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Brani tratti dalla Conclusione de L'intelligenza in pericolo di morte

N.d.r. ho già presentato questo testo in altro articolo solo per la parte sulla crisi della Chiesa. Ora do una sintesi della conclusione del testo per una più ampia visione del problema che ci riguarda molto da vicino.

G.A.C.

Autore Marcel de Corte

[...] l’intelligenza si è invertita. Invece di conformarsi al reale, ha voluto che il reale si conformasse alle sue ingiunzioni. Ma poiché, all’occorrenza, per giungere a questo fine, bisogna violentare la natura, è stato necessario all’intelligenza alterarsi al punto di sottomettersi completamente al potere della immaginazione, sola facoltà capace in noi di costruire un altro mondo, che soppianterebbe il mondo reale e che, essendo opera dell’uomo, sarebbe totalmente sottomesso all’uomo.[...]

In poche o molte parole, l’intelligenza moderna non CONOSCE più, FA.

Delle tre funzioni che la filosofia ha riconosciuto sempre all’intelligenza, la conoscenza (theoria) con la quale ella si sforza di scoprire quel che sono gli esseri e le cose di un universo che non dipende da lei e dal quale lei dipende; l’azione (praxis) con la quale si sforza di raggiungere il fine che l’uomo non si stanca di perseguire e che non dipende dalla sua volontà: il completamento del suo essere e la sua felicità; la finzione (poiesis) in cui ella produce opere interamente dipendenti da lei per la loro determinazione: è la sola che resti oggi, ed è la più infima delle nostre conoscenze. Procedere per similitudines varias et repraesentationes est proprium poeticae quae infma inter omnes doctrinas, nota giustamente san Tomaso: la tecnica che si serve delle immagini e delle diverse rappresentazioni delle cose nell’intento di conoscerle è propria all’attività poetica dello spirito umano e si colloca nel gradino inferiore del sapere. E non è sorprendente perché si volge al doppione e al simulacro della realtà e non alla realtà stessa.[...]

La conoscenza metafisica è quasi scomparsa e con lei tutte le conoscenze che dipendono dalla contemplazione dell’universo, dai principi essenziali che reggono la natura degli esseri e delle cose in esso contenuti, dal Principio supremo al quale la sua esistenza è sospesa. [...]La morale, non essendo più fondata sull’essere dell’uomo e sul suo destino, era sospesa nel vuoto, nel momento stesso in cui la si caricava col fardello ereditato dalla metafisica defunta. Non occorsero nemmeno due generazioni perché l’imperativo categorico di Kant e i postulati della ragione pratica esplodessero come palloni gonfiati. Lo stesso accadde all’«Azione» di Blondel: chiamata a dare alla filosofia cristiana il fondamento che le mancava, «l’Azione» ebbe come conseguenza, 1’«Azione Cattolica» in cui la morale e la religione non hanno più parte e sono sostituite dalla «elaborazione dell’uomo nuovo e di un mondo nuovo», dalla partecipazione alla «costruzione del socialismo», in altre parole, dall’attività poetica della mente.[...]

Si capisce quindi perché la nostra epoca ha fatto del lavoro il valore unico a cui si riferiscono tutti gli altri, e del lavoratore l’esemplare stesso dell’«uomo nuovo» che modellando il mondo secondo le forme nuove, uscite dal suo cervello creatore, lo trasforma e trasforma sè stesso. [...]

La nostra epoca è la sola, nella storia umana, che abbia fatto del lavoro una religione e del lavoratore una specie di divinità creatrice del mondo e di lei stessa. Il Lavoro è il sostituto moderno dell’Assoluto e misconoscere la dignità sovraeminente del lavoro è come commettere un sacrilegio. Simile superstizione è potuta nascere soltanto in un tipo di civiltà in cui l’attività umana per eccellenza è la finzione, il fare, la produzione, la trasformazione incessante del mondo e dell’uomo. [...]

L’oggetto della intelligenza non è più il reale, ma l’idea che del reale essa si fa ricorrendo alle potenze della immaginazione. L’intellettuale è un produttore di idee. [...]

Le scienze, private della metafisica, divengono sempre più tecniche di trasformazione della natura. [...]Simone Weil stimava che «per noi dell’Occidente, è accaduta una cosa molto strana, alla svolta del secolo: abbiamo perduto, senza accorgercene, la scienza, o almeno ciò che da quattro secoli si chiamava con questo nome. Quel che possediamo, e che chiamiamo scienza, è tutt’altra cosa, e non sappiamo che cosa sia. Nessuno forse lo sa». Hannah Arendt pensa che non fu «la contemplazione, né l’osservazione, né la speculazione che condusse al nuovo sapere», ma «uno strumento fatto da mano d’uomo, il telescopio», «l’intervento attivo dell’homo faber, del fare, della fabbricazione». [...]

