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Fonte riscossacristiana.it 10/10/2018

Autore Patrizia Fermani

Man mano che la minaccia espansiva dell’impero americano e della sua macchina guerra si fa più vicina, le falsificazioni morali, materiali e comunicative allestite per spianarne il terreno si fanno appariscenti, anche perché sempre più disinibite.

Ma la più plateale di tutte rimane, ovviamente, lo spettacolare evento che all’inizio di questo secolo doveva inaugurare la guerra variegata, permanente e ad ampio spettro condotta nei diciassette anni successivi. Quell’evento aveva il compito di giustificare ex ante quanto sarebbe accaduto dopo, doveva rappresentare l’onta che le ragioni dell’onore e dei valori occidentali avrebbero dovuto lavare col sangue degli indomiti difensori del bene contro il male.

Ma il film che mezzo mondo ha continuato a rivedere con emozione e sgomento era il primo in cui tutte le comparse vengono sterminate realmente sul set, e la morte collettiva in diretta viene sperimentata per fini strategici da una infernale macchina propagandistica. Per di più con una novità rilevante: la messinscena cinematografica di quell’evento mirava anche ad affidare agli spettatori emotivamente coinvolti un tragico ruolo morale di comprimari, tanto immedesimati nella finzione da rinunciare ad ogni capacità critica. Insomma, mirava a procurare quel consenso cieco che avrebbe dovuto accompagnare la già programmata micidiale guerra “giusta” da portare dall’altra parte del pianeta.

Un po’ come alla piccola cameriera che nel geniale La rosa purpurea del Cairo capita di diventare la romantica eroina corteggiata dal protagonista, il quale esce dalla pellicola facendole vivere una travolgente relazione d’amore. Certo qui la musica era tutt’altra, ma il grado di immedesimazione al di qua dello schermo lo stesso, e la cosmopoli occidentale ha potuto accompagnare i venti di guerra scatenati in nome del bene mobilitando tutte le proprie energie morali. Ha fatto proprie le false ragioni etiche, i principi fasulli, le truffaldine cause “umanitarie” con cui l’impero ha imbellettato i propri piani. Di quella partecipazione morale, diventata nel tempo tanto imbarazzante, oggi si fa fatica ancora a parlare, forse per non dovere sentire il peso di un coinvolgimento insipiente in un progetto scellerato e distruttivo per tutti.

Ma l’unico modo per cominciare a scrollarsi di dosso il peso di una pur lontana connivenza è oggi quello di recuperare la ragione e tornare a leggere la brutale oggettività del reale che ci riguarda da vicino.

La storia di un secolo ha messo a nudo l’insanabile contraddizione tra l’immagine che gli Stati Uniti si sono costruiti nel tempo attorno ai propri sacri testi costituzionali e ai relativi principi fondativi, con la pretesa di rappresentare il modello insuperabile della democrazia moderna, e la inesausta sete di potere planetario spinto anche da una inesorabile macchina economica. In questa contraddizione sta la costante necessità di presentare al mondo giustificazioni di alto valore morale per le più brutali strategie di conquista.

Gli imperi del passato non sentivano il bisogno di giustificare né le guerre di conquista né le mire egemoniche. Ad Atene sembrò sufficiente ricordare quale fosse la propria potenza militare ai Melii per chiedere la loro totale sottomissione; come a Roma, con una economia fondata sul lavoro servile, bastava il bisogno di nuovi schiavi a giustificare una nuova campagna militare. Gli imperi non hanno mai dovuto giustificare le proprie mire espansionistiche.

Al contrario gli Stati uniti hanno continuato ad avvolgere, con puntiglio moralistico, la corsa sempre più scomposta al dominio universale nella bandiera della giustizia democratica, cercando di guadagnare a sé l’ambìto alleato del consenso. Pretesa tanto più grottesca, quanto più si è fatta plateale la strategia comunicativa.

Per tracciare il quadro di una realtà che ha preso forma durante l’arco di più di un secolo, rimane assai prezioso lo studio contenuto già in alcuni saggi di Carl Schmitt scritti a cavallo tra le due guerre e approfondito poi compiutamente nel famoso Der nomos der Erde a ridosso del secondo dopoguerra.

In ogni caso, né il coinvolgimento emotivo dell’autore per le disastrose sconfitte subite dalla Germania in entrambi i confitti mondiali proprio in virtù dell’intervento decisivo degli Stati Uniti, né le sottigliezze accademiche, tolgono alla sua analisi condotta con rigore concettuale una straordinaria forza profetica fatalmente confermata dai fatti senza margini di errore.

Il filo conduttore di questo studio è dato dalla idea della “guerra giusta” che gli Stati Uniti hanno adottato da più di un secolo per realizzare un piano di dominio universale sempre più scoperto e pericoloso.

