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fonte accademianuovaitalia.it 14/08/2018

Autore Francesco Lamendola

  Il ’68 italiano è stato un ’68 cattolico frutto diretto dell’ideologia cattolica e Conciliare? beninteso quella progressista e di sinistra già tenuta a battesimo dal gruppo dei “professorini”Dossetti, Lazzati, Fanfani e La Pira

Che la componente cattolica, o ex cattolica, o cripto cattolica, del ’68 italiano sia stata molto forte, persino determinante, questo è un fatto ovvio e risaputo, e nessuno ha mai pensato di minimizzarlo o d’ignorarlo. Pochi o quasi nessuno, però, hanno provato a fare il passo successivo: a mettere in fila una lunga serie di “coincidenze” e a trarne le pur logiche conclusioni. In altre parole: visto che gli uomini chiave, le idee chiave, le situazioni chiave, del ’68 italiano sono stati cattolici, o ex cattolici, o cripto cattolici, è possibile anche spingersi oltre, e avanzare una interpretazione complessiva del fenomeno, dicendo che il ’68 italiano è stato un ’68 cattolico, un frutto diretto dell’ideologia cattolica, beninteso quella cattolica progressista e di sinistra, già tenuta politicamente a battesimo dal gruppo dei “professorini”, Dossetti, Lazzati, Fanfani e La Pira, e che poi, sul terreno religioso e anche culturale, nel senso più ampio della parola, aveva avuto un decisivo banco di prova, appena qualche anno prima della Contestazione studentesca, nell’evento del Concilio Vaticano II? A nostro parere la risposta è senz’altro affermativa. Non solo: siamo fermamente persuasi che fra l’evento del Concilio e l’evento del ’68 italiano ci sia una correlazione di causa ed effetto.

 

0 GALLERY 1968

Le date ci dicono che il ’68 italiano ha preceduto il Maggio francese?

 

Si faccia attenzione alle date: l’8 dicembre si chiude il Concilio, e il 17 novembre gli studenti della Cattolica di Milano occupano l’Università, dando inizio alla fase esplicita della cosiddetta contestazione; sempre nel 1967 la Libreria Editrice Fiorentina mette in circolazione la Lettera a una Professoressa, scritta dagli studenti di Barbiana sotto la guida di don Lorenzo Milani, o forse dallo stesso don Milani: un testo che sarebbe diventato la Bibbia del ’68 italiano, probabilmente più conosciuto, più amato e più letto (chi mai ha letto DAVVERO Il Capitale di Marx?) di qualsiasi altro dell’epoca, Marcuse e Cohn-Bendit inclusi. Il 1° marzo 1968, a Roma, ha luogo la “battaglia di Valle Giulia” fra studenti e polizia, davanti alla facoltà di Architettura; il 25 marzo si combatte una vera battaglia davanti ai cancelli della Cattolica, con il cattolico Capanna che ordina grottescamente alla polizia di arrendersi; la notte fra il 7 e l’8 giugno infuria una seconda e ancor più cruenta battaglia, stavolta perché gli studenti della Cattolica tentano di assaltare la sede del Corriere della Sera. Queste date ci dicono non solo che il ’68 italiano ha preceduto il Maggio francese e che è stato, fin quasi dall’inizio, caratterizzato da un alto quoziente di violenza, ma anche che meno di due anni separano il Concilio, vissuto con molto entusiasmo e partecipazione da tutto il mondo cattolico, e specialmente dalla componente progressista, che spera di portarne “oltre” gli sviluppi successivi, dalle prime manifestazioni della contestazione studentesca, a Milano e a Trento, fra gli studenti in gran parte di provenienza cattolica. Una mera coincidenza? Sarebbe come sostenere che fra la convocazione degli Stati Generali francesi, annunciata da Luigi XVI l’8 agosto 1788, e l’inizio della Rivoluzione francese, con l’assalto alla Bastiglia, il 14 luglio 1789, non vi è che un rapporto di mera successione temporale.