L’informazione, poi, per parte sua, fa l’opinione.

[...] La intelligenza anemizzata si metterà al servizio delle passioni e degli istinti tesi verso qualsiasi cosa possa soddisfarli nel mondo che reclamano per appagarsi. A queste concupiscenze, a questi sogni che irrompono dalle bassure della natura umana, l’intelligenza presterà il suo appoggio, la sua capacità di calcolo, le sue astuzie e anche la sua logica. Questa avidità non formulata è ancora un legame col reale. L’intelligenza moderna vi si innesterà per conferirgli le sue proprie determinazioni, elaborate nel suo ritiro, e così ricostituire un mondo che sia suo.

Sotto il sorprendente amalgama, esplosivo, inumano di irrazionalismo e razionalismo, l’uomo moderno sarà privato del mondo a lui circostante. [...]

Più la ragione si vuole razionale, nel senso di facoltà indipendente dalla condizione umana limitata, più deve dare larga parte all’irrazionale di cui ha bisogno per esercitare su una materia preesistente la sua volontà di potenza e la decisione autonoma. Al termine del processo, l’intelligenza distrugge sè stessa e cede il posto alla immaginazione e alle forze dell’incosciente. Così viene costruito un mondo lacerato tra la logica di cui riceve una forma vuota e la follia che gli assegna una esistenza piena di ombre. E’ quanto il nostro tempo chiama l’attività dialettica dello spirito. Come scriveva Simone Weil «l’avventura cartesiana ha preso una cattiva piega» che consiste nel partire dal pensiero, sprovvisto della sua relazione costituitiva con l’essere, per ritrovare l’essere. [...]

Non ci accorgiamo nemmeno, per mancanza d’intelligenza, che ci allontaniamo di più in più dalla realtà. Potendo soltanto conoscere il mondo che si costruisce col nostro lavoro e, perfino nel nostro tempo libero, ignoriamo che la nostra intelligenza collabora alla sua propria scomparsa.[...]

Gli intellettuali, i teologi, i vescovi stessi che appartengono alla mentalità preconciliare e che la loro preoccupazione «cristiana» dell’uomo avrebbe dovuto distogliere da questa ambizione, non hanno esitato un solo istante: hanno sottoposto il popolo cristiano all’arbitrio di una volontà di potenza smisurata... Per servire l’umanità, per testimoniare il loro amore verso tutti gli uomini, senza eccezione, hanno sottoposto la comunità cristiana a un intensivo lavaggio dei cervelli e a un condizionamento inaudito a opera della informazione.

Chi dunque è più potente di Dio? La risposta è immediata: colui che fa dell’uomo un «mutante». La «mutazione» di cui si compiaceva il vescovo Schmitt e i settari della religione di Saint-Avold, non fa che ripetere miserabilmente un tema debitamente orchestrato, mezzo secolo fa, dalla propaganda marxista. Perfino le trasformazioni radicali che hanno introdotte nella storia del cristianesimo testimoniano la virulenza straordinaria della loro volontà di potenza. La loro falsificazione del senso originale del Vangelo avrebbe fatto sognare Napoleone che dichiarava senza vergogna: «Anzitutto bisogna assicurare lo spirito in cui devesi scrivere la storia... Quel che importa è dirigere monarchicamente l’energia dei ricordi». La loro «pastorale» non è del resto che una meschina imitazione della poesia marxista, camuffata da praxis; loro vogliono impastare le anime, dare loro una conformazione nuova, in-formarle e in fin dei conti, trattarle come una materia molle da sottomettere al loro impero.

Quindi l’intellettuale ateo e l’intellettuale neo-cristiano si accaniscono a dissacrare il mondo e l’uomo. La loro devozione verso Darwin, Marx e Freud, il loro sfruttamento del mito della evoluzione, del socialismo, dell’inconscio, significano che il mondo e l’uomo sono puramente e semplicemente spiegabili in termini d’immanenza, e nulla in loro si riferisce a una trascendenza qualsiasi che li renderebbe in qualche modo, sacri. Il mondo e l’uomo così considerati, incitati dalla propaganda a presentarsi come tali, sono prede che non possono più difendersi contro le loro aggressioni dominatrici. [...]

Così tutte le cose, e ogni essere umano si trovano ridotti allo stato di fango, pronti a prendere la forma che daranno loro le volontà di potenza laiche o ecclesiastiche esasperate dalla lunga impazienza di trovarsi ancora in una società che muore sempre e non muore mai.[...]

La maggior parte dei nostri contemporanei, che deliberatamente sono in rotta col reale e con la loro propria realtà, sono adolescenti attardati che, psicologicamente, non hanno superato la loro crisi di pubertà, e, a giudicare da quel che dicono e da quel che fanno, non la supereranno mai. Questi perenni efebi sono allora costretti a costruirsi un mondo di sogno di cui abbiamo descritto la disperante monotonia.

