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fonte lascuredielia.blogspot.it 30/03/2019

Autore don Elia

Signore Dio onnipotente, che ci hai fatto arrivare all’inizio di questo giorno, salvaci oggi con la tua potenza, affinché in questo giorno non deviamo verso alcun peccato, ma i nostri discorsi siano sempre orientati, i nostri pensieri e le nostre azioni sempre diretti ad operare la tua giustizia (dall’Ufficio Divino).

La santità consiste, in negativo, nell’assenza di ogni peccato; in positivo, nella somiglianza a Cristo. È evidente che, per ottenere la seconda, occorre anzitutto raggiungere la prima. Nella pratica, i due processi sono correlativi e reciprocamente proporzionali. Un’incipiente conformazione al Signore presuppone certamente l’eliminazione di tutti i peccati mortali (che privano l’anima della grazia santificante), ma non ancora quella di tutti i peccati veniali e di tutti i difetti. Fra questi ultimi, anzi, ci possono essere debolezze involontarie da cui Dio, per mantenerli umili, non libera nemmeno i più progrediti, nonostante le loro insistenti richieste. Perché vi sia peccato, del resto, è necessario il deliberato consenso, che di solito manca quando una persona sottoposta a profonde purificazioni o agli effetti di ferite del passato cede suo malgrado a qualche imperfezione.

La crescita nella santità è dunque possibile anche in condizioni di disagio o di sofferenza interiore, purché ci sia fede viva e buona volontà. Se riceviamo regolarmente la grazia mediante i Sacramenti, ce ne lasciamo impregnare nella preghiera e la esercitiamo in opere suscitate dalla carità, a poco a poco essa ci trasforma con la nostra collaborazione. Possiamo però anche frapporle ostacoli (per esempio, con l’ostinazione in un’opinione erronea, l’orgoglio di non riconoscere i torti inflitti agli altri, la pigrizia nel combattere un difetto o una cattiva abitudine) oppure mancare di corrisponderle (per esempio, trascurando una buona ispirazione del Cielo od omettendo l’adempimento di un dovere che la coscienza ci impone). Può persino accaderci di dilapidare, con ricadute in vecchi peccati o cedimenti a tendenze malsane, i tesori spirituali che il Signore ci ha elargito. È per questo che la tradizione ascetica ha sempre raccomandato una continua attenzione a sé stessi, piuttosto che ai difetti e alle mancanze altrui.

La via della perfezione cristiana non è impossibile, né è riservata in modo esclusivo a determinati ceti della Chiesa, sebbene la vita consacrata ne rappresenti la forma più radicale ed esemplare. Chi, per via del suo stato, è posto in evidenza davanti al popolo deve indicargli la strada da percorrere in modo convincente, facendogli da guida e modello. Oggi è invalsa una concezione secondo la quale i religiosi, per adempiere bene la propria missione, dovrebbero essere e agire il più possibile come tutti gli altri, anziché distinguersene. In tal modo molti di loro hanno snaturato la propria vocazione, rendendola insignificante, e in molti casi, di conseguenza, l’hanno pure abbandonata. Le rinunce che la caratterizzano vanno sì intese in chiave positiva (come incentivo all’amore soprannaturale), ma non le si può reinterpretare fino ad annullarle. La perfetta continenza, il rifiuto di ogni possesso e la sottomissione ai superiori mostrano ai laici l’esigenza comune della castità (anche nell’uso del matrimonio), del distacco (affettivo o effettivo) dai beni di questo mondo e dell’obbedienza alla volontà di Dio (manifestata mediante chi Lo rappresenta sulla terra).

Nel Breviario tradizionale, i testi dell’Ora Prima – per ignoti motivi abolita in quello “riformato” – contengono un vero e proprio programma per tutta la giornata del cristiano che desidera davvero seguire il suo Maestro. Già nell’inno si chiede a Dio la grazia di esser preservati da quanto può nuocere all’anima: la lingua sia frenata onde evitare liti; la vista distolta dalle inconsistenti attrattive del mondo; il cuore, esente da stoltezza, purificato nell’intimo; l’arroganza della carne domata dalla moderazione di cibo e bevande. Così, al calar della notte, i fedeli potranno cantare gloria a Dio puri per l’astinenza dai peccati, risultato, questo, cui mira in particolar modo il tempo di Quaresima, ma che deve diventare un impegno stabile: sarebbe derisorio effettuare certi sforzi per soli quaranta giorni, lasciandosi poi andare per il resto dell’anno.