Il pensiero filosofico già nell’antichità aveva posto il problema della guerra e della sua giustificazione. Una volta costatata la impossibilità di bandirla del tutto dalla storia umana, con varie sfumature si era finito per convenire che potesse essere riconosciuta del tutto plausibile la guerra che avesse una funzione difensiva, o fosse necessaria per vendicare l’offesa ricevuta. Soltanto i primi cristiani, fondandosi sui Vangeli, respinsero del tutto la stessa idea della guerra, e accettarono la persecuzione romana motivata all’inizio proprio dal loro rifiuto di prestare il servizio militare. Tuttavia, superata la fase delle persecuzioni e avviata la cristianizzazione dell’impero su uno sfondo di idee dal valore universale, alla riflessione teologica e filosofica tornò a riproporsi il tema della guerra giusta, che è tale in virtù della giusta causa per cui è combattuta e che dunque, superando il limite dei confini territoriali e il rapporto tra le parti avverse, si definisce sul peso del valore messo in gioco.

San Tommaso poneva tre condizioni per la guerra giusta: che sia dichiarata all’autorità competente; che vi sia la violazione di un diritto che non si vuol riparare; che vi sia la retta intenzione in chi fa la guerra di procurare il bene e di evitare il male. Dalla guerra giusta in virtù della causa giusta che la muove, si arriverà anche alla guerra santa condotta per il trionfo della fede.

Il tema della guerra giusta posto dal pensiero cristiano influenzò anche l’elaborazione dottrinale condotta poi, laicamente, dai giusnaturalisti. Essi però sentirono tutta la difficoltà di definire la guerra giusta, poiché essa presuppone risolto l’impervio problema della giustizia. Problema in sé difficilissimo da impostare data la sua insolubilità, una volta che lo si sia staccato proprio dal piano di una volontà superiore riconoscibile da tutti. Anche Grozio e Alberico Gentili, padri del diritto internazionale, ne avevano sentito la difficoltà e lo avevano lasciato da parte.

Proprio per questo era stato più facile dare corpo alla idea della guerra santa che, ponendo la giustizia nelle mani di Dio, è ordinata al trionfo della fede. E che sarà ripresa con le guerre di religione. Ma le guerre di religione, osserva Schmitt, diventate anche guerre di fazione, sono per natura guerre di annientamento, condotte fino alla distruzione del nemico, poiché i nemici si discriminano l’un l’altro come criminali e pirati. Quelle guerre avevano al centro un concetto “discriminatorio” di guerra (e in questo quadro possiamo includere a buon diritto anche gli eccidi vandeani, perpetrati anch’essi in nome della nuova religione rivoluzionaria).

Ma con la fine delle guerre di religione, che si erano legittimate ancorando l’idea di guerra santa al principio superiore della volontà divina, una nuova società relativista e agnostica aveva dato vita alla concezione dello stato moderno, autonomo e sovrano, che regola i rapporti con gli altri stati su un piano quanto più possibile giuridico e sulla base di un principio di parità dal quale esulava il concetto di guerra giusta. Nasce un nuovo diritto internazionale, che non può non avere al centro anche la questione della guerra. Ma ora la guerra non è più intesa, osserva Schmitt, in senso discriminatorio.

Lo jus publicum europeum, stabilendo rapporti giuridici paritari fra stati sovrani, garantisce un lungo periodo in cui anche la guerra è soggetta ad un codice di comportamento valido tra le due parti in lotta, che combattono in condizioni di reciprocità e cioè senza una valutazione preventiva delle cause e delle intenzioni dei belligeranti. Un periodo in cui, secondo l’autore, se non si instaura la pace, si tiene lontana la guerra di annientamento, quella sotto il cui spettro è tornato a vivere da decenni il mondo contemporaneo.

In altre parole, sparita dall’orizzonte politico internazionale la guerra santa, non vi si affaccia neppure l’idea della guerra giusta.

Quindi, con le guerre condotte sul suolo europeo dopo la costituzione degli stati moderni, cioè fra Stati delimitati dal punto di vista territoriale e con pari diritti, non vengono più inalberati contenuti morali che rendano giusta la guerra, ma vi sono soltanto entità istituzionali che possono muoversi guerra sullo stesso piano senza considerarsi reciprocamente criminali o traditori. La parità istituzionale giuridica degli stati sovrani rende neutra la guerra, e allontana da essa la possibilità di trasformarsi in guerra di annientamento. In altre parole, sparita dall’orizzonte politico internazionale la guerra santa, non vi si affaccia neppure l’idea della guerra giusta.

Si riproduce grosso modo la situazione del duello, nel quale non rileva la qualità della causa sottostante, ma soltanto il rispetto delle regole prestabilite.

