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 Fonte: IL TIMONE  N. 90 - ANNO X II - Febbraio 2010 - pag. 39 - 41

 Autore don Claudio Crescimanno

 Conosciamo i nomi di soli tre angeli, Michele, Gabriele e Raffaele. Sono gli angeli più importanti ai quali Dio ha affidato una missione speciale

 Nel mondo delle creature spirituali spiccano alcune figure per l’importanza del ruolo e per l’affetto e la devozione che il popolo cristiano nutre per esse. Sono angeli “speciali”, di superiore grandezza e ufficio, che la tradizione ecclesiastica denominerà appunto arcangeli: ad essi Dio affida le missioni più importanti nella storia della salvezza, e la Chiesa li indica a tutti i fedeli come patroni e protettori. Di essi soli abbiamo, accanto al nome generico di “angelo”, il nome proprio che ne identifica lo speciale ruolo: Michele, Gabriele, Raffaele.

In queste pagine cerchiamo di conoscerli meglio, di valutare con affetto e riconoscenza i compiti che svolgono per la gloria di Dio e la nostra salvezza, di sentirne la presenza e l’azione nella Chiesa e accanto a noi.

Introduzione

Il termine che li designa è evidentemente un nome composto, formato dalla parola “angelo” (dal greco anghelos – messaggero), e del prefisso “archi”, che esprime il sommo grado in una dignità o in un ufficio. Questo appellativo è tipico dell’epoca ellenistica e poi bizantina: compare infatti negli scritti religiosi ebraici e cristiani composti in questo periodo (III sec. a.C. - III sec. d.C.), sia canonici che apocrifi; e compare nei relativi commentari sia cristiani – dei Padri della Chiesa e di altri autori ecclesiastici antichi – che giudaici.
Nei testi biblici e nei commentari patristici si parla degli arcangeli in un contesto propriamente religioso: se ne sottolinea la grandezza di natura e di ufficio, si descrive l’importanza del ruolo che Dio affida loro nei momenti cruciali della storia della salvezza, si evidenzia come Dio si serva di loro per accompagnare e proteggere gli uomini da lui scelti per una speciale missione, si sollecita la fiducia e la riconoscenza verso di loro mostrandone la premura che essi hanno per gli amici di Dio.
Nei testi apocrifi, nei commentari ebraici (in particolare il Talmud), e anche in alcune opere minori di derivazione cristiana, l’interesse per gli arcangeli si distacca dal solido terreno dei dati forniti dalla Rivelazione e scivola nella fantasiosità delle speculazioni gratuite: quanti sono (quattro, sei, sette…), dove vivono (pianeti e corpi celesti di cui sarebbero i principi…), i nomi di coloro che non compaiono nei Libri biblici (Uriele, Fanuele, Sariele…), il loro ruolo nel mondo (che sconfina dall’ambito religioso ed entra in quello magico).
In epoca illuminista e positivista (XVIII e XIX sec.), i critici razionalisti, in conformità al loro principio di demitizzazione del testo biblico, negano – ovviamente – l’esistenza degli arcangeli e li riconducono a simboli, ad esempio, dei pianeti che reggono il susseguirsi dei periodi cosmici, o li fanno derivare dall’antica mitologia iranica, nella quale si descrive il trono del dio Ahura Mazda circondato da sette “spiriti immortali”.
In tempi recenti, il movimento New Age, confermandosi anche in questo caso come vero “minestrone” pseudo-religioso, ha ripescato le fantasie degli apocrifi e ha inserito il ritratto degli arcangeli che essi ne danno nel clima esoterico e panteistico che è alla base di questo movimento.
Noi naturalmente saltiamo a piè pari le elucubrazioni di tutti costoro e fondati sui solidi elementi forniti dalla Rivelazione andiamo a tracciare un sintetico ritratto dei tre arcangeli di cui ci parlano concordemente la Bibbia e la Tradizione.

