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Santo del Giorno  

   

 Redazione sito, 15/03/2012

Autore Giorgio A. Crotti

 Come ogni anno il Meeting per l’Amicizia fra i popoli nel mese di agosto propone una settimana di incontