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Fonte accademianuovaitalia.it 09/02/2020

Autore Roberto Bonuglia

Dalle foibe a Porzûs il febbraio “corto e amaro” del "Negazionismo di sinistra". Il Moloch "granitico" e violento della "vulgata’ resistenziale" e il colpo di sole fuori stagione, che ha ispirato questa "carnevalata storiografica"

C’è una differenza di fondo ineludibile tra alcune delle pagine più controverse della storia italiana del cosiddetto “secolo breve”.

Ci riferiamo alla sostanziale disparità rinvenibile tra fatti che, nel corso degli anni, sono stati oggetto di ricostruzioni di parte – «quella che alla fine risultò vittoriosa e che pretese di riscrivere la storia a modo suo»[1] – e vicende, ancor più tristi, nelle quali la faziosità atavica e il fariseismo agghiacciante si rivelano ancora più ottusi «al momento in cui l’accertamento storico-critico investe il Moloch irragionevolmente granitico e violento della ‘vulgata’ resistenziale»[2].

Le azioni e le reazioni intrinsecamente legate a Via Rasella, alla Strage di Oderzo, agli eccidi partigiani nel bellunese – tanto per ricordarne alcune – vanno analizzate differentemente a ciò che avvenne nelle “foibe” (1943-45) e a Porzûs (1945).

Nei primi casi, infatti, prevalse una logica conflittuale tra schieramenti politici che il conflitto in corso rese militari. Nelle altre due circostanze, invece, venne meno qualsiasi giustificazione storica, morale, civile e bellica, poiché si trattò di atti perpetuati da bande «impegnate in una loro guerra privata che nulla aveva a che fare con la liberazione»[3], impegnate a realizzare epurazioni e vendette personali. Violenze gratuite avulse da qualsiasi contesto bellico – e dunque ancor più deprecabili – delle quali furono vittime nelle foibe, in larga parte italiani colpevoli solo di essere tali e a Porzûs, italiani partigiani rei di non essere comunisti e di opporsi al progetto annessionistico “titino” di spostare il confine slavo al Tagliamento.

 

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Una storia scomoda? Dalle foibe a Porzûs il febbraio “corto e amaro” del "Negazionismo di sinistra".

 

In questo caso ci si riferisce alla Divisione Osoppo, la squadra di “gappisti” che fu trucidata – dal 7 al 20 febbraio 1945 – in una baita sui monti del Friuli dalla Garibaldi Natisone comandata dal mai pentito Mario Toffanin detto “Giacca”: italiani antifascisti tra i più noti della resistenza friulana come Francesco De Gregori, Gastone Valente e Guido Pasolini furono uccisi da italiani comunisti dipendenti militarmente dalle Federazioni del Pci di Trieste, Gorizia e Udine convinti com’erano che, di lì a poco, «il nostro Esercito (cioè quello jugoslavo) occuperà tutto questo territorio»[4].

Due anni dopo l’eccidio di Porzûs, sempre nel corso del “corto e amaro” mese di febbraio l’Italia avrebbe firmato il Trattato di Pace che assegnava alla Jugoslavia di Tito le antiche terre italiane dell’Istria e della Dalmazia, lasciando «in sospeso la sorte della stessa Trieste e consentendo implicitamente la perpetuazione di violenze e assassinii»[5].

“Perpetuazione” e non avvio visto che dall’Armistizio dell’8 settembre 1943, in quelle zone, gli italiani subirono una vera e propria persecuzione etnica indipendentemente dalle proprie convinzioni politiche. Ed è proprio di queste violenze che il “Giorno del Ricordo” – celebrato annualmente dal 2005 – il 10 febbraio vuole onorare la memoria a dispetto dell’antica e inaccettabile omertà politico-ideologica che ha coperto per decenni fatti, mandanti ed esecutori delle foibe.

Sono due le fasi distinte in cui si consumano i più efferati crimini contro gli italiani in quanto tali. La prima è quella a ridosso dell’Armistizio, la seconda poco dopo la liberazione, nella primavera del 1945. 

Nel primo caso (settembre 1943) durante l’insurrezione promossa e guidata dai quadri clandestini del Movimento di liberazione nella Venezia Giulia – soprattutto in Istria – vengono «infoibate» fra le 500 e le 700 persone. Le violenze sono inizialmente dirette contro esponenti del regime e proprietari terrieri, ma poi degenerano in una caccia indiscriminata contro chiunque fosse ricollegabile all’amministrazione italiana: dirigenti del PNF, carabinieri, podestà, ma anche semplici maestri, avvocati, postini, farmacisti e commercianti[6]. Non fu un’operazione improvvisata: «elementi di organizzazione consapevole sono individuabili nelle procedure degli arresti, nella creazione di punti di raccolta dei prigionieri, nell’istituzione dei tribunali del popolo, tali da indicare l’esistenza di un progetto di eliminazione del potere italiano e la sua sostituzione con un contropotere popolare»[7].

Nella seconda fase – tra Trieste e Gorizia – le azioni dei partigiani e delle truppe di Tito attuarono una vasta operazione di «epurazione preventiva» contro oppositori, reali o presunti, al progetto annessionistico del gruppo dirigente jugoslavo riguardante tutta la Venezia Giulia: vennero così «arrestati e deportati gli appartenenti alle forze di Polizia, della Guardia di finanza, anche se mai compromessi con il fascismo, membri dei CLN, esponenti antifascisti italiani non comunisti»[8].

Due ondate di cieca violenza in cui si intrecciarono «“giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento” della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia. Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, […] che assunse i sinistri contorni di una “pulizia etnica”»[9].

La verità scomoda – e per questo osteggiata per decenni – è che Tito e il suo esercito «vennero non a liberare, come ancora si scrive in alcuni libri di storia italiani, ma a occupare Trieste e l’Istria» e «a combattere la Resistenza italiana democratica» [10]. La scansione temporale delle due ondate rivela altresì che la prima ondata di infoibamenti «finisce quando le truppe tedesche riprendono il controllo del territorio dopo il collasso politico-militare italiano del settembre 1943 […]. Quando riprendono gli infoibamenti? Quando i tedeschi si ritirano. Dunque le truppe tedesche hanno difeso la popolazione italiana di quelle zone»[11]. Molto più, aggiungiamo noi, dei partigiani autoctoni.

Lo conferma una lettera di Prunas inviata al Ministro degli Esteri Sforza che lascia poco spazio allo “struzzonismo” di chi non vuol vedere: già nel maggio 1944 il Segretario generale esprimeva la sua «per la situazione che potrebbe crearsi se e quando le truppe germaniche dovessero ritirarsi dalla regione. I partigiani di Tito tenterebbero di calare sino al Tagliamento»[12]. Era ben consapevole, insomma, che il vuoto lasciato dai tedeschi sarebbe stato di nuovo colmato dai «gregari di Tito»[13] con le medesime conseguenze nefaste per gli italiani della zona.

Non solo Prunas, anche il Sottosegretario agli Esteri Visconti Venosta condivideva la stessa “preoccupazione” e la comunicò agli Alleati il 15 agosto «The Italian Government is very concerned regarding the possibility that at the moment when the «Venezia Giulia» will be liberated, conflicts may break out between armed bands and peaceful citizens, causing bloodshed in the towns and villages of a region that already has been sorely tried»[14] e il 21 novembre: «With letter n. 1/236 of August the l5th2, and in relation on the present military events, I pointed out to you the anxiety caused to the Italian Government and to the whole ltalian nation by the possibility of clashes between armed bands and peaceful citizens on occasion of the departure of the German troops from Venezia Giulia»[15].

