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Fonte accademianuovaitalia.it 13/12/2018

Autore Francesco Lamendola

Tolleranza? Ebbene sì, la verità è intollerante: grazie a Dio! Ma che cos’è la tolleranza, questo feticcio della cultura moderna, la quale proprio per questo, ossia perché ne ha fatto un feticcio è "la cultura del relativismo"?

Il 10 dicembre 2018 si è spento, novantunenne, il filosofo tedesco Robert Spaemann: uno dei più grandi filosofi tedeschi ed europei, certamente il più grande filosofo cattolico del XX secolo. La cultura dominante, naturalmente, non se n’è accorta; non si era accorta granché di lui neanche prima. Logico. Come poteva piacere alla cultura mainstream uno che aveva scritto un libro intitolato: La diceria immortale. La questione di Dio o l’inganno della modernità? Aveva avuto il torto di mostrare l’assoluta falsità della tesi, che per tutti gli intellettuali di sinistra è un dogma, che la nozione di Dio  non è stato inculata nei popoli da una cricca di preti interessati e oscurantisti, in odio al progresso e alla ragione, ma è un dato ontologico primario dell’essere umano. Aveva anche sostenuto che la ragione non è il contrario della fede e la fede non è l’opposto della ragione, ma che sono due forme di conoscenza per arrivare ad una stessa verità: Dio. Come san Tommaso, come tutti i grandi pensatori cristiani di ogni epoca: fino alla modernità. Con la modernità è arrivato l’inganno, ed è stato imposto per legge: se si crede nella ragione, non si può credere in Dio; e viceversa. Tutto questo è falso, ridicolamente falso: è un inganno, appunto: e Spaemann ha mostrato che di un inganno si tratta. Ma tutto il suo pensiero è di tipo costruttivo, più che decostruttivo: è stato uno sforzo mirabile per uscire dalle secche della modernità, non per rimestare fra le ceneri di un sapere inutile e angosciante. E anche questo era grave, dal punto di vista del politically correct: pazienza criticare la modernità, questo lo fanno già, per vezzo, per civetteria, per noia, in tanti di loro; ma mostrare che esiste un’altra strada, che il pensiero può ancora aver fiducia in se stesso, se bene indirizzato: questo sì che è imperdonabile, per quanti vorrebbero che l’umanità non avesse altro Dio che questo tipo di ragione: quella illuminista che ha fallito, e il cui fallimento appare evidente a chiunque abbia occhi per vedere e orecchi per udire. E poi, un’altra cosa, più grave di tutte,  non potevano perdonargli i signori che detengono il monopolio dei salotti buoni della cultura e dell’informazione: aver detto che la verità inevitabilmente è intollerante. La tolleranza c’è non verso l’errore, ma soltanto verso l’errante. Ecco perché nei salotti televisivi e nelle conferenze organizzate dalle varie associazioni filosofiche vediamo sempre i soliti noti, i Cacciari, i Galimberti, e fino a qualche anno fa gli Eco, pace all’anima sua: ed ecco perché non abbiamo mai visto e non vedremo mai gli Spaemann, o i Seifert, altro notevolissimo filosofo tedesco, recentemente fatto cacciare dal signore argentino dall’Accademia Internazionale di Filosofia, per aver criticato i ben noti passaggi eretici di Amoris laetitia. Anche Spaemann era molto critico verso il pontificato del signore argentino: questi non poteva non sapere, disse, che, con quell’enciclica, avrebbe spaccato la cristianità e innescato uno scisma proprio nel cuore di essa. Insomma, un coraggioso: uno che parlava chiaro. E non è che ce ne siamo molti, di questi tempi, né fuori, né dentro il mondo della cultura cattolica, ormai sempre più minoritaria e, quel che è peggio, sempre più confusa e frastornata dalle sfacciate (e scellerate) manovre della setta modernista che, a partire dal Concilio Vaticano II, ha imposto la sua tirannide sulla Chiesa.