Nell’ordine sessuale, il loro istinto incompiuto è incapace di passare al concreto. Non possono amare una determinata donna, ma esaltano perdutamente la donna maiuscola e generica di cui hanno scolpito, in immaginazione, la forma astratta e che è soltanto il loro Io travestito. La proiettano al di fuori in una serie di donne concrete che rifiutano di lasciarsi assorbire da quella immagine.

Nell’ordine intellettuale e morale sono sotto la stessa insegna. Non sopportano la realtà, la loro debole intelligenza non arriva a trapassarne la dura e coriacea scorza. La negano. Vogliono annullarla perché la sua sola presenza denuncia la loro debolezza. Un atto di umiltà davanti a lei, l’ammissione del suo mistero ne riconoscerebbero almeno l’esistenza. L’adolescente tardivo vi si rifiuta; non è più nemmeno capace, non importa a quale età, di uscire dal suo io dove lo imprigiona la crisi permanente di cui soffre. Il suo narcisismo costituzionale lo costringe ancora una volta ad appagarsi delle rappresentazioni mentali uscite dalla sua propria sostanza, e di cui impone il modello a tutte le cose, per farsi un mondo che gli sia accessibile, a lui che non accede e non accederà mai che a sè stesso! Costruisce questo mondo nuovo, questo uomo nuovo, questa società nuova, perché adora sè stesso.

Per tale motivo un erotismo diffuso e sfacciato imbeve tutta la sua attività sovversiva, poetica e creatrice di un universo di cui egli sarebbe la misura. Secondo Gregorio Maranon «adorare sè stesso, è, in principio, adorare il proprio sesso» in quel che ha di indeterminato, di generico di impotente, di incapace di fissarsi sull’essere individuale di sesso complementare. Bisogna concluderne che l’amore astratto dell’umanità che infierisce fra gli adolescenti, giovani o vecchi, è, su questo punto, una forma larvata di omosessualità? La cosa è verosimile. Che plasmare le masse con la politica, il sociale e perfino la predica sia una derivazione e una sublimazione di un istinto sessuale deviato, basta osservare qualche agitatore, qualche tribuno, qualche predicatore in fregola di possedere la folla per esserne convinto. La sola maniera di disciplinare questo istinto, profondamente sepolto nelle tenebre della nostra natura animale, è di farlo uscire nella luce della nostra differenza specifica che lo epura, lo costringe all’obbedienza, e lo mette al servizio di un fine trascendente l’io e la sua volontà di potenza: la trasmissione della vita e la fecondazione delle anime. La sessualità non può che invadere e sommergere in maniera insidiosa o violenta, l’io che si è separato dal reale e dalla natura umana. Non può allora che confondersi con l’attività poetica della immaginazione la quale partorisce un mondo nuovo e un uomo nuovo. «Quel libertino di Voltaire», dice in un punto Sainte-Beuve, ha notato che fare delle idee è, per quello che le pensa, un piacere quasi simile a quello di fare dei bambini». L’adolescente popola l’universo della rappresentazione in cui si chiude con le chimere che la sua incerta sessualità partorisce. L’intellettuale che rifiuta la condizione umana, lo scienziato che evade dai limiti della scienza, l’informatore che rifiuta il reale sono adolescenti senza saperlo. Ver questo di continuo rivendicano la qualità di ”adulto” e imperiosamente esigono che venga riconosciuta a tutti.

Tale infatti lo stratagemma della volontà di potenza alla quale obbediscono e di cui subiscono l’implacabile determinismo, da loro nominato «movimento della storia». L’adolescente che supera normalmente la sua crisi non ha mai di tali esigenze. Queste richieste, queste pretese sono al contrario il segno indubitabile della sua immaturità. [...]

Il religioso, gesuita o domenicano, si dichiarerà più comunista di qualsiasi comunista, più materialista di qualsiasi ateo, sapendo bene di essere imbattibile in questa corsa verso l’utopia, in cui i suoi concorrenti devono fare i conti anche con gli ordini venuti da Mosca, da Pechino, da Cuba. Più l’adolescente, giovane o vecchio, è confermato nella sua crisi di pubertà da un altro adolescente giovane o vecchio, il quale lo persuade che gli vogliono impedire di accedere all’età adulta, più diviene preda di quest’altro che gli impone la sua immaginazione smisurata, la sua volontà di potenza senza limiti.[...]