A parte l’ottimismo con cui viene letta dall’autore una situazione di equilibrio presto già travolta dalle guerre imperiali napoleoniche, bisogna riconoscere che il concetto non discriminatorio di guerra fra Stati sovrani, individuato da Schmitt, e rispetto al quale era stato anche possibile ad ogni Stato terzo rivendicare il diritto a mantenere la propria neutralità, regge fino alla prima guerra mondiale

Qui egli ne fissa la fine ufficiale, nella dichiarazione con cui il 2 aprile del ‘17 veniva annunciata da Wilson l’entrata in guerra degli Stati Uniti e mondializzato il conflitto. Con quel discorso si veniva a reintrodurre l’idea della guerra giusta, in virtù della quale “la neutralità non sarebbe più stata attuabile e nemmeno auspicabile per la pace e la libertà dei popoli”; veniva sancito così un principio internazionale cogente, valido al di là della competenza territoriale.

Lo Stato moderno aveva creato un diritto internazionale che non conosceva un concetto discriminatorio di guerra, ed era parte integrante della propria sovranità decidere se affiancarsi o meno ad una parte belligerante decidendo da solo sulla giustizia della guerra che è stata intrapresa. Invece non appena “uno Stato o un gruppo di Stati ricorre alla guerra avanzando la pretesa di agire non solo a titolo personale ma anche nel nome di un più alto ordinamento, e viene negata l’idea di una possibile neutralità, emerge la pretesa di esercitare un dominio universale o regionale”. Quello che preme mettere in luce all’autore è che, una volta legata l’idea di guerra giusta ad un principio astratto che si pretende universalmente riconoscibile, si apre pericolosamente la porta alla guerra totale azionabile in ogni momento da chi detiene il potere di formulare quel giudizio.

Non per nulla a Versailles si poteva riaffacciare soprattutto il concetto discriminatorio di guerra come iniziativa criminosa. Con la conseguenza che, se la guerra può essere considerata in sé come crimine, occorrerà anche un giudice, una corte che lo accerti, individui il colpevole in una o più persone fisiche, e applichi la sanzione necessaria per dare alla norma ipoteticamente violata la dignità di norma cogente e oggettiva. Infatti col trattato viene avanzata la pretesa di processare il Kaiser Guglielmo II, in quanto primo responsabile del crimine di guerra intrapresa.

Veniva tratteggiato così il modello che, dopo Norimberga, sarà ripreso a distanza di qualche decennio per portare sul banco degli imputati gli sconfitti della guerra in Kosovo, una guerra ideata, programmata e scatenata dai vincitori. Quelli che, mossi da motivi umanitari, poterono bombardare, per settantotto giorni, con il potente aiuto dalemiano, la popolosa capitale di uno stato sovrano. Lo stesso modello applicato poi per eliminare fisicamente Saddam Hussein con l’impiccagione.

Questo concetto “discriminatorio” di guerra viene istituzionalizzato nel 1920 a Ginevra dalla Società delle Nazioni, nata con il compito di garantire una pace stabile al mondo intero, ma proprio a partire dalla distinzione tra guerre lecite e guerre illecite. Tuttavia una istituzione sovranazionale, per quanto possa apparire provvidenziale e rassicurante ai fini della coesistenza pacifica, entra per forza in contraddizione con la singola sovranità nazionale, e il suo eventuale potere non può che affermarsi che a scapito di quella sovranità, e operare come longa manus dei poteri egemoni che la condizionano. Per questo Schmitt vedeva dietro la Società delle Nazioni, una volta rimosso il concetto neutro di guerra, “la pretesa universalistica di dominare un nuovo ordine mondiale”.

Infatti i trattati di Parigi non sconvolsero soltanto gli assetti territoriali europei, ma contenevano in sé anche la pretesa di stabilire un nuovo ordine mondiale. Solo che erano le aspirazioni universalistiche dell’impero a legarsi con il principio della guerra giusta universalmente valido, sicché essi si potenzieranno reciprocamente gettando le basi appunto del “nuovo ordine” dettato dall’impero americano, volto ad inghiottire con la minaccia delle armi gli stati sovrani nazionali.

Nello statuto della Società delle Nazioni, ideata dallo stesso Wilson, era leggibile la nuova concezione dei rapporti internazionali non più regolati dallo jus publicum europeo, ma dai principi universalistici che avrebbero aperto la strada ad un potere egemone sovranazionale fondato sulla supremazia militare. A questo sarebbe spettato, di fatto, il dritto di decidere sulla guerra giusta con il relativo ricatto ideologico necessario per l’esercizio effettivo di un potere generalizzato che godesse del consenso comune.

Si pensò che questo nuovo diritto internazionale sarebbe stato garantito dal pacta sunt servanda, in virtù del quale i trattati costitutivi, sacrosanti e intangibili, avrebbero potuto da soli garantire un assetto internazionale stabile e pacificato. Ma la realtà dei fatti travolse questa idea, che si dimostrò già fallimentare quando l’applicazione delle sanzioni economiche indusse l’Italia ad uscire dalla Società della quale, tra l’altro, non facevano parte, oltre alla Germania, neppure gli stessi Stati Uniti che l’avevano promossa.