 

0 DON MILANI

La Lettera a una Professoressa, scritta dagli studenti di Barbiana sotto la guida di don Lorenzo Milani, o forse dallo stesso don Milani: un testo che sarebbe diventato la Bibbia del ’68 italiano, probabilmente più conosciuto, più amato e più letto (chi mai ha letto DAVVERO Il Capitale di Marx?) di qualsiasi altro dell’epoca, Marcuse e Cohn-Bendit inclusi.

 

Ma  via, siamo seri. A parte il fatto che i ragazzi del ’68 sono, in gran parte, gli stessi che venivano dalle parrocchie, dagli oratori, e che, entrati cattolici all’Università Cattolica di Milano e alla Facoltà di Sociologia di Trento, ne uscirono atei e marxisti militanti, la continuità fra cattolicesimo di sinistra e ’68 è nelle idee, e appare persino frivolo tentare di negarla o porla fra parentesi. Le idee di Dossetti, La Pira, don Milani e Giulio Girardi in fatto d’impegno politico dei cattolici, sono le stesse che daranno i loro (amari) frutti con Renato Curcio e Mara Cagol, con Mario Moretti e il professor Toni Negri (cfr. il nostro precedete articolo: Giulio Girardi, il (cattivo) prete che ha fuorviato col marxismo una generazione di cattolici, pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 12/11/2017).

Ha scritto il giornalista Carlo Codega (1968, un anno formidabile?, II parte, pubblicato su Il Settimanale di Padre Pio, Ostra, Ancona, 13 maggio 2018, pp. 29-30):