In questa palestra quotidiana, in cui è necessario esercitarsi per tutta la vita, senza interruzione, una vigile e costante ascesi non può esser sostituita da nient’altro. Il criterio onnicomprensivo ci è fornito dall’orazione riportata in apertura, che segue la salmodia e il capitolo: secondo i due aspetti della santità (in negativo e in positivo), oltre che per evitare il peccato l’aiuto divino è chiesto al fine di indirizzare pensieri, parole e azioni alla realizzazione della giustizia di Dio, cioè della Sua volontà. Dopo il Pater, un versetto salmico domanda al Signore di volger lo sguardo ai Suoi servi, che sono opera Sua, e di guidare i loro figli; la Sua luce risplenda su di noi e sia Lui a regolare le opere delle nostre mani (cf. Sal 89, 16-17). Segue una preghiera che al tempo stesso specifica e compendia lo spirito di questo ufficio: «Dégnati, o Signore Dio, Re del cielo e della terra, di dirigere e santificare, reggere e governare, oggi, i nostri cuori e i nostri corpi, i nostri pensieri, discorsi e atti nella tua legge e nelle opere dei tuoi comandamenti, affinché ora e in eterno, con il tuo aiuto, meritiamo di esser salvi e liberi, o Salvatore del mondo».

L’unica condizione della vera libertà, in vista della salvezza definitiva, è l’osservanza della Legge donata da Colui che ci ha non solo creati, ma anche redenti e chiamati alla Sua gloria: è del tutto logico che le nostre opere debbano esser conformi al volere di Colui del quale siamo opera noi stessi, nel quale siamo salvi e col quale siamo chiamati a regnare per sempre dando gloria senza fine al Padre, Re immortale dei secoli (cf. 1 Tm 1, 17). Per questo, durante l’anno, l’Ora Prima si conclude, ampliandolo, con un auspicio in cui san Paolo tutto riassume: «Il Signore diriga i nostri cuori e i nostri corpi nella carità di Dio e nella pazienza di Cristo» (cf. 2 Ts 3, 5). L’originale greco suggerisce l’idea che il cuore sia raddrizzato così da poter essere introdotto in quell’amore di agape che è la Trinità stessa e in quella capacità di sopportazione che è propria del Redentore: ecco la sintesi del cammino di santificazione.

Per due volte è invocato il Re della creazione visibile e invisibile, quasi a rammentare all’orante il giudizio e la mèta che lo attendono; la vita eterna è altresì esplicitamente indicata nella benedizione finale. Tutto ciò che faremo durante la giornata, dunque, riceve in tal modo la retta norma e il giusto orientamento: il pensiero di dover rendere conto, un giorno, di ogni pensiero, parola e azione ci aiuta a respingere le tentazioni e ad osservare i Comandamenti, confortandoci al tempo stesso con l’attesa della ricompensa riservata a coloro che avranno lottato secondo le regole (cf. 2 Tm 2, 5). Quanto più aspro è il combattimento, tanto più ricchi sono i meriti acquisiti e più elevato il grado di gloria in Paradiso. Ciò che dobbiamo patire quaggiù, se accettato e offerto volentieri, riduce la pena temporale del Purgatorio e rende l’anima più capace di beatitudine. Questa certezza ci induce a ringraziare la Provvidenza per le avversità che dispone per noi in questa vita e a rallegrarcene in spirito di fede, anziché lamentarcene con impazienza. Le nostre pene interiori sono sensibilmente aggravate dal fatto che le viviamo con un cuore non rettificato.

Un’ultima annotazione si impone. La vera partecipazione attiva alla Messa – quella interiore – consiste nell’associarsi, con la mediazione del sacerdote, al Sacrificio redentore di Gesù, offrendo al Padre, in Lui, con Lui e per mezzo di Lui, la propria persona e la propria esistenza, gioie, fatiche e dolori. Nulla, tuttavia, può esser deposto sull’altare, nel calice e sulla patena, che non sia degno di Dio. Ecco allora la ragione ultima per cui ogni nostro pensiero, parola e azione deve risultargli gradito: non possiamo certo presentargli qualcosa che Lo offenda o Lo rattristi. Partecipare alla Messa in questo modo è dunque un potentissimo atto di perseguimento della perfezione cristiana, in quanto ci fa tendere ad essa ad ogni istante in tutto ciò che siamo e facciamo, facendo poi scaturire torrenti di grazia su ciò che saremo e faremo, in vista della successiva offerta. Questa dinamica pulsante della vita spirituale ci eleva, giorno per giorno, nella santità di Cristo e abbraccia di carità il mondo intero, vicini e lontani, aspirandolo nel vortice dell’amore trinitario mediante l’opera della Chiesa che prega, celebra, annuncia, converte e santifica.

   

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