Michele, il condottiero

L’immagine o la statua del giovane e forte guerriero alato, rivestito dell’armatura, che sguaina la spada mentre tiene schiacciata sotto il piede la testa di un piccolo drago ripugnante, era e – grazie a Dio – è tutt’ora abbastanza frequente nelle nostre chiese e talvolta anche nelle nostre case; allo stesso modo era abituale sentir risuonare al termine della messa e nelle devozioni dei fedeli l’invocazione: «Sancte Michael arcangele, defende nos in proelio…» (cioè: «San Michele arcangelo, difendici nella battaglia…»), e se è vero che, purtroppo, questa preghiera da diversi decenni non è più prevista a conclusione della messa, resta comunque ampiamente praticata nella devozione di molti fedeli e gruppi.
Infatti, il popolo cristiano, memore della tremenda lotta che ci troviamo a dover sostenere contro le potenze del male, terrene e infernali, da sempre si è rivolto al principe Michele, che, dopo la Madre di Dio, gli è, in questa lotta, patrono e condottiero.
Nel suo nome è già contenuto ed espresso il grandioso compito che Dio gli affida: infatti “Michele”, dall’ebraico Mikha’El, significa: “Chi è come Dio?”, cioè: chi osa sfidare Dio e ritenersi suo eguale?
Nella Bibbia si parla di lui quattro volte, due nell’Antico Testamento e due nel Nuovo, con piena corrispondenza e consequenzialità di significato: infatti, come nel Libro di Daniele egli è «il gran principe che veglia a difesa dei figli di Israele» (Dn 10,13 e 12,1), così nell’Apocalisse, san Giovanni lo indica come il difensore del nuovo popolo di Dio, la Chiesa di Cristo. L’apostolo contempla in una visione grandiosa la sintesi di tutta la storia dell’umanità e dell’intero universo. La creazione è il teatro di una lotta titanica: gli angeli e gli uomini amici di Dio e votati al bene, guidati dall’arcangelo Michele, si scontrano con la persecuzione scatenata contro di loro dagli angeli decaduti e dagli uomini malvagi, nemici di Dio e operatori di iniquità, guidati da Satana, spirito del male e principe di questo mondo dominato dal male e votato alla morte. Questa battaglia ha il suo inizio nell’esclusione degli angeli ribelli dalla felicità eterna del Paradiso celeste e dalla cacciata dei nostri progenitori dal Paradiso terrestre; ha il suo momento centrale e culminante nell’assalto dei demòni e dei malvagi contro il Figlio di Dio venuto nel mondo; ha un punto di arrivo già scritto: il trionfo di Dio e del suo regno di verità, di amore, di santità e di bellezza, e la sconfitta totale e definitiva di Satana e dei suoi alleati, che precipitano nello “stagno di fuoco” della dannazione eterna. Il credente sa che questa visione non è una rappresentazione mitologica di una generica ed eterna lotta tra il bene e il male, ma la più profonda ed illuminante lettura della storia; e di questo ogni uomo, attento alla vita e libero da pregiudizi, fa esperienza in sé e intorno a sé; la Chiesa tutta, come presenza del regno di Dio nel mondo, ne fa esperienza: per questo guarda da sempre con particolare affetto e confidenza al suo celeste protettore, l’arcangelo Michele: lo implora di essere «presidio contro le malvagità e le insidie dei demòni, e di farsi strumento della potenza di Dio per ricacciare nell’inferno gli spiriti del male che a perdizione delle anime infestano il mondo» (Preghiera a san Michele prescritta da Leone XIII).
Questa fede che anima da sempre i discepoli del Signore ha popolato i Paesi d’Oriente e d’Occidente di luoghi di culto dedicati al Condottiero delle milizie celesti: dal Michaelion di Costantinopoli del IV secolo, al santuario della grotta di san Michele del Gargano, al monastero-fortezza di Mont-St-Michel in Normandia, una rete impressionante di chiese, cappelle e oratori a lui dedicati attraversa l’Europa e i secoli cristiani.

Gabriele, l’ambasciatore
 

È il coprotagonista dell’immagine a tutti familiare, mille volte ritratta in affreschi e tele di autori celebri o anonimi, dell’evento cruciale che segna la storia del mondo: l’incarnazione del Verbo nel grembo di Maria.
Il suo nome significa: “colui a cui Dio si affida”, a cui Dio – potremmo dire – si affida perché la sua parola giunga al destinatario prescelto. Anch’egli, infatti, compare quattro volte nella Bibbia, due nell’Antico Testamento e due nel Nuovo, e sempre come annunciatore ed interprete del messaggio divino: al profeta Daniele spiega le visioni soprannaturali (8,16) e preannuncia il tempo della venuta del Messia (9,21); al sacerdote Zaccaria si presenta come «colui che sta sempre alla presenza di Dio» e gli annuncia la nascita insperata di un figlio che sarà il Precursore del Messia (Lc 1,11 e ss.); alla Vergine Maria egli proclama la predilezione che Dio ha per lei, le spiega il progetto di Dio che vuole coniugare in lei verginità e maternità, e le annuncia che concepirà e darà al mondo il Figlio dell’Eterno Padre.
All’arcangelo Gabriele l’antico calendario aveva dedicato una festa liturgica propria, molto opportunamente collocata alla vigilia della solennità dell’Annunciazione (25 marzo); il popolo cristiano lo onora e lo invoca perché egli sia anche per i semplici fedeli il portatore dei prodigi di Dio, come lo fu per i grandi protagonisti della storia della salvezza.

Raffaele, il guaritore
 

È il meno conosciuto dei tre, poiché non compare nel Nuovo Testamento e quindi è figura meno familiare al popolo cristiano.
Il suo nome, come per gli altri, è indicatore della sua missione, e significa: “Dio guarisce”. Infatti, in veste di guaritore egli si presenta a Tobia, lo salva da un mostro acquatico, libera la moglie da una oscura maledizione, cura la cecità del vecchio padre. La Chiesa lo indica alla devozione dei fedeli come potente intercessore per la guarigione dai mali del corpo e dello spirito.
   

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