Una peculiarità del ’68 italiano fu la massiccia presenza “cattolica” (dove l’aggettivo merita di rimanere in due virgolette ben marcate): cattoliche le due principali università che diedero avvio alla contestazione (l’Università Cattolica di Milano e la facoltà di Sociologia di Trento); cattolici (o sedicenti tali) molti dei leader studenteschi come Mario Capanna, Marco Boato, Paolo Sorbi; cattolico l’autore di uno dei libri più apprezzati dai contestatori, la “Lettera a una professoressa” di don Lorenzo Milani. Se anche l’ispirazione della rivolta fosse “cattolica” è un tema aperto alla contestazione, ma autorevoli voci (come Roberto De Mattei e Roberto Beretta) l’hanno sostenuto: per quanto interpretate a loro modo, la “Gaudium et spes” del Concilio Vaticano II e la “Pacem in terris” di Giovanni XXIII sono frequentemente citate negli innumerevoli appelli, documenti e manifesti del ’68 italiano. Il primo vero episodio significativo del ‘Sessantotto fu infatti l’occupazione dell’Università Cattolica di Milano ne novembre del 167. In seguito all’interruzione dei finanziamenti pubblici alle scuole private (disposto dal governo democristiano di Aldo Moro), il rettore Ezio Franceschini fu costretto a innalzare le tasse universitarie, ma ciò fu colto come pretesto dagli studenti per avviare una contestazione. Il 15 novembre Mario Capanna, vero tribuno del Movimento Studentesco, con un megafono in mano e un impermeabile da sacerdote addosso – che gli aveva prestato un prete per coprirsi dalla pioggia – iniziò alle porte della Cattolica a criticare il rincaro delle tasse universitarie, e al contempo a chiedere partecipazione degli studenti alle scelte dell’Ateneo. Arrivati all’Università Cattolica come cattolico da Messa quotidiana – con una lettera di presentazione del suo vescovo – Capanna ne sarebbe partito come ateo, a suo dire a causa dello scandalo provocatogli dalle autorità ecclesiastiche. Più leader carismatico e tribuno eloquente che studente impegnato, forse sulla sua fede e sulla sua onestà intellettuale ci sarebbe da dubitare, se è vero – come scrissero alcuni suoi conoscenti – che prima della contestazione, aveva stilato un intero saggio per dimostrare alla sua fidanzata che la dottrina morale di San Tommaso d’Aquino consentiva i rapporti prematrimoniali! Ad ogni modo, anziché assumere un atteggiamento intransigente, il rettore Ezio Franceschini – ex partigiano e insigne studioso, che aveva dedicato la vita per l’Università – instaurò un dialogo con gli studenti, fino a partecipare alle loro interminabili e verbose assemblee. Non poté tollerare però che Capanna e compagni la sera del 17 novembre occupassero l’Università, impedendo l’entrata e lo studio agli studenti dopo-lavoristi dei corsi serali: nella notte il rettore – come avrebbe poi dovuto fare altre due volte nel corso del 1968 – chiese l’intervento della polizia perché sgombrasse l’Università, senza per questo fermare il suo paterno dialogo con gli studenti, aprendo ad alcune concessioni ed evitando provvedimenti contro di loro (vi fu costretto solo dopo il ferimento di due bidelli). Questi nel frattempo incominciarono ad avanzare proposte ben più radicali – fino a proporre la “de-cattolicizzazione” della Cattolica – tentando peraltro con ben mirati appoggi agli altri piani della gerarchia ecclesiastica di strappare qualche consenso e forzare così il rettore a cedere, ma – dopo un silenzio forse troppo lungo – sia il cardinal Giovanni Colombo che la santa Sede si pronunciarono contro i contestatori. Iniziò così la fase più dura della contestazione alla Cattolica, ma prima è meglio dare uno sguardo all’altro ganglio del Sessantotto italiano: la facoltà di sociologia di Trento o meglio l’allora “Istituto Superiore di Scienze Sociali”. Nato nel 1962 su spinta del governo democristiano, che avrebbe voluto farne un istituto nel quale si formassero i quadri dirigenti per il partito e per le strutture amministratrice italiane, con una formazione incentrata sulla scienza allora all’avanguardia, la Sociologia. Nn essendo una vera università (lo sarebbe diventata solo negli anni ’70) si distingueva per non essere riservata solo agi studenti provenienti dai licei: questo anziché un vantaggio si rivelò una grande tara, in quanto radunò da tutta la penisola un’enorme e variopinta massa di studenti, che a lungo ebbero un effetto dannoso per la stessa “bianca” città di Trento… non a caso i buoni cattolici trentini, un po’ esacerbati da questi irrequieti giovani, avrebbero inventato la ben azzeccata definizione di “sozzologi”! L’Istituto non solo si rivelò poco vantaggioso per Trento ma ben presto tradì’ lo stesso scopo cristiano (o meglio “democristiano”) per cui era nato: nel 1968 un allievo di padre Gemelli – il fondatore dell’Università Cattolica – il sociologo Francesco Alberoni divenne rettore dell’Istituto, prefiggendosi lo scopo ben preciso di fare di Trento la fucina dove fondere insieme la cultura cattolica e quella marxista. La cosa ben riuscì, ma forse non nel senso inteso da Alberoni, in quanto gli studenti entravano cattolici e uscivano marxisti o, come fa notare Renzo Gubert – studente anti-68 in quegli anni a Trento – “condusse ai cristiani per il socialismo anziché ai socialisti per il Cristianesimo”. La cosa è meno innocua di quanto si pensi in quanto proprio dal movimento cristiano-marxista di Trento sarebbe nata l’ala terroristica del ’68: proprio i “cattolici” Renato Curcio e Mara Cagol, sposando una certa “intransigenza” cattolica con dei contenuti apertamente marxisti, furono i fondatori di quelle Brigate Rosse che avrebbero insanguinato l’Italia negli anni ’70!

 

0 CAPANNA MARIO

Mario Capanna demo-ploretario, sesantottino e pure "cattolico"?

