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fonte accademianuovaitalia.it 18/07/2018

Autore Francesco Lamendola

Per trovare "la verità" bisogna essere in "grazia di Dio". Importanza del timore di Dio e del dominio di sé. Il quadro della neochiesa, dei neopreti, della nuova teologia: un quadro desolante, che non ha più nulla di cattolico

È opinione largamente diffusa nella cultura moderna, talmente diffusa che desterebbe stupore una richiesta di chiarimento, se non di vera e propria dimostrazione, che la ricerca del vero prescinda completamente dalla condizione soggettiva del ricercatore e anche, come corollario, dai mezzi dei quali egli si serve; che essa non abbia  nulla a che fare, insomma, né con le sue motivazioni, né con le sue qualità morali, né con i suoi strumenti. Quel che conta è il risultato: e, in questo senso, non solo nella politica, ma anche nel concetto di scienza in generale, Machiavelli ha fatto scuola ed è il maestro riconosciuto, perché il fine giustifica i mezzi. Non chiedetemi chi sono, né perché agisco, e neppure a quale prezzo procedo: chiedetemi solo se ho raggiunto lo scopo, o no. Questa filosofia è particolarmente evidente nel caso delle ricerche scientifiche condotte mediante l’uso di cavie animali: ben pochi si turbano all’idea che, per sapere come funziona l’intelligenza, un animale viene ridotto alla fame, o gli viene impedito il sonno, oppure gli viene asportato un occhio, o un pezzo del cervello. Strappare alla natura i suoi segreti, conquistare una conoscenza certa e inconfutabile, sapere come stanno le cose in realtà: questi obiettivi sembrano più che mai a portata di mano e la stragrande maggioranza delle persone, e la quasi totalità degli studiosi e dei ricercatori, non hanno obiezioni in merito, purché si raggiunga l’obiettivo prefissato. Ma perché si vuole conoscere la verità? Per poter esercitare un dominio sempre maggiore sulle cose. Naturalmente, in questa prospettiva, che è la prospettiva positivista e utilitarista, il “vero” è qualcosa che viene concepito in senso puramente materialistico: dopotutto, la lezione di Kant è servita a qualcosa, la metafisica è stata messa fra parentesi e il sapere occidentale si è caratterizzato quasi esclusivamente come conoscenza dei fenomeni. Sapere perché i fenomeni esistono, e non soltanto perché e come avvengono, questa è metafisica, cioè qualcosa di non pertinente. Poi ci si sono messi i filosofi del linguaggio, sempre in un’ottica neopositivista: il “vero” è una proposizione fornita di significato, una proposizione verificabile dal punto di vista logico. Hanno preso il celebre aforisma di Wittgenstein, bisogna tacere quello che non si può dire, nel senso più meschinamente riduttivo, in pratica ne hanno capovolto il reale significato, e hanno bandito dall’orizzonte della conoscenza tutte le proposizioni che, secondo loro, non hanno un significato logico, cioè pratico e fattuale. Qualunque domanda su Dio, sulla trascendenza, sull’anima, è priva di senso logico e perciò sarebbe una grave infrazione alle buone maniere il fatto di porla.

 

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 Dobbiamo recuperare il concetto che era tanto chiaro ai nostri nonni: per trovare la verità, bisogna essere in grazia di Dio. Nessuno che non abbia il timor di Dio, nessuno che non sia in grazia di Dio, troverà mai la verità.

 