Infine Schmitt enuclea nei suoi scritti anche un altro importante concetto che aveva guadagnato terreno nello scenario politico ed era entrato già allora nella discussione accademica, e che ritroviamo oggi come elemento chiave per la attuazione del piano di conquista planetaria da parte dell’impero americano. Si tratta del riconoscimento di forza belligerante alle formazioni di ribelli. Il fenomeno è risalente ancora al secolo XIX, che vede il riconoscimento internazionale dei ribelli greci.

Si profila così l’estensione della “guerra giusta” anche alle formazioni dei ribelli, cioè alle guerre interne agli Stati cui però possono partecipare anche le potenze esterne. Un concetto che si fa strada man mano che arretra e si rimpicciolisce l’idea della sovranità dello Stato nazionale e che finisce per disgregarne anche la stessa esistenza ideale. Vengono armati i ribelli e, creata la “giusta causa”, si entra come alleati nella guerra interna, mentre viene aggredita la sovranità. Sappiamo quale sia stato l’attacco portato alla Russia di recente su questo terreno. Mentre possiamo estendere a ragion veduta il fenomeno anche alle guerre economiche condotte da forze esterne allo Stato, in virtù della alleanza con i gruppi che lo combattono dall’interno.

Il mito della democrazia, rimesso a punto, vantato dagli Stati Uniti e diffuso come prodotto principe originale del nuovo mondo imponeva di essere assunto a vessillo di ogni intervento militare. Ed essi hanno continuato ad incarnare il ruolo dei custodi e depositari del valore supremo della democrazia, abilitati in virtù di questo ad assicurare con le armi la pace universale, magari dietro il fantoccio dell’Onu. Ma sempre con la preoccupazione di predisporre la guerra giusta e buona con qualunque mezzo, foss’anche il pianto accorato di una falsa infermiera del Kuweit che ha visto strappare dalle incubatrici i neonati da immaginari soldati iracheni.

Ecco infatti che la finzione diventa anch’essa, per chi ha fatto del cinema una potentissima arma economica e propagandistica, una componente fondamentale per la programmazione e lo scatenamento delle guerre. La finzione serve a produrre, attraverso l’inebetimento mediatico delle masse, il consenso che legittima l’impiego più brutale della forza anche al di là di ogni ragionevolezza e in spregio ad ogni esigenza di verosimiglianza.

L’esperienza cinematografica hollywoodiana si era rivelata utile in Africa per creare false immagini capaci di ingannare Rommel sulla consistenza delle forze alleate. Ma era stato un giochetto da ragazzi dagli effetti limitati. Invece nel duemila l’arma dello spettacolo è diventata determinante. Serve a dare al nemico designato una configurazione così potente da fargli meritare uno sforzo bellico adeguato, mentre crea lo stato d’animo collettivo capace di procurare il consenso universale ad una guerra programmata.

Lo spettacolo allestito l’undici settembre è così abbacinante che per tanto tempo l’ignaro spettatore non si chiederà neppure come mai dei grattacieli di acciaio si possano polverizzare in dieci secondi esatti, mentre la cupola della Camera di Commercio di Hiroshima è sopravvissuta alla valanga del fuoco atomico. Non si chiederà come un aereo largo quaranta metri possa attraversare il muro del Pentagono facendo un buco più piccolo e lasciando intatte le finestre del secondo piano prima di scomparire nel nulla con tutti i passeggeri a bordo e come mai un quarto aereo scompaia sotto terra con tutto il suo carico umano dopo avere impresso in superficie una sagoma ancora una volta molto più piccola della propria. Il mondo occidentale ha accompagnato con intensa partecipazione emotiva la finzione cinematografica e ha continuato a viverla come vera anche dopo che è stata messa in scena la ben più volgare finzione delle micidiali armi inesistenti con cui si doveva aprire la strada al massacro di un popolo e alla oscena impiccagione del capo di uno stato sovrano. Come la cameriera della Rosa purpurea del Cairo, lo spettatore ha preferito farsi rapire dalla finzione che sembra più appagante della realtà.

Ma insieme ai passeggeri spariti nel nulla con gli enormi aerei sui quali erano saliti davvero, e con i milioni di morti a seguire, è stata ferita a morte la antica vera ricchezza di una antica vera civiltà che sembra condannata alla estinzione dalla nuova barbarie: la ragione occidentale.

Eppure soltanto essa potrebbe alzarsi con un ultimo eroico sforzo collettivo contro la minaccia montante di una guerra definitiva. Avremmo almeno saputo mostrare che intendiamo lottare ancora per la sopravvivenza dei nostri figli inermi.

   

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