 

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Robert Spaemann: uno dei più grandi filosofi tedeschi ed europei, certamente il più grande filosofo cattolico del XX secolo.

 

Ma torniamo alla scioccante affermazione di Spaemann, che la verità inevitabilmente è intollerante. Per la cultura laica, è uno scandalo, perché la tolleranza, fin dalle sue origini, è la parola magica di cui si riempiono la bocca i suoi corifei. Tolleranza, tolleranza, proclamavano gli enciclopedisti; tolleranza, proclamava Voltaire; il quale però aggiungeva: écrasez l’infâme!, schiacciate l’infame. E l’infame, per le anime belle che non lo sapessero, era la Chiesa cattolica e, con lei, la verità soprannaturale da essa custodita e tramandata. Tolleranza per tutti, tranne per gli infami, quindi: tranne per i cattolici. Come teorizzava, appunto, il buon Locke, nel suo Trattato sulla tolleranza:  tolleranza per tutti, ma non per i papisti; quelli no, non ne sono degni. Ora, la grande novità è che, dalla seconda età del XX secolo, questo stesso identico schema è stato adottato dalla Chiesa medesima e dalla cultura cattolica dominante, quella insegnata nei seminari e nelle facoltà teologiche: tolleranza per tutti, apertura verso tutti, dialogo con tutti, tranne che per i cattolici che non fossero persuasi del fatto che la verità è intollerante, per quanto possa e debba esservi tolleranza nei confronti delle persone. Per quelli no, nessuna comprensione, niente dialogo, nessuna tolleranza, ma solo disprezzo e anatemi. La cosa è partita dal Concilio Vaticano II, il quale ha abolito per decreto tutti i nemici della Chiesa e quindi anche tutti gli eretici e le eresie; e sta toccando il culmine con il “magistero” del signore argentino, il quale elogia Lutero, dispensa gli ebrei dalla necessità della conversione, bacia il Corano, onora Buddha, ma non s’inginocchia davanti all’Altissimo, non mostra rispetto per la Santissima Trinità, e si circonda di sedicenti teologi i quali, come Enzo Bianchi, relativizzano la morale e parlano con poco rispetto della Madonna, mentre riducono Gesù Cristo alle dimensioni di un semplice profeta. Buoni eredi di quel David Maria Turoldo che spezzava in pubblico la coroncina del Rosario per far capire ai cattolici devono liberarsi di simili superstizioni da medioevo.

Ma che cos’è, infine, la tolleranza, questo feticcio della cultura moderna, la quale proprio per questo, ossia perché ne ha fatto un feticcio, è la cultura del relativismo? La tolleranza è

la capacità, la disposizione a  tollerare, senza ricevere danno, e il fatto stesso di tollerare, qualche cosa che in sé sia o potrebbe essere spiacevole, dannosa, mal sopportata; (…) atteggiamento teorico e pratico di chi, in fatto di religione, politica, etica, scienza, arte, letteratura, rispetta le convinzioni altrui, anche se profondamente diverse da quelle cui egli aderisce, e non ne impedisce la pratica estrinsecazione, o di chi consente in altri, con indulgenza e comprensione un comportamento che sia difforme o addirittura contrastante ai suoi principî, alle sue esigenze, ai suoi desideri (Treccani).

È evidente, quindi, che se la tolleranza è, o può essere, ma entro certi limiti (non verso un terrorista che cerca di ammazzarmi, per esempio; o un delinquente che vuol fare del male ai miei cari…), una buona cosa, essa non può essere assolutamente un valore quando è un gioco la verità. In questo campo, la tolleranza è impossibile, per il semplice fatto che essa è, alla lettera, un qualcosa di inconcepibile, perché intrinsecamente contraddittorio: sarebbe come ammettere che esistono diverse verità, tutte egualmente stimabili, tutte egualmente valide. La verità, quindi, è intollerante, indisponibile, irriducibile, intransigente: o c’è, o non c’è; o si crede in essa, o non ci si crede; o la si desidera, o non la si desidera. Chi la desidera, per forza di cose non può che considerarla come il bene supremo: nulla è buono senza la verità e fuori della verità; e anche le cose che sono in se stesse buone, se non sono illuminate dalla verità, finiscono per diventare cattive, o per prestarsi ad un uso cattivo.

