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Fonte Tempi 04/06/2014

Autore Giancarlo Cesana


II testo pubblicato in queste pagine è l'intervento pronunciato da Giancarlo Cesana, professore di Igiene all'Università di Milano Bicocca e presidente Fondazione Policlinico di Milano, all'incontro "Educare alla libertà" organizzato venerdì 23 maggio a Padova dalla Fondazione Tempi.


Se siamo qui oggi è per cerca­re di capire, di fronte alle problematiche poste dall'av­vento dei cosiddetti "nuo­vi diritti", come se ne esca. Oppure, più semplicemen­te, come sopravvivere in questo mondo che è stato così ben descritto dall'autore non credente Aldous Huxley quando, già prima della Seconda guerra mondiale, ne previde lo sviluppo descrivendolo come una stanza in cui sempre di più si alza il pavimento dei diritti e si abbassa il soffit­to dei doveri.

Per farlo, vorrei partire da un brano contenuto nelle letture di que­ste settimane che precedono la Pentecoste, in cui san Pao­lo dice che Cristo ha vinto la morte e che alla morte è sta­to sottratto il suo "pungiglio­ne", che è il peccato, e la forza del peccato, che è la legge (cfr ICor 15,51-58). Io credo, infat­ti, che qualunque cosa uno possa pensare a riguardo del­le questioni che abbiamo det­to, tutti ci soffocano. Il proble­ma, dunque, è come si esce da questa con­dizione di soffocamento. Dove la prima necessità è educare alla libertà, riconqui­stare questa parola che tutti usano e tutto ormai giustifica, senza però rendersi più conto di che cosa significa. E senza rendersi conto, soprattutto, di che cosa signi­fichi educare alla libertà.

 

L'ipotesi di partenza

 

Per educare alla libertà, bisogna ritene­re che la libertà esista. Ciò significa che la persona, ciascuno di noi, io e gli altri, non siamo determinati esclusivamente dai nostri antecedenti, cioè dalla nostra struttura genetica e psicologica. Certa­mente il corredo genetico dice qualcosa di importante della persona, ma non è tutto. Questo è il motivo per cui la Chiesa definisce la persona come nata veramente nel momento in cui muore: in un certo senso, è solo quando muore, quando cioè è compiuto il suo destino, che si vede che cosa veramente essa sia. Ritenere che la libertà esista, quindi, significa affermare che gli antecedenti non sono tutto.

 

Ricordo l'esempio che faceva sempre don Giussani quando ci invitava a imma­ginare di nascere dalla pancia della mam­ma con l'età che abbiamo ora. «Suppone­te di nascere, di uscire dal ventre di vostra madre all'età che avete in questo momen­to, nel senso di sviluppo e di coscienza così come vi è possibile averli adesso. Qua­le sarebbe il primo, l'assolutamente primo sentimento, cioè il primo fattore della rea­zione di fronte al reale? Se io spalancassi per la prima volta gli occhi in questo istan­te uscendo dal seno di mia madre, io sarei dominato dalla meraviglia e dallo stu­pore delle cose come di una "presenza". Sarei investito dal contraccolpo stupefat­to di una presenza che viene espressa nel vocabolario corrente della parola "cosa". Le cose! Che "cosa"! Il che è una versione concreta e, se volete, banale, della parola "essere". L'essere: non come entità astrat­ta, ma come presenza, presenza che non faccio io, che trovo, una presenza che mi si impone» (Luigi Giussani, II senso religio­so, Rizzoli). Dopo di che può arrivare un camion - perché la vita è come un camion che ti viene addosso e ti spiana - e finisce. Ma, come diceva Anna Vercors ne L'annuncio a Maria di Paul Claudel: «Forse che il fine della vita è vivere? (...) Non vivere ma morire e dare in leti­zia quel che abbiamo. Qui sta la gioia, la libertà, la grazia, la giovinezza eterna!». Questa, dunque, è la prima opzione con cui uno deve fare i conti nel vivere. Non si tratta di una scelta filosofica, di un programma di vita, ma della decisione da prendere di fronte a se stessi, di fronte ai figli e alla moglie. Che cosa sorregge la vita? L'impeto iniziale per cui tu dici che la vita è bella, per cui il bambino che viene al mondo immediatamente riscontra una corrispondenza, o tutto quello che vie­ne dopo e che, poco o tanto, la contraddi­ce e sembra cancellarla? Se la vita fosse la seconda ipotesi, non ci sarebbe speranza e non ci sarebbe libertà. Cioè tutto sarebbe fissato dagli antecedenti e, fondamental­mente, da quell'antecedente che l'uomo si porta dentro e per il quale è destinato a morire. Addirittura, dice la scienza, i cro­mosomi hanno una lunghezza nella par­te finale tale per cui uno muore prima e un altro muore dopo. E comunque nessun uomo è mai vissuto più di 120 anni.