Il rinnegamento del passato, l’odio morboso contro la tradizione, la facilità con la quale i membri della intelligentsia contemporanea si limitano alla lezione del presente e non vedono nell’attualità che una materia adatta a ricevere la forma dei loro sogni, la facoltà d’installarsi nell’avvenire, luogo idoneo ai miraggi, la frenesia dell’inedito, la sazietà del nuovo appena apparso, il delirio del mutamento, ecco ancora altrettanti segni che caratterizzano l’adolescenza persistente e che si riconducono tutti alla «mutazione» da cui è afflitta. La Rivoluzione permanente, la Sovversione continua, la «Mutazione» infaticabile sono le sue invarianti. L’adolescente si afferma soltanto opponendosi. E’ dialettico per condizione. Manifesta il suo antagonismo riguardo a tutto ciò che lo ricollega al passato per amore della negazione, vale a dire di sè stesso. Ritrovare l’universo della nascita innalzandolo sul piano della intelligenza, implicherebbe per lui divenire uomo, accettare virilmente la condizione umana, maturare. Nel rifiutare di obbedire a questa dura legge dell’ascesa, si eterna nel narcisismo da cui può uscire solo in maniera fittizia, fabbricandosi una immagine del mondo e di sè stesso alla quale vuole piegare la realtà.

Fra gli intellettuali, il prete senza vocazione profonda, sprovvisto di umiltà, privo di rispetto verso la Creazione e il Creatore, è senza dubbio colui che rappresenta a perfezione l’adolescente prolungato. La sua presente pretesa, proclamata a tutti i crocevia, di essere ”un uomo come gli altri”, la sua ribellione contro la ”tutela” della Chiesa di cui è membro, la sua rivolta contro l’autorità paternalistica della Gerarchia e del Papa, la sovversione e il nichilismo che egli incoraggia, la parte di cinghia di trasmissione della mitologia rivoluzionaria che assume, la dignità di ”assassino della fede” che rivendica in nome del Cristo, eccetera, questi aspetti della sua ”mutazione” ce lo mostrano in tutta la sua evidenza più asservito di chiunque alla psicologia della adolescenza, in preda al caleidoscopio delle immagini stregate. La sua esecrazione del passato ”costantiniano” della Chiesa, la sua avversione per i dogmi definiti «statici» compiono la somiglianza.

Che non sarebbe completa se non ricordassimo i poteri di cui è investito e che, nel suo caso particolare, ne fanno un adolescente singolarmente pericoloso, una specie di energumeno, di furioso capace di mettere a ferro e a fuoco il pianeta per introdurvi i suoi sogni. Ogni adolescente aspira a vedere divenuto realtà il suo sogno. In mancanza di mezzi, il sogno abortisce quasi sempre. Non così accade al prete confinato nell’immaginario, il suo irrealismo tende a relegare Dio nella parte del monarca costituzionale che regna e non governa, che giunge perfino a proclamare la «morte di Dio» e la sua resurrezione nella sola umanità, ma che serba gelosamente, in quella che bisogna chiamare la sua apostasia, il potere di sciogliere e legare di cui è investito. Quando un tale prete arriva, con l’immaginazione, a sostituirsi a Dio stesso, a credersi mosso, nelle sue peggiori stravaganze dallo Spirito Santo, a garantire col nome di carismi profetici le sue insensate visioni dell’avvenire e la sua perdita del senso comune, quando in più, resta nella Chiesa, vi si aggrappa, rifiuta di separarsene, non teme più né gli anatemi, né la espulsione per causa di eresia, la sua volontà di potenza è decuplicata. La sua immaginazione smisurata dispone di un potere smisurato per foggiare il mondo e l’uomo secondo le forme assolute che ogni adolescenza congelata porta in sé.Questa la tragedia del nostro tempo, che non risparmia nessun paese. [...]

I corifei della intelligentsia contemporanea ci annunciano, con supremo raffinamento d’intelligenza, la morte dell’uomo animale ragionevole. «Lo scopo ultimo delle scienze umane non è di costruire l’uomo, ma di dissolverlo», scrive Lévi-Strauss. E Michel Foucault fa sonare alto il sentimento di «conforto» e di «pacificazione» che prova nel «pensare che l’uomo è una invenzione recente, una figura che non ha due secoli, una semplice piega nel nostro sapere, e che scomparirà, appena questo avrà trovato una forma nuova».

Non occorre cercarla, questa nuova forma di sapere che uccide l’uomo nella sua differenza specifica. E’ la progenitura della intelligentsia laica che non accetta né la sua condizione umana limitata, né i limiti che le impongono il reale e il Suo Principio, e genera una plebe intellettuale la quale monta all’assalto del pianeta guidata dai principi di questo mondo e dal Principe di questo mondo. Questa canaglia non conosce più freni: provvista degli straripanti appetiti del bruto, fornita di un potere tecnico ipertrofico, essa ha la piena licenza e la piena buona coscienza, che secerne da sè stessa, di trasformare gli uomini secondo la propria immagine.

Già sentiamo salire verso di noi il suo urlo, scandito come le raffiche di un fucile automatico: «Unisciti a noi o muori!».

   

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