 

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La tolleranza, che è la negazione della verità, è molto popolare di questi tempi, e molto amata nel mondo, perché non richiede sacrifici.

 

E qui, pronta, immancabile, prevedibile, scatterà la reazione dei benpensanti mainstream, i quali, esultanti, obietteranno: forse che anche della verità non si può fare, e non si è fatto, nella storia, un uso cattivo? Nossignori: è falso. Tutto ciò di cui si fa un uso cattivo, non è verità; la verità è buona in se stessa, e dall’albero buono non nascono frutti cattivi, così come dall’albero cattivo non spunteranno mai frutti buoni. La verità è buona perché la verità è l’essere delle cose, e l’essere delle cose è buono per il fatto di essere. Infatti, i più coerenti negatori della verità si sono sempre scagliati contro questa idea: che l’essere sia buono in se stesso. Confondendo l’essere con l’esistere, eccoli strillare e piagnucolare: Ma quante cose cattive ci sono al mondo! Un bambino che nasce con dei gravi difetti fisici o psichici, è forse una cosa buona? Argomento filosoficamente nullo: non è la fattualità che decide la bontà dell’essere. L’essere è la condizione perché vi sia qualcosa invece del nulla: compreso il fatto che noi stiamo qui a interrogarci su tali questioni. Senza l’essere, non ci sarebbero le nostre domande e i nostri ragionamenti, non ci sarebbe la nozione di bene e di male, non ci sarebbe il mondo. È evidente, perciò, in che senso l’essere è il bene: perché è bene tutto ciò che consente al mondo di esistere, all’uomo di farsi delle domande e cercare delle risposte; è un bene la ragione ed è un bene anche la fede; è un bene la vita ed è un bene anche la morte, che lascia spazio alle nuove generazioni e che pone gli esseri umani di fronte al loro destino eterno. La morte è bene perché libera l’uomo dalle sue catene, ma è un bene se egli ha vissuto bene, ossia se ha cercato, amato e servito la verità; è un male se ha vissuto pensando solo a soddisfare il suo egoismo, perché porrà una distanza eterna e insuperabile fra lui e ciò che non ha minimamente cercato in vita: la verità. La verità è Dio, perché Dio è il garante di tutto ciò che è buono e vero: nulla sarebbe se non vi fosse Dio; neppure la libertà umana e quindi neppure la meravigliosa libertà e, nello stesso tempo, la tremenda responsabilità di cercare o rifiutare la verità.

 

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Il relativismo è una forma di pazzia contagiosa, e infatti questa ne è la prova: ha contagiato anche quelli che, per definizione, tolleranti non possono esserlo: i cattolici.

 

Ed ecco perché la civiltà moderna, da cinque o sei secoli, non si stanca di denigrare, mortificare, deridere il concetto della verità, e ostracizzare quanti la cercano sinceramente, umilmente e coraggiosamente: perché la verità conduce là dove essa non vuole andare, là donde essa è perennemente in fuga. La civiltà moderna nasce da una rivolta contro la verità, cioè contro Dio, in nome di una verità tutta e solamente immanente ed umana. Ma una verità tutta e solamente umana è, per forza di cose, destinata a sgretolarsi in due, cento, un milione di verità: ciascuno se ne andrà in giro a sventolare la propria. Così dal relativismo, la verità ha molte facce, si passa al soggettivismo, è vero quel che io ritengo vero, e infine al solipsismo: esisto io soltanto, ogni cosa è un prodotto della mia mente. Questo è lo stadio finale di quella pazzia che si chiama modernità, di quell’inganno - come diceva Spaemann – che è la modernità. La modernità è ingannevole perché è tollerante, ed è tollerante perché è folle. Ed è una pazzia contagiosa, perché si presenta in vesti lusinghiere e carezzevoli, mentre la verità viene da essa presentata come un qualcosa di tetro, di arcigno. Ma la verità appare tetra ed arcigna solo a chi non ha la coscienza a posto verso di essa: agli ignavi che non la cercano e ai malvagi che la rifiutano. Viceversa, la tolleranza, che è la negazione della verità, è molto popolare di questi tempi, e molto amata nel mondo, perché non richiede sacrifici, né veglie, né fatiche, e non comporta la possibilità di trovarsi in contrasto con alcuno: alla persona tollerante tutti renderanno gli onori, davanti a lei tutti si toglieranno il cappello e diranno, estasiati, commossi: ma che brava persona!

