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Fonte IL TIMONE n.  161 marzo 2017

Autore Giacomo Samek Lodovici

l mio articolo di gennaio su L’epicheia e le eccezioni alle norme ha suscitato tra i lettori alcune importanti domande, a cui cerco ora di rispondere - nel solco di Tommaso d’Aquino (cfr. soprattutto il suo Commento all’Etica Nicomachea, lectio 16) - connettendo il presente articolo, quello appunto di gennaio e quello di febbraio, su La dottrina morale cristiana fa fiorire l’uomo, dato che le tematiche sono correlate. Come già spiegato, l’epicheia è quell’espressione della virtù della giustizia che concerne delle trasgressioni rispetto alla lettera di alcune leggi che, nella loro formulazione (necessariamente) generale, non possono menzionare tutte le situazioni particolari. Essa
vuole queste trasgressioni per conseguire il fine di tali leggi: ad esempio, se la legge dice che «bisogna difendere la porta della fortezza», tale legge ha come fine la protezione della città e, allorquando il nemico sia già entrato, il fine di proteggere la città esige di non presidiare più la porta e di andare piuttosto a combattere.


Dalle azioni alle norme

Il punto più controverso del discorso fatto a gennaio è relativo alle norme negative assolute (per es. «non schiavizzare», «non commettere atti pedofili», «non assassinare») che, come ho argomentato in quell’articolo, non possono essere derogate nemmeno dall’epicheia.

Va ora chiarito che non si tratta
di procedere dapprima stabilendo in astratto delle norme e poi applicandole alle azioni, bensì dapprima bisogna individuare quali azioni sono sempre malvagie a causa della loro identità, poi bisogna formulare delle norme che vietino queste azioni e solo successivamente bisogna applicare queste norme per valutare e disciplinare delle situazioni concrete. (Che alcune azioni siano sempre malvagie è questione decisiva e molto lunga: per un’argomentazione sono costretto a rimandare a G. Samek Lodovici, L’utilità del bene, Vita e Pensiero 2010 e, più divulgativamente, a Id., il male? Non cambia, «il Timone», 151 [2016], pp.V-VIII).

Primato del positivo

Ciò non vuol dire che le norme negative assolute siano il fulcro dell’etica e che ci sia un primato del negativo. Come già scritto, oltre a queste norme che prescrivono di non compiere mai atti che sono sempre malvagi, esistono anche norme affermative relative («mantieni le promesse», «difendi i tuoi connazionali e il tuo Paese», «ama te stesso»,

«ama il prossimo», «ama Dio»), che prescrivono di compiere certi atti, ma non in ogni occasione (ci sono anche delle norme negative relative, non però rilevanti ai fini del presente discorso). Le norme negative assolute vietano alcuni atti malvagi e sono il risvolto delle norme positive, che dunque hanno il primato su di loro: in particolare, c’è un primato dell’amore (su ciò rimando a G. Samek Lodovici, L’emozione del bene, Vita e Pensiero 2010, pp. 151-176). E, dalle norme affermative «ama te stesso», «ama il prossimo» e «ama Dio» derivano tutte le altre norme affermative e negative (cfr. S. Paolo, Rm 1,13,8-10): poiché devo amare me stesso non devo mutilarmi e suicidarmi; poiché devo amare il prossimo devo proteggere i miei connazionali dai nemici che li aggrediscono, devo mantenere le promesse, non devo derubare gli altri né assassinarli; poiché devo amare Dio non devo bestemmiarlo, ecc.


Dal canto loro, le norme affermative esprimono le esigenze morali più alte: ciò vale in particolare per le norme relative all’amore.

E, ancora, se già le norme affermative hanno il primato su quelle negative, in più nessuna norma ha il primato nella vita umana, perché le norme non sono fini a se stesse, bensì indicano all’uomo come raggiungere la sua fioritura, il suo compimento: se sono valide e non infondate, sono come dei segnali stradali, perciò non sono la destinazione dell’umano cammino verso il proprio compimento, né sono sufficienti per giungerci, comunque indicano la direzione per arrivarci.

Solo che la indicano a grandi linee: per comprendere più precisamente le tappe del viaggio e pervenire sia alle varie tappe sia al fine ultimo dell’uomo, abbiamo bisogno delle
virtù etiche, della saggezza-phronesis (imprescindibile dato che conoscere tutte le corrette norme morali esistenti non basta, a volte, per sapere come agire moralmente bene in una situazione concreta), della grazia soprannaturale, a volte anche della filosofia morale, dell’educazione buona e di altri fattori.

Le attività dell’epicheia

Va chiarito che l’epicheia non supporta la ragione, non è una virtù che coadiuva, o talvolta addirittura consente, il corretto giudizio morale in concreto: il giudizio è compito della ragione, che nel soggetto virtuoso è coadiuvata dalla virtù intellettuale della saggezza-phronesis (precisamente, per S. Tommaso, da quella sua parte che egli chiama “gnome”, o perspicacia).