Eppure, forse è proprio il presupposto di questo atteggiamento che andrebbe rimesso in discussione, anche perché in esso si annida una evidente tautologia. È chiaro, infatti, che se si parte dall’assunto: Solo le mele sono  interessanti, le pere non c’interessano, chiunque si azzardi a parlare di pere viene zittito e accusato di non capire niente, e le mele, e solo le mele, saranno sempre al centro di qualunque dibattito. Le mele sono la realtà materiale e visibile; le pere, poniamo, sono la realtà immateriale, e perciò invisibile. Ma chi ha stabilito che solo la realtà materiale vale la pena di essere esplorata? Gli stessi che sentenziano sulla irrilevanza, o sulla inconoscibilità, della realtà immateriale: dunque, si fanno essi giudici di cosa è reale e di cosa non lo è (o non merita di essere esplorato). Ci troviamo in presenza, pertanto, di un paradigma culturale che ha fissato la cornice generale ed i margini di ricerca; che stabilisce da sé cosa sia il reale, prima ancora di aver iniziato la ricerca; ragion per cui gli scienziati, i filosofi, i sociologi, gli storici, gli storici dell’arte e perfino gli artisti, i poeti, i pittori, trovano, guarda caso, solo ed esclusivamente quel che avevamo deciso di trovare: che la realtà è la realtà materiale; che essa si può conoscere mediante le leggi della scienza positiva; che tutto ciò che esorbita dalla realtà materiale, o che non può essere studiato semplicemente con le leggi scientifiche, o non esiste o non merita che ci si sprechino tempo ed energie. Come volevasi dimostrare. Questo è il significato della cultura moderna: una drastica riduzione dell’orizzonte, un radicale restringimento del senso del reale.

C’era ancora una categoria di persone che, fino a mezzo secolo fa, resisteva alla pressione della cultura moderna e conservava il legame con il trascendente, la certezza in una realtà invisibile, e soprattutto il senso di un destino ulteriore dell’esistenza umana: e questa categoria era quella dei cattolici. I teologi, in particolare, unici, o quasi, fra tutti gli studiosi, avevano conservato il senso della tradizione, leggevano la realtà con gli occhi di san Tommaso e di Aristotele, oltre, naturalmente, a quelli del Vangelo; non si lasciavano impressionare dal materialismo dilagante, non si facevano ricattare dall’utilitarismo, e affermavano fieramente che non tutto è visibile e non tutto si fa per avere un risultato pratico sul breve periodo. Impavidi, avevano conservato la propria concezione del mondo, antica di duemila anni: nello studio della natura o nel godimento di un’opera d’arte, il loro atteggiamento era sostanzialmente lo stesso: rispetto per il mistero della natura, timor di Dio davanti al mistero dell’Essere. Ma poi anch’essi hanno ceduto, quasi di schianto; hanno ammainato e ripiegato le loro bandiere, si sono arresi allo spirito della modernità. Si sono messi a correr dietro a ciò che piace al mondo, hanno chiesto scusa per gli errori passati, hanno promesso di emendarsi e, per mostrare la loro sincerità, si son dati a picconare e demolire il vetusto edificio della Chiesa e a smantellare tutto l’insieme delle loro credenze e della loro concezione. La preghiera? Una perdita di tempo; le opere sociali, piuttosto; e far pranzare i poveri dentro le chiese e le basiliche, col profumo del ragù al posto di quello dell’incenso. Dio non sa che farsene della spiritualità, del misticismo; ci vuole attivi e impegnati a favore dei poveri (i poveri in senso economico, e solamente in quello). Il digiuno? Una forma di masochismo; semmai, le battaglie per i diritti civili, per l’inclusione dei diversi e contro i pregiudizi. Il Rosario? Una superstizione medievale. Il culto dei santi, di Maria Vergine? Tutta roba che non serve a nulla, roba per le vecchiette di cent’anni fa. E così via, sulla scorta del nuovo vangelo laico di Karl Rahner e di Enzo Bianchi, con la supervisione del professor Andrea Riccardi.

