Non si finirebbe più, perché questi scritti s’incontrano a ogni pagina della S. Scrittura. Ma vediamo le ragioni che spinsero Iddio a scrivere così. Perché volle abbassarsi fino a rivestire la sua parola divina di tutte le proprietà e bellezze del linguaggio umano, ma anche di tutte le imperfezioni proprie di esso? Perché Iddio ha ispirato la Scrittura non per il suo onore, ma per il bene nostro; voleva cioè non fare sfoggio della sua divina eloquenza, ma comunicare a noi le sue sublimi verità divine;  se non avesse usato parole ed espressioni umane, talora così carnali da essere anche meno degne di Lui, la nostra pochezza non avrebbe capiti le sue lettere paterne. Come facciano noi stessi? Pensiamo a una mamma col figlioletto, che comincia a balbettare: balbetta anche lei, fosse pure una regina; anzi si adatta a lui non solo nelle parole, ma anche con i gesti: quando, ad esempio, vuol correggerlo, si finge adirata, finge di mordersi le mani… Così Iddio buono nella S. Scrittura: con noi tanto piccoli ha voluto farsi piccolo, con noi imperfetti s’è fatto scrittore imperfetto.

Per lo stesso motivo non con tutti si comporta allo stesso modo, ma secondo la diversa indole e cultura dei figli, ai quali dirigeva immediatamente i suoi scritti: agli Ebrei diede i primi elementi della sua dottrina; ai cristiani, già istruiti in quelle verità elementari, ne insegnò di più perfette; proprio come fanno i maestri a scuola, che insegnano anzitutto i primi rudimenti della scienza e poi le cose più alte e difficili.

Questo modo tenuto dal Signore nello scrivere la Bibbia ci avverte come si debbono intendere molte sue espressioni. Si parla degli occhi del Signore, delle sue orecchie, del suo braccio…; si pente, si adira. Niente di tutto questo in Dio, purissimo e perfettissimo spirito, ma sono modi nostri, umani, di esprimerci di Lu; né possiamo adoperarne altri, perché non Lo conosciamo in se stesso, ma solo attraverso le creature sensibili, specialmente l’uomo, e così attribuiamo a Lui occhi, orecchie, braccia, ira, pentimento, ecc. quasi fosse un uomo come noi e non Dio, infinitamente perfetto. […]

Intenderemo meglio e apprezzeremo di più la condiscendenza di Dio nella S. Scrittura se accosteremo all’ispirazione biblica la divina Incarnazione del Verbo. Il Verbo, facendosi uomo, assunse  della nostra natura umana non solo tutte le perfezioni, ma anche tutte le imperfezioni, eccetto l’errore, che ripugnava alla perfezione della sua intelligenza, ed escluso il peccato, che non era possibile con la santità della sua volontà (Ebr. 4, 15); nel resto divenne in tutto simile a noi per essere a noi più vicino, e così conobbe la fame, la sete, il sonno, la stanchezza, il timore, il tedio, ecc. Diciamo altrettanto del Verbo rivelato nella Scrittura Santa: Iddio assume tutte le perfezioni e imperfezioni degli autori sacri nello scriverla, escluso, come abbiamo visto, l’errore, impossibile a Lui, verità infinita, ed escluso il male, impossibile a Lui, infinita santità; in tutto il resto si adattò alla imperfezione degli agiografi per avvicinarsi di più a noi.

E perché questo adattamento, se non perché voleva scrivere per tutti, rendersi intelligibile a tutti?... Rendiamoci conto di questo tratto d’amore di Dio per noi e, come ammiriamo e amiamo Gesù, perché non disdegnò di divenire in tutto simile a noi, così ammiriamo e amiamo Iddio, che nella Scrittura Santa non disdegnò di rivestire la sua parola di tutte le imperfezioni del linguaggio umano.

 Quanta chiarezza, quanta semplicità, quanta logica naturale in questa paginetta di un bravo prete che si era formato prima del Concilio, e che parlava con la voce di un pastore d’anime. È qui la chiave per uscire dalla crisi in cui siamo caduti, come cattolici e anche come esseri umani: in questa umiltà del cuore, in questa docilità della ragione davanti a ciò che è ad essa superiore, ma non contrario. Tutto il male nasce dalla superbia; dalla superbia dei Rahner, dei Kasper, dei Bianchi, dei Sosa e dei Bergoglio, ai quali non basta la Bibbia così com’è e come la possono leggere tutti, dotti e illetterati, illuminati dalla fede; e che, dimentichi della raccomandazione di nostro Signore Gesù Cristo: fatevi piccoli come dei bambini, se volete entrare nel Regno dei Cieli, vorrebbero trovare un senso ulteriore, che solo le menti eccelse dei neoteologi arrivano a comprendere, per poi farcene graziosamente dono: il dono avvelenato della gnosi…

 

   

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