 

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La civiltà moderna nasce da una rivolta contro la verità, cioè contro Dio, in nome di una verità tutta e solamente immanente ed umana.

 

Ed è proprio quello che sta accadendo al neoclero della neochiesa apostatica, e in modo particolare lo si vede col signore argentino che siede, indegnamente peraltro, sulla cattedra dei successori di san Pietro, quale vicario di Cristo in terra. Tutti gli rendono onore, tutti si tolgono il cappello davanti a lui: anche e soprattutto quelli che sono sempre stati i peggiori e più accaniti nemici della Chiesa, quelli che da sempre si industriamo e si affaticano in ogni modo per distruggerla, dal di fuori e anche dal di dentro: strano, vero? O forse no: forse è tristemente, terribilmente chiaro. Gesù aveva annunciato sofferenze e persecuzioni per i suoi seguaci, dopo aver affermato di esser venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità: ma questi signori sono sempre a caccia di applausi, di interviste, dei flash dei fotografi; sono sempre sui giornali, alla radio e alla televisione, sono invitati dappertutto, ospiti graditi ovunque, cosa che ricambiano invitando chiunque fin dentro le chiese: anche gli abortisti più incalliti e anche i fautori più decisi dell’eutanasia, tanto per citare dei casi particolarmente evidenti. Solo per i veri cattolici le porte rimangono chiuse: sono cacciati dalle facoltà di teologia, vengono allontanati dalle parrocchie, vengono perfino chiusi i loro seminari (come nel caso di quello dei francescani dell’Immacolata), vengono commissariati, vengono scomunicati. Per loro non ci sono più spazi disponibili: perfino le basiliche possono essere trasformate in dormitori e in refettori per i poveri, ad opera di questo neoclero relativista e tollerante, ma per un vero professore cattolico di teologia non c’è una sala parrocchiale, non c’è un locale qualsiasi, fra le migliaia e migliaia di locali rimasti vuoti per il crollo delle vocazioni, che lo possa ospitare, se vuol tenere una conferenza per parlare della verità. Ormai egli è guardato con maggiore odio e disprezzo dal clero cosiddetto cattolico e dagli esponenti della cultura (ex) cattolica, che non dai vecchi nemici di sempre, i quali neppure si curano della sua esistenza. Ma i neopreti e i neoteologi, no: come potrebbero ignorarne l’esistenza? Finché ci sarà ancora un solo vero cattolico, la sua stessa presenza suonerà come una condanna senza appello per il tradimento da essi perpetrato ai danni della fede e del popolo cristiano. Dicevamo che il relativismo è una forma di pazzia contagiosa, e infatti questa ne è la prova: ha contagiato anche quelli che, per definizione, tolleranti non possono esserlo: i cattolici. Una chiesa tollerante non è la chiesa di Cristo. Il quale non ha predicato la tolleranza, né il relativismo, ma la verità, dicendo: Andate in tutto il mondo a battezzare e predicate il Vangelo. E chi crederà, sarà salvo; ma chi non crederà, sarà condannato...

   

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