 

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Il quadro della neochiesa, dei neopreti, della nuova teologia: un quadro desolante, che non ha più nulla di cattolico

 

I miracoli? Racconti allegorici. Gli angeli, i diavoli? Immagini simboliche. La vita eterna? Chissà. Il giudizio? Niente affatto: Dio non giudica nessuno, è buono e misericordioso, perdona anche chi non si pente affatto delle sue colpe. La sua lettura preferita è Misericordia di Walter Kasper; sicuramente anche Dio è d’accordo con la scuola di Tubinga, con la svolta antropologica e con la teologia della liberazione. L’inferno e il paradiso? L’inferno, certamente no; il paradiso, forse. Del resto, se non c’è l’inferno, quel che resta non è propriamente il paradiso. Ma l’inferno non esiste, per la semplice ragione che il concetto di peccato è ormai superato: dov’è il peccato? Chi fa il peccato? L’uomo ha degli istinti; tutto qui. Ha dei bisogni, ha delle necessità da soddisfare: e chi siamo noi per giudicarlo? Per troppo tempo i preti hanno parlato di peccato e di peccatori; ora basta, il terrorismo psicologico è finito, la pedagogia della paura non è più di moda (padre Ermes Ronchi). L’anima immortale? Difficile dirlo; forse (Hans Küng). Gesù Cristo? Un grandissimo modello di vita. Ma Gesù era Dio? Andiamoci piano; aveva qualcosa di divino; era figlio di Dio, come lo siamo noi tutti. E la Trinità? Un simbolo, anche quello. Oppure diciamo che esiste, ma le Tre Persone sono sempre lì, a litigare fra di loro, come nelle famiglie umane (Bergoglio). E l’Incarnazione? Un altro simbolo. E la morale cattolica? Ah, qui non ci siamo davvero: ci sono tre secoli di ritardo da recuperare (cardinale Martini). Bisogna far presto, bisogna avanzare a passo di corsa. L’adulterio? Peccato veniale. L’aborto? Idem. E poi la donna che abortisce vive già un dramma per conto suo; vogliamo aggravarlo accusandola, facendola sentire in colpa? Non sia mai. L’eutanasia? Piano con le parole grosse; diciamo che non va bene l’accanimento terapeutico. E la sodomia? Be’, sì, perché no: ciascuno ha il diritto di realizzarsi, di seguire la sua strada. Va’ dove ti porta il cuore, come dice la grande teologa Susanna Tamaro: in fondo è semplice, no? E le unioni omosessuali? Certo, ottima cosa: insegnano il valore della fedeltà e della stabilità, colmano una lacuna della legge Cirinnà (che del dovere della fedeltà non parla). Ma queste unioni, possono arrivare fino al sacramento del matrimonio? Certo (suor Teresa Forcades); in ogni caso, è giusto lavorare in quella prospettiva (cardinale De Kesel). E il sacerdozio femminile? Ma sì, prima o poi; e allora perché non prima? La Chiesa deve superare gli ultimi residui di sessismo e di maschilismo, deve liberarsi della misoginia di san Paolo. E il celibato ecclesiastico? Via anche quello: non si può chiedere un simile sacrificio a nessuno, non siamo mica dei sadici, che si divertono a torturare le persone. Ecco, questo è il quadro della neochiesa, dei neopreti, della nuova teologia: un quadro desolante, che non ha più nulla di cattolico. Pure, questi signori hanno la sfrontatezza di dirci che nulla, in definitiva, è cambiato; che la dottrina rimane quella di sempre; che si sta solo operando un aggiornamento nei modi di annunciare il Vangelo. Si tratta solo di annunciare il Vangelo in una maniera che sia accessibile e accettabile agli uomini d’oggi. Si era cominciato col Concilio Vaticano II, poi c’è stato un rallentamento, sapete, le solite resistenze dei soliti conservatori, dei soliti tradizionalisti, nemici del dialogo, dell’apertura e dell’ecumenismo. Ma ora, con papa Francesco, si sta recuperando il tempo perduto. Una meraviglia.

 

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Il segreto del Beato Angelico: dipingeva come se pregasse, e si accingeva a raffigurare le sue Madonne annunziate come se contemplasse l’insondabile mistero della divina Incarnazione.

