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Fonte chiesaepostconcilio.blogspot.it 05/01/2018

Autori Paolo Pasqualucci e Maria Guarini

Sul Concilio mons. Livi si mantiene prudente [vedi], però non salva il Concilio né il magistero postconciliare dalle legittime critiche.
 
Scrive che "nessun Papa è finora incorso in eresia e nessun documento conciliare contiene dottrine formalmente eretiche". Cioè: non si possono accusare i Papi conciliari e postconciliari di "eresia in senso formale"1. Sul che si può anche convenire. Ma circa l'accusa di "errore che sa di eresia" o "la favorisce", errore dottrinale o in fide che può condurre a oppure costituire "eresia in senso materiale", come risponderebbe mons. Livi?
 
Infatti, scrive, subito dopo: "Ma tutto ciò non toglie che l'eresia dilagante non abbia trovato nei documenti del Concilio e negli atti pontifici successivi una sanzione esplicita e una condanna formale, ma anzi abbia trovato molta accondiscendenza nelle idee e nelle persone. Questo è indubbiamente vero..."
Pertanto: bisogna ammettere che "l'eresia dilagante" non ha trovato nei documenti del Concilio e negli atti dei Papi successivi, "una sanzione esplicita e una condanna formale"; non solo: ha trovato "molta accondiscendenza nelle idee e nelle persone". L'accusa, a ben vedere, è pesantissima: l'eresia dilagante (foraggiata dalla nouvelle théologie) non ha trovato nel Concilio lo strumento che avrebbe istituzionalmente dovuto batterla in breccia. Al contrario, pur non potendosi formulare un'accusa di eresia in senso formale a Concilio e Papi, ha trovato "molta accondiscendenza". Detto in altri termini: ha trovato complicità e forme di assenso, il che significa che, da 50 anni e passa, ci vengono ammannite una dottrina e una pastorale inquinata dal compromesso con le "eresie dilaganti" penetrate ambiguamente nei documenti del Concilio. 
 
In tal modo, se la mia ricostruzione è esatta, credo si sia legittimati (anche secondo mons. Livi) ad individuare in certi passaggi conciliari e nel magistero postconciliare la presenza di errori che favoriscono l'eresia o di vere e proprie eresie ma in senso materiale, non formale.
 
Mi sembrano, comunque, del tutto errati quegli interventi nel blog, che, con aria saputa, cercano sempre di penetrare le intenzioni degli autori, attribuendo loro quasi sempre scopi che nulla hanno a che vedere con il contenuto dell'intervento stesso che si sta criticando. Bisognerebbe attenersi ai fatti, al contenuto concreto di un testo, lasciando perdere il processo alle supposte intenzioni dell'autore, oggetto per di più di ricostruzioni spesso cervellotiche. Limitarsi alle intenzioni che risultino con chiarezza dal contenuto stesso del testo in questione. (Paolo Pasqualucci)
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1. Il che dipende dal linguaggio fluido e non definitorio, per scelta, messo in atto dalla studiata ma colpevole strategia modernista che ha usato la dichiarata non-dogmaticità del Concilio Vaticano II come varco per introdurre nella Chiesa novità dottrinali attraverso la ‘pastorale’. Solo rimanendo in bilico sul dire e non dire si possono veicolare alcune interpretazioni piuttosto che altre (ed ecco, al culmine, l'A.L.). L'anomala pastoralità priva di principi teologici definiti è proprio ciò che ci toglie la materia prima del contendere. È l'avanzata del fluido cangiante dissolutore informe, in luogo del costrutto chiaro, inequivocabile, definitorio, veritativo: l'incandescente perenne saldezza del dogma contro i liquami e le sabbie mobili del neo-magistero transeunte. Ѐ questo il nodo sempre più inestricabile, il punto nevralgico che ha permesso la rivoluzione mascherata da aggiornamento. Al momento senza possibili soluzioni in vista, mentre la degenerazione ha già superato i limiti di guardia e chi ha posizioni influenti usa una prudenza del tutto ininfluente che non scalfisce né lascia alcuna traccia in una prassi a ruota libera che appare inarrestabile. (Maria Guarini)
   

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