 

Allora il problema è se la libertà esiste e fa decidere per la prima ipotesi, cioè per il desiderio di infinito e di compimento • che è in noi come più forte della morte. A vedere le cose che non vanno sono capaci tutti. Il problema è vedere le cose che van­no e, su queste, giocare la vita.

 

Il giudizio che rompe la schiavitù

 

La seconda scelta che dobbiamo compie­re - e che viene immediatamente dopo anche per chi ha già deciso che ciò che vale nella vita è il positivo, la corrispon­denza - ha a che fare con un aspetto incancellabile del­la vita. Mi riferisco al fatto che prima non c'ero, ades­so ci sono, poi non ci sarò più: la struttura fondamen­tale dell'uomo è di carattere dipendente. Non mi sono fatto da solo. Tutto l'insegnamen­to di don Giussani ne II senso religioso e la ripresa che ne fa nel capitolo ottavo de All'origine della pretesa cristiana, è centrato sulla considerazione che siamo dipenden­ti e che - pur optando per l'infinità del nostro desiderio, rispetto alla paura che ci fa venire la morte e al terrore che abbia­mo della contraddizione - noi non vincia­mo né la morte né la contraddizione, che comunque ci sovrastano, ci mettono sot­to. Noi dipendiamo da qualcosa d'altro perché la vita non ce la diamo noi.

 

C'è qualcos'altro, dunque, che compie la libertà e quel desiderio di infinito che noi siamo, qualcosa che si erge sia sopra noi sia sopra la natura. Qualcosa che è più grande di noi, della natura e che giudica di noi e della natura. Questo quid è l'uni­ca cosa che può permettere la non schia­vitù sugli antecedenti e che alla schiavi­tù di come siamo fatti, di noi stessi e degli altri, non sia preclusa una scintilla. Che non sia preclusa una scintilla nemmeno alla persona più pazza, allo schizofrenico che fissa la luce perché la luce balla, per cui anche lui possa aderire alla terapia. 0 il bambino che fa i capricci possa dire di sì. Ecco, che ciò sia possibile, però, dipen­de dal nostro riconoscimento di ciò da cui siamo dipendenti e da cui tutto dipen­de. Si tratta di una nostra adesione, del­la capacità di riconoscere ciò che è bene, immedesimarsi in esso e trattenerlo.

 

Come ha detto san Paolo: «Vagliate tut­to e trattenete ciò che vale» (cfr lTs 5,21). Don Giussani commentava che questa è la più grande definizione di cultura che aves-

se mai sentito. E, secondo me, lo è anco­ra. Perché in questo vagliar tutto e tratte­nere il valore sta il giudizio, sta ciò che ci rende padroni della realtà, ciò che ci ren­de liberi. C'è un valore che è più grande di noi rispetto al quale noi dobbiamo vol­gerci e dobbiamo imparare a trattenerlo, perché questo giudizio è ciò che fa cresce­re la libertà. La libertà, infatti, cresce, non è qualcosa che è data una volta per tutte. 0 meglio, è data una volta per tutte come potenzialità, ma non come esperienza, come esperienza del bene.