 

E invece, dobbiamo recuperare il concetto che era tanto chiaro ai nostri nonni: per trovare la verità, bisogna essere in grazia di Dio. Nessuno che non abbia il timor di Dio, nessuno che non sia in grazia di Dio, troverà mai la verità. Non la troverà come scienziato, né come filosofo, né come scrittore, né come artista, né semplicemente come uomo. Non la troverà perché essa non si lascerà trovare; meglio ancora: perché gli occhi di chi non è in grazia di Dio sono chiusi e non vedono; i suoi orecchi sono sordi, e non odono; la sua mente è accecata, le sue passioni si ribellano, il suo cuore è agitato da mille moti disordinati. Anche se avesse la verità davanti al naso, non la vedrebbe. Così come non vede la giustizia, la bontà, la bellezza. Come può vedere la bellezza, la vera bellezza, colui che si rotola nel fango delle passioni aberranti, colui che calpesta la legge umana e divina, colui che insegue affannosamente il suo piacere e che sottomette ad esso ogni altra cosa? Non la troverà mai. Non tutto quel che ribolle in fondo all’anima umana è buono; al contrario, c’è anche molto di cattivo. Il cristianesimo ha insegnato, per secoli, a sorvegliare il proprio cuore e la propria mente: agli studiosi ha insegnato il senso del limite; alle persone comuni, la modestia; a tutti la fortezza, la temperanza e il timor di Dio: in altre parole, il dominio di sé. Ma l’uomo non può dominarsi con le sue sole forze: è un controsenso, non ci riuscirebbe. Così il cristianesimo ha insegnato agli uomini a confidare in Dio, a chiedere a Lui che li soccorra, che li consigli, che li conforti, che dia loro i mezzi per esercitare il giusto dominio di se stessi. Poi è arrivata la psicologia del profondo, e ha detto: ma perché reprimersi? Reprimersi fa male alla salute: provoca le nevrosi, e naturalmente l’infelicità. E poi è arrivata la svolta antropologica, e ha detto: perché parlare sempre di Dio? parliamo dell’uomo, invece: parliamo del suo diritto a realizzarsi, parliamo del suo ardente desiderio di felicità. E ha cercato le risposte in una prospettiva tutta umana, attingendole solo dal mondo del visibile: per essere felici, basta soddisfare gl’impulsi naturali. Anche se gl’impulsi naturali non sono sempre buoni; ma questo è diventato scorretto dirlo. Per quale motivo, osservando i dipinti del Beato Angelico, si prova quel senso di pace, di pienezza, di letizia; ci si sente afferrati e trasportati in alto, come se le cose di quaggiù non avessero più peso; ci si sente turbati, commossi fino alle lacrime, come in presenza di una rivelazione divina? Il segreto è tutto qui: che il Beato Angelico dipingeva come se pregasse, e si accingeva a raffigurare le sue Madonne annunziate come se contemplasse l’insondabile mistero della divina Incarnazione. Ha scritto il teologo domenicano Aldino Cazzago nel libro I Santi danno fastidio (Milano, Haca Book, 2004, pp. 129-130):

Noi moderni, dopo secoli di razionalismo sciocco, e spesso anche disumano, facciamo fatica a concepire un’esistenza dove fede e vita, storia sacra e storia profana non siano in perenne contrasto o quanto meno realtà giustapposte l’una all’altra con i  rispettivi e inconciliabili campi di azione. Per l‘artista e religioso fra Giovanni [Beato Angelico] le cose non sono state evidentemente così. La storia sacra non era meno storia di quella profana e anzi non andava considerata come una sorta di rivestimento spirituale a qualcosa che le restava intimamente estraneo o peggio ostile. Per lui il mondo dell’uomo e il mondo di Dio non erano due mondi incompatibili. Molte delle sue scene sacre hanno come sfondo paesaggi storici a lui contemporanei, e non scenari atemporali. La fede cristiana era certamente l’angolo prospettico da cui guardare la realtà. Lo stupore non sta nel fatto che sia accaduto così, ma nell’ipotesi che ciò non fosse accaduto. Se a secoli di distanza anche il turista più profano esperimenta una sensazione di smarrimento davanti all’Annunciazione “in cima alla scala” [nel convento di San Marco a Firenze], significa che la realtà pensata a partire dalla fede non è meno convincente di altre cosiddette “libere” da pesanti gioghi religiosi…

 

   

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