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Fonte marcelloveneziani.com 20/02/2018

Autore Marcello Veneziani

 

A due anni dalla sua scomparsa, il ritratto di Umberto Eco da Imperdonabili

Nella sua vasta produzione, Umberto Eco scrisse negli anni settanta un testo rivelatore, riproposto di recente col titolo anodino, Il costume di casa, e un sottotitolo allusivo: Evidenze e misteri dell’ideologia italiana negli anni sessanta.

Il libro coincide con un’epoca cruciale che culmina nel ’68 e poi si intristisce nei cupi anni seguenti. Per capire il clima, fu scritto nell’epoca in cui Eco firmava il manifesto di Lotta Continua contro il commissario Calabresi, poco dopo ucciso su mandato dei medesimi lottacontinuai.

Pagine sagaci, da cui trarre qualche spunto utile per capire il presente. In quel tempo c’era in Italia una vera borghesia, dignitosa e ipocrita, come è poi la borghesia, che aveva senso del decoro, un discreto amor patrio, un reverenziale rispetto per le tradizioni culturali e religiose, pur fariseo. Le sue basi erano i costumi di vita ereditati e la buona educazione.

Eco demolisce quei santuari ad uno ad uno: il senso della tradizione e del buon costume, il senso religioso e la morale comune, la meritocrazia e “l’illusione della verità”.

Auspica una “guerriglia semiologica” (in quegli anni erano parole di piombo), nega il rispetto del latino – “L’ossessione del latino è una manifestazione di pigrizia culturale, o forse di forsennata invidia: Voglio che anche i miei figli abbiano gli orizzonti ristretti che ho avuto io, altrimenti non potranno ubbidirmi quando comando”- distrugge i buoni sentimenti e la sua scia retorica che promanavano dal libro Cuore, libro di formazione di più generazioni che servì a formare un sentire comune dell’Italia postunitaria e che per Eco è invece “turpe esempio di pedagogia piccolo borghese, paternalistica e sadicamente umbertina”; elogia Franti il cattivo e vede in lui il modello positivo dei contestatori; anzi lo vede come ispiratore di Gaetano Bresci, l’anarchico che uccise all’alba del ‘900 il Re Umberto a Monza.

Capite che benzina Eco abbia gettato sul fuoco di quegli anni feroci.

Il cattivo maestro Eco poi contesta il filosofo Abbagnano che elogia la selezione e il merito, sostenendo che la selezione sia solo una legge di natura da correggere con la cultura e la solidarietà e auspica “che non ci sia più una società dove predomina la competitività”.

Declassa la religione a fiaba e suggerisce non di avversarla con ateismo militante ma più subdolamente di relativizzarla come fiaba tra le fiabe. Giudica impossibile un grande artista come Picasso che dipinga l’Alcazar fascista come dipinse Guernica antifascista; dimenticando i futuristi e fior d’artisti fascisti. (A proposito dell’uso politicamente ambiguo della pittura, Guttuso riprodusse un suo manifesto fascista antiamericano degli anni ’40 in un manifesto comunista antiamericano degli anni 60 sul Vietnam. Riciclaggio ideologico).

Eco poi si allarma, come Pasolini e altri, perché cresceva agli inizi degli anni settanta la cultura di destra in Italia. E le dedica uno sprezzante articolo, confondendo volutamente pensatori e picchiatori, “magistrati retrivi” (allora le toghe erano considerate protofasciste) e riviste culturali.

Particolare l’acredine verso il suo concittadino alessandrino Armando Plebe, all’epoca approdato a destra ma di cui Eco nega perfino la provenienza marxista (Plebe fu invece l’unico filosofo italiano vivente a essere citato da marxista nell’Enciclopedia sovietica).

Eco disprezza autori come Guareschi e Prezzolini, Evola e Zolla, Panfilo Gentile e “il risibile pensiero reazionario”. E fa una notazione volgare: “la nuova destra rinasce soltanto perché un certo capitale editoriale sta offrendo occasioni contrattuali convenienti a studiosi e scrittori, alcuni dei quali rimanevano isolati per vocazione, e altri non sono che arrampicatori frustrati”.