 

Non pensiamo di aver scopeto niente di nuovo; come si vede, anche altri hanno avanzato questa interpretazione: che il ’68 italiano sia stato, in sostanza, un frutto del cattolicesimo di sinistra. Quel che forse non è stato sufficientemente evidenziati è il ruolo, e la conseguente responsabilità, che ebbe il Vaticano, e specialmente la politica di Paolo VI di apertura verso i regimi comunisti del Patto di Varsavia, e quindi, di necessità, anzi a maggior ragione, anche verso i comunisti di casa nostra. Sarebbe poi necessario esplorare più a fondo il ruolo che svolse, all’interno di questa politica, spinta fino al punto di “sacrificare”, moralmente e politicamente, due vescovi della statura di Stepinac e Mindszenty, pur di non guastare la Realpolitik di Paolo VI nei confronti dell’Unione Sovietica e del P.C.I. (e la mancata consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria, come richiesto dalla Vergine a Fatima, è una conseguenza di tale politica?), la massoneria ecclesiastica, la stessa che tirò le fila, nell’ombra, dei passaggi decisivi del Concilio e che, poi, portò avanti i suoi ulteriori sviluppi, invocando un non meglio precisati “spirito del Concilio”, dando a intendere che le sue riforme non erano state attuate o che, addirittura, il suo “spirito” fosse stato boicottato e persino tradito dai perfidi e retrivi cattolici conservatori. Le ide, dunque, abbiamo detto. Ecco come lo scrittore Sebastiano Vassalli, aderente al Gruppo ’63, giudicò la scuola di Barbiana e il ruolo complessivo svolto da don Milani nel clima sociale e culturale degli anni ’60, in un rovente articolo intitolato Don Milani, che mascalzone, apparso sul Corriere della Sera del 30 giugno del 1992, in occasione del venticinquennale della scomparsa del controverso sacerdote:

[Barbiana era] una sorta di pre-scuola (o di dopo-scuola) parrocchiale, dove un prete di buona volontà aiutava come poteva i figli dei contadini a conseguire un titolo di studio, e se non ci riusciva, incolpava i ricchi. (…) Ciò che spinse don Milani a prendere carta e penna e a scrivere il pamphlet contro la professoressa fu l'insuccesso di tre suoi allievi di Barbiana, presentatisi come privatisti ad un esame in un istituto magistrale di Firenze: dove l'ignara professoressa li bocciò. (…) Attribuire (…) tutte le cifre e tutti i mali della scuola dell'epoca all'odio delle classi privilegiate verso i poveri, alla perfidia degli insegnanti della scuola di Stato (…) fu un atto di calcolata falsificazione della realtà e di violenta demagogia che l'eccitazione sociale e politica dei tempi non basta a giustificare. Di più: fu una mascalzonata, per cui migliaia di insegnanti seri e preparati, che avevano quest'unico torto, di voler continuare a fare il loro lavoro nonostante la paga misera, le attrezzature insufficienti, gli edifici scolastici cadenti, i doppi e i tripli turni nelle grandi città, si trovarono da un giorno all'altro segnati al dito e braccati dall'ira delle folle: erano loro, la causa di tutti i mali e di tutti i dissesti della scuola italiana! Loro che si ostinavano a insegnare l'algebra e l'Eneide, e che non capivano che, per eliminare la differenza di classe, bastava promuovere tutti, indiscriminatamente!

 

0 TOMBA DON MILANI PAPA

Il signore argentino in pellegrinaggio a Barbiana sulla tomba di don Milani.

 

 

E ora uno sguardo al presente. Don Milani è non solo riabilitato, ma glorificato: a rendergli omaggio, con tanto di pellegrinaggio a Barbiana, è il signore argentino che siede sulla cattedra di San Pietro: La sua inquietudine, però, non era frutto di ribellione ma di amore e di tenerezza per i suoi ragazzi. Lazzati lo ha preceduto: quello stesso signore lo ha proclamato venerabile nel 2013, appena eletto papa. La beatificazione di La Pira, che faceva la “sua” politica estera andando nel Vietnam del Nord in guerra, è stata avviata dal 1986. A quando la beatificazione di Curcio e Cagol?

 

   

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