 

Noi normalmente identifichiamo la libertà con il fatto di scegliere, ed è vero. Ma questo è solo l'aspetto iniziale del­la libertà, di quando la realtà è confusa, quando c'è là nebbia e devi decidere se l'ombra che vedi è un toro o casa tua. Il rischio della libertà sta nella confusione della vita. Invece, la libertà come realizza­zione è l'esperienza in cui tu sperimenti ciò che è bene per te, ciò che è dato per te. E quanto più tu sai apprezzare questo e impari a riconoscerlo, tanto più si costru­isce il giudizio e il protagonismo della vita, cioè si riesce a vivere non da schiavi. Perché il fattore della libertà è il giudizio, ma il giudizio nasce come riconoscimen­to di qualcosa a cui noi apparteniamo.

 

Partecipare alla verità

 

Allora questo qualcosa d'altro da cui tut­to dipende e a cui tutto è sospeso, che è il vero Signore delle cose, deve essere parte­cipabile, deve essere cioè qual­cosa di cui io posso partecipa­re, con cui io posso convivere; altrimenti tutta la coscienza di me, della mia libertà, del fat­to che dipendo, diventa trage­dia. Come, per esempio, dimo­stra tutta la religiosità greca e pagana e come dimostra tutta la religiosità in cui la verità è fondamentalmente inaccessibi­le, qualcosa che, se c'è, tuttavia non potrà mai far parte di me, o meglio, io non potrò mai stare con lei.

 

Se non c'è questa possibilità, tutto il discorso che abbiamo fatto sulla libertà è solo una potenzialità che a poco a poco sfiorisce, si spegne, si "sgasa". A ciò che è invisibile io devo poter partecipare in via di ciò che è visibile. Come evocativamen­te suggerisce Dostoevskij ne I fratelli Kara-mazov. se il leone sta con la gazzella e il lupo con l'agnello, ma io sono morto, mi dovete svegliare, perché lo devo vedere, perché se non lo vedo non posso credere a questa possibilità impensabile. Allo stesso modo, ci deve essere la possibilità di vede­re il vero, di potervi partecipare, di poterlo vivere, praticare, aderire, di potersi correg­gere. Altrimenti cadiamo nel nichilismo che oggi ci caratterizza tutti, per cui non c'è più nulla per cui valga la pena vivere.

 

La descrizione di questi quattro pun­ti è fondamentalmente la descrizione del cristianesimo, cioè del fatto che il Verbo si è fatto carne, è diventato qualcosa di par­tecipabile, per cui la verità si è attaccata all'uomo. Non all'uomo in generale, ma si è attaccata a me, a te, perché senza di me e di te, non potrei vederla, non potrei viverla, non potrei parteciparvi. Questo non vuoi dire che io sia la verità o che tu sia la verità, ma che misteriosamente la verità è attaccata a noi.

 

L'Europa appiattita

 

Mi interessa far capire che i quattro punti che ho appena descritto sono le condizioni per cui nella vita, esistenzialmente e non teoricamente, la libertà possa essere vissuta, praticata e pro­posta. Questo oggi è negato.

 