Un’analisi così rozza e faziosa non apparve neanche nei volantini delle Brigate rosse. Fa torto al suo acume. È come se spiegassimo la cultura di sinistra coi soldi venuti dall’Urss o le firme de l’Espresso-La Repubblica con le spericolate avventure finanziarie di Debenedetti…

Eco avverte i suoi lettori che “il capitalismo come entità metafisica e metastorica non esiste”. Al fascismo, invece, Eco attribuisce entità metafisica e metastorica e lo eleva a Urfascismus, fascismo eterno. Sul rapporto tra cultura e capitalismo s’inverte il criterio usato sugli autori di destra: se un autore di sinistra “ha un rapporto economico coi mezzi di produzione” lui non ne dipende, perché conta “il rapporto critico dialettico in cui egli si pone col sistema”.

Traduco: se la cultura di destra trova investitori è asservita al Capitale e lo fa mossa solo dai soldi; se la cultura di sinistra è finanziata dal Capitale, invece usa gli investitori ma non si fa usare e ha scopi nobili… Può vivere “di prebende largite da chi detiene i mezzi di produzione” perché quel che conta è “la presa di coscienza” (forse intendeva ben’altra presa…).

A destra solo prezzolati, a sinistra solo illuminati. Il testo è utile perché rivela la matrice di Eco: prima che semiologo è ideologo. Mascherato. Esprime quell’ideologia illuminista radical che traghetta la sinistra dal comunismo al neocapitalismo, spostando il Nemico dai padroni ai fascisti, dal Capitale ai reazionari, in cui Eco include cristiano-borghesi e maggioranze silenziose. L’antifascismo assurge a religione civile, a priori assoluto nella lotta tra Liberazione e Tradizione, che sostituisce la lotta di classe.

Questo testo mostra le origini colte della barbarie odierna e della relativa intolleranza. Se viviamo in un’epoca che rigetta la cultura classica, l’amor patrio, le buone maniere, la meritocrazia, la scuola selettiva, forse non è frutto solo del berlusconismo…

Infine il testo di Eco dimostra che la destra viene demonizzata anche quando non si può ridurre al rozzo cliché dei picchiatori o dei prepotenti, o mutatis mutandis dei leghisti o dei berluscones. Ma si accanisce sprezzante anche sulla destra colta, i suoi libri, i suoi editori, scrittori e filosofi, oggi da cancellare ieri da eliminare; come accadde a Gentile.

Un assassinio pensato in seno alla cultura e nutrito col fiele dell’ideologia. Il passato, a volte, echeggia.

Eco scrisse per la rinata Alfabeta un “alfabeto per intellettuali disorganici” in cui tolse a chi non è di sinistra pure il magro piacere di dirsi scorretto e non allineato. E lo avoca a sé e ai suoi.

Nel suo vademecum Eco afferma che le invettive contro gli intellettuali vengono sempre da destra e mai da sinistra. Vero. Superando la nausea di usare ancora queste categorie del secolo scorso, osservo: sì, a destra c’è il gusto dell’invettiva, a volte anche del teppismo intellettuale.

Ma a destra si critica, si stronca perfino, un libro o un intellettuale organico e un potere. A sinistra invece si censura, si ignora, si condanna a morte civile. O se è un ex, lo si caccia e lo si sconfessa, destinandolo alla damnatio memoriae; da Pavese a Pansa, passando per una marea di casi. Quei rari di destra avranno mille difetti ma leggono e criticano gli intellettuali di sinistra.

L’inverso non accade: la sinistra, intellettuale e politica, ignora e cancella i non conformi o quelli che giudica perdutamente “di destra”. Dante era di destra, dice Eco, e sentitamente lo ringrazio anche se mi ribello in cuor mio all’idea di ridurre un Grande a una parte postuma.

Ma perché poi liquidare chi ama Pound facendone la caricatura nella figura dello skinhead? O ritenere dissennato Evola che ha scritto opere possenti e fu apprezzato da giganti come Benn e Junger, Croce, Eliade e Guénon; criticatelo finché volete, non ne mancano i motivi, ma non era un demente o un invasato.

Eco poi scrive che “il vero intellettuale è colui che sa criticare quelli della propria parte, perché per criticare il nemico bastano gli uomini dell’ufficio stampa”. Beh, ho letto svariati attacchi di Eco contro la destra, ma non ricordo sue critiche “alla propria parte”.

Fa un grande passo avanti Eco quando riconosce che gli intellettuali esistono anche a destra e svolgono da reazionari e da conservatori una funzione critica. Non fa nomi, Eco, fedele al negazionismo di cui sopra; si limita a citare Galli della Loggia che né lui né quelli di destra definirebbero di destra.