L’epicheia è una virtù etica che interviene sia prima sia dopo la formulazione del giudizio morale, che viene emesso dalla ragione virtuosamente saggia:

1. l’epicheia interviene prima del giudizio, aiutando, talora proprio abilitando, un soggetto a voler essere una persona non rigida, qualora si presentasse una situazione concreta che lo richiede, a trasgredire la lettera di una legge per conseguirne il fine; se poi si presenta tale situazione concreta che lo richiede, la saggezza giudica sia di derogare dalla lettera di una legge sia come farlo (e poi formula anche l’imperium, ma qui non scendiamo troppo nel dettaglio), e, a quel punto,

2. l’epicheia interviene anche dopo il giudizio (e dopo l’imperium) aiutando (insieme ad altre virtù etiche), talora proprio abilitando, la volontà e le emozioni del soggetto a volere-scegliere l’azione/le azioni (stabilita/e dalla saggezza) deroganti dalla lettera di una legge: per esempio essa aiuta la volontà e le emozioni di un soldato a voler dismettere la divisa che gli è imposta quando fa il guardiano della porta della città, aiuta la volontà del soggetto a volere indossare ciò che serve per combattere nel corpo a corpo, la aiuta a voler lasciare la (meno pericolosa) postazione che gli è solitamente imposta per presidiare la porta della città, e, di più, la aiuta a volere andare a combattere i nemici (in questo esempio l’altra virtù che interviene è il coraggio). Manca qui lo spazio per precisare il ruolo dell’epicheia nella fase esecutiva delle azioni volute dalla volontà grazie all’epicheia stessa.

Così, mentre la saggezza è una virtù intellettuale che perfeziona la ragione, l’epicheia è una virtù etica che perfeziona la volontà e le emozioni. Dicevamo sopra che bisogna identificare le azioni malvagie per poi formulare delle norme.

E qui c’è un problema che talvolta è difficilissimo. Per esempio, che cos’è l’assassinio vietato dalla norma «non assassinare»? La filosofia morale (nonché la teologia morale, per il
credente) e la saggezza possono arrivare a stabilire che non è assassinio ogni uccisione di un essere umano, perché la legittima difesa può talvolta comportare l’uccisione dell’aggressore (compreso il soldato nemico) che attenta all’incolumità di un soggetto; i bombardamenti diretti sui civili sono invece degli assassinii, in quanto i civili non sono combattenti che attentano all’incolumità altrui (se tra questi civili ci sono dei governanti - per esempio Hitler - che stanno scatenando la guerra, essi non sono combattenti, però sono attentatori).

Ancora, comporta difficoltà interpretative persino l’identificazione dell’atto pedofilo, che è perlomeno il rapporto carnale con un neonato/a e con un bambino/a: se identificare un neonato è facile, stabilire invece chi sia un bambino/a in alcuni casi è opinabile e dipende anche dall’essere umano in questione (a tredici anni si è ancora bambini? Alcune tredicenni, almeno tempo fa, avevano una maturità, forse tale da potersi sposare, come in effetti avveniva?).

Questi esempi, e altri che si potrebbero aggiungere, tematizzano la difficoltà di identificare che cosa sia un assassinio, un atto pedofilo, ecc., e ovviamente si possono discutere le identificazioni che ho appena fatto.

A volte sull’identificazione di alcuni atti concreti gli eticisti disputano indefinitamente, perché un’azione non può essere identificata solo grazie al suo aspetto fisico, bensì anche e specialmente in forza del fine immediato voluto dal soggetto.

Ad esempio, se Tizio alza il braccio, l’aspetto fisico della sua azione è identico nel caso che la sua azione sia chiedere la parola, votare, salutare, ecc. Questi esempi di identificazione dell’azione sono facili, ma altri sono assai più difficili, per esempio
quando si tratta di stabilire se una certa cessazione di terapie sia un atto eutanasico o un’astensione dall’accanimento terapeutico.

Ma una volta identificati correttamente alcuni atti sempre malvagi come l’assassinio, l’atto pedofilo, e altri atti, la saggezza non può stabilire delle eccezioni al divieto di assassinare, di agire da pedofili, ecc.

Tale attività di identificazione delle azioni, come detto, non spetta all’epicheia, bensì alla filosofia morale (nonché alla teologia morale, per il credente), alla teoria dell’azione e alla phronesis.

A queste (non all’epicheia) spetta intervenire:

-    per capire come agire bene se in una certa lingua il linguaggio non dispone dei termini adeguati per formulare correttamente una norma negativa assoluta, per esempio se una certa lingua non dispone dei termini per distinguere la mera uccisione di un uomo dall’assassinio;

-    o per capire che, per esempio, il divieto di assassinare non concerne la legittima difesa, che appunto non è un assassinio.

Per molte delle questioni che non ho potuto trattare rimando a A. Rodriguez Lurio, cfr. bibliografia.

A. Rodriguez Lurio La virtù dell'epicheia. Teoria, storia e applicazione (I) «Acta Philosophica», 6 (1997), pp. 197-236.

Id. La virtù dell’epicheia Teoria, storia e applicazione (II) «Acta Philosophica», 7 (1998), pp. 65-88.



   

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