Ciò che abbiamo detto, inoltre, ha delle implicazio­ni profonde anche con le radi­ci dell'Europa. Come ripor­ta il volantino della Compa­gnia delle Opere per le elezio­ni Europee citando una frase di Guardini: «L'Europa ha fatto emergere l'idea della libertà - dell'uomo come della sua opera. Ad essa soprattutto incomberà, nella solle citudine per l'umanità dell'uomo, perveni­re alla libertà anche di fronte alla sua ope­ra». L'Europa è proprio il luogo dove que­sta idea della libertà è stata messa a frut­to in via delle sue radici cristiane. Ed è sta­ta così sviluppata, che a un certo punto è addirittura impazzita. Oggi si cerca, infat­ti, di costituire l'Europa in nome di una libertà che non riconosce più la sua radi­ce, non si capisce più di che cosa è fatta e diventa, a poco a poco, una nuova schiavi­tù. L'Europa così diventa quella casa in cui il pavimento dei diritti si alza e il soffitto dei doveri si abbassa. Tutto questo in nome del principio di uguaglianza, del fatto che tutti devono essere uguali. Non dimentichiamoci però che in Russia, ai tempi del comunismo, una delle frasi che si diceva­no di più era "è lo stesso". Così è oggi in Europa: ti piacciono gli uomini? Va bene. Ti piacciono le donne? È lo stesso. Ti piac­ciono i bambini? È tutto lo stesso.

 

Questo principio di uguaglianza è l'abolizione della differenza, non è effetti­vamente un principio di uguaglianza, ma l'affermazione di un principio di autosuffi­cienza. In questo senso l'Europa sta negan­do la sua radice, perché afferma tutti que­sti "nuovi diritti" come principio di auto­sufficienza che fonda l'eguaglianza.

 

Un esempio. Nelle scuole di formazione e nelle università l'educazione è total­mente ridotta a psicologia: l'insegnamen­to della pedagogia, infatti, si è diviso in pedagogia generale, che è il corrispon­dente della fisiologia medica, e in pedago­gia speciale, che è il corrispondente della patologia. Ciò significa che tutto il discor­so dell'educazione è impostato attraverso il modello medico e il modello medico è che la fisiologia e la patologia dipendono dagli antecedenti. Appunto, la libertà non c'è più. E per tutto, non solo per le questio­ni del gender!

 

Tutta la difficoltà educativa del mon­do di oggi è data proprio dal fatto che non esiste più la libertà. Mia nonna aveva fatto la terza elementare, ma aveva un'idea chia­rissima di cosa fosse la libertà, che oggi in generale non c'è più: ci scandalizza il con­cetto di inferno, o di punizione, o il fatto che l'uomo possa violare ciò in cui crede. Ricorderò sempre che don Giussani, a un incontro degli esercizi delle suore rosmi-niane, disse: «Finalmente ho capito perché c'è l'inferno. Perché Dio ha amato di più la nostra libertà che non la nostra salvezza». Dio vuole qualcuno che lo ami, come noi vogliamo qualcuno che ci ami, cioè che metta in gioco la sua libertà. Qualcuno che non agisca solo sulla base delle deter­minazioni della psicologia, degli interes­si o delle convenienze; vogliamo che ci sia qualcosa di più grande, persone capaci di fare quello che è necessario per realizzare il bene, capaci di sacrificio, cioè di segui­re e di amare la verità più di se stessi. Vogliamo che ci sia ancora questa possibilità. Noi dobbiamo cercare di difende­re, anche adesso che ci sono le elezioni, tutte queste cose.

 

Don Giussani una volta ha detto che potrebbero volerci anche 7 o 8 secoli per ripren­dere. Andiamo verso tempi effettivamente bui, ne sono sempre più convinto, ma cer­chiamo almeno di permettere che ci sia un po' di luce perché si possa stare nella realtà vedendo come è fatta.

 

Anche il discorso sull'ideologia di genere - qui sta la sua gravita - non è che il punto di arrivo di una lunga infiltrazio­ne della mentalità, dell'educazione, del­la pedagogia, della filosofia, del pensiero e della politica. E ora siamo arrivati a un punto tale per cui viene contraddetta per-sino la questione più evidente, che è la natura delle cose, come son fatte le cose. Non ci si ferma più di fronte a niente. Ma il destino di questo non aver più timore di niente è l'infelicità, perché si traduce in un'incapacità di gustare la vita; ci rende simili, come evoca la Bibbia, «a un eunuco che vuole violentare una vergine» (cfr Sir 20,4). È - ahimè - la direzione verso cui stiamo andando.

   

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