Ma è già un passo avanti riconoscere perlomeno l’esistenza dell’Intellettuale Ignoto, reazionario e conservatore, lo spessore e la dignità, e ammettere pure che c’è un’insofferenza del potere nei suoi confronti. Grillo Parlante è la definizione di Intellettuale che più piace a Eco.

Ridurre l’intellettuale al ruolo di insetto pinocchiesco, come vuole Eco, significa farne una specie di ficcanaso molesto e petulante. L’intellettuale vero è animato da passione di verità, è un’intelligenza attiva, scava, indaga, studia, appassiona e si appassiona, e a volte denuncia. Non si esaurisce nello sportello in difesa del consumatore.

Eco è stato il nuovo Gramsci degli ultimi cinquant’anni. Fu lui il precursore e l’ideologo della svolta dall’egemonia culturale storicista, stile gramsciano-togliattiano all’egemonia culturale globale, comprendente il pop e i mass media.

Delineò l’evoluzione dal comunismo alla cultura d’opposizione di sinistra, individuando il target in quella fascia che andava “dai radicali dell’Espresso alla sinistra del Pci”.

Il progetto è ancora di tipo gramsciano: portare l’illuminismo alle masse, ma il nuovo illuminismo di Eco passa dalla civiltà dei consumi e dalla tv, dai media pop e dal “superuomo di massa”, dai diritti civili a Mina e Rita Pavone; si fa internazionale più che nazional-popolare; e inclusivo verso quel filone cattolico – in versione dem, corretta, ulivista – da cui proviene lo stesso Eco. L’impianto di valori è in continuità con la storia della sinistra, dal progressismo all’antifascismo permanente.

Il documento di quel passaggio è in un saggio in due puntate che Eco dedica nell’ottobre del ’63 alla sinistra su Rinascita, il settimanale del Pci diretto da Togliatti. È lì in nuce la svolta della sinistra che verrà, quando cadrà la subalternità all’Urss e la sinistra passerà per così dire da l’Unità a la Repubblica, ovvero dal Pci al mondo radical de l’Espresso.

Eco pose il problema di modernizzare la sinistra, di inglobare le sinistre sfuse e i cattolici progressisti, di aprirsi alle culture pop ibridando ideologie e costumi, di guardare più all’America che alla Russia e sposare quelle campagne che poi saranno tradotte in antifascismo, antirazzismo e antisessismo.

Eco non esita a definire gramsciana la sua lettura del contemporaneo nel Superuomo di massa. E gramsciana resta la sua idea del ruolo di guida degli intellettuali in questo processo e nella critica sociale. Non intellettuali organici a un partito ma un partito emanazione di quel clero di intellettuali. “È fuori di dubbio, scrive Eco in quel saggio – che la diffusione dei mezzi di massa vada analizzata e giudicata dal punto di vista ideologico”.

Non solo giudicata ma anche guidata, come ha poi dimostrato il politically correct…

Eco esorta a passare dal marxismo alla semiotica per leggere il mondo d’oggi come una mitologia (cita i Miti d’oggi di Roland Barthes, uscito poco prima del suo saggio). A differenza dei contestatori, che usano la scuola di Francoforte per criticare la modernità, Eco esorta a entrare nel mondo pop e nelle nuove tendenze.

Come poi di fatto avvenne; perché l’egemonia culturale impostata da Togliatti era ancora un sogno umanistico che si fermava ai piani alti della cultura, della storia e dell’arte, mentre l’egemonia culturale emersa dopo il ’68 è più pervasiva e investe il cinema, i giornali, la tv, i media del presente. Ecco la fenomenologia di Mike Bongiorno, la Repubblica e la sinistra radical.

Certo, Eco non fu solo questo. Fu straordinaria anche se non più ripetuta, l’operazione editoriale del Nome della rosa, frutto di ingegno, erudizione e maestria narrativa. Notevoli furono alcuni suoi saggi da semiologo, anche se nessuno superò la prova del tempo.

Di Eco non resta una grande opera teorica, ma solo un romanzo, più la frizzante sociologia/semiologia del contemporaneo. Eco restò famoso per la sua versatilità, la grande erudizione, la brillante vis comica, il suo giornalismo trascendentale e la capacità di salire e scendere dal pop al top.

Un grande intellettuale e un ideologo del suo tempo, non un pensatore.

 

   

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