 

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Il negazionismo "imbarazzante" di sinistra e il Moloch "granitico" della "vulgata’ resistenziale"

 

La diplomazia italiana, in altre parole, era consapevole del sovvertimento dei tradizionali ruoli storico-ideologici tra “buoni” e “cattivi” che questa circostanza particolarissima stava mostrando.

Non era l’Italia fascista, non era la Repubblica di Salò. Erano gli esponenti del Regno d’Italia del secondo Governo Badoglio e di quello Bonomi a temere la seconda ondata di violenze. Che sarebbero state compiute da militanti armati di uno dei partiti di governo, il Pci, appunto.

Ben si comprende l’imbarazzo ma non si giustifica la malafede che sottintende gli approcci revisionisti e negazionisti che una parte della storiografia applica sistematicamente nel maneggiare queste vicende. Soprattutto senza tener conto dei documenti che ne rivelano l’evidente colpo di sole fuori stagione che ha ispirato, nel corso dei decenni, delle vere e proprie carnevalate storiografiche. Delle quali, magari, si darà conto prima dell’inizio della prossima Quaresima.

 

 

 

Vedi anche: 

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https://www.barbadillo.it/87710-focus-foibe-i-negazionisti-e-la-sinistra-che-disconosce-la-lezione-di-gramsci-sulla-verita/

             

 

Note:

 

[1] F. Lamendola, «Cessate d’uccidere i morti», prefazione a A. Serena, La strage di Oderzo e gli eccidi partigiani nel Basso Trevigiano, 1944-45, Vicenza, Manzoni, 2013, p. 10.

[2] P. Simoncelli, L’anniversario. Foibe, la censura continua?, in «Avvenire», del 8 febbraio 2014.

[3] D. Carafòli, prefazione a A. Serena, Benedetti assassini. Eccidi partigiani nel Bellunese (1944-1945), Milano, Ritter, 2015, p. 13.

[4] Lettera di Vincenzo Bianco (Compagno Vittorio) a Mario Lizzero (Compagno Andrea), del 13 settembre 1944.

[5] P. Simoncelli, Porzûs: quelle malghe, facciamone un monumento, in «Avvenire», del 6 febbraio 2011.

[6] Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (AUSSME), Fondo Messe, b. 3036B (35), f. 293.

[7] A.M. Mori e N. Milani, Bora. Istria, il vento dell’esilio, Venezia, Marsilio, 2018, p. 214.

[8] Ivi, p. 215.

[9] G. Napolitano, Intervento del Presidente della Repubblica in occasione della celebrazione del “Giorno del Ricordo”, Roma, Palazzo del Quirinale, 10 febbraio 2007.

[10] C. Magris, Stranieri a casa. Il Dolore dell’esodo, in «La Lettura», del 5 gennaio 2020, p. 3.

[11] P. Simoncelli, Intervento al Convegno “Istria, Fiume e Dalmazia. Conoscere la storia per non ricadere nelle follie totalitarie e nazionalistiche del ’900”, Roma, Istituto di Santa Maria in Aquiro, 19 aprile 2019.

[12] Lettera di Renato Prunas a Carlo Sforza, Ministero degli Affari Esteri (MAE), Documenti Diplomatici Italiani (DDI), s. X, 1943-1948, v. 1, doc. 224, lettera personale 3044 del 16 maggio 1944 (Salerno).

[13] AUSSME, Fondo H8 Crimini di guerra, b. 55, fasc. 408 “34. Venezia Giulia”, 20 aprile 1945-5 aprile 1946.

[14] Lettera di Giovanni Maria Visconti Venosta a Ellery W. Stone, MAE, DDI, s. X, 1943-1948, v. 1, doc. 344, l. 1/236 del 15 agosto 1944 (Roma).

[15] Lettera di Giovanni Maria Visconti Venosta a Ellery W. Stone, MAE, DDI, ivi., doc. 541, l. 04071/13 del 21 novembre 1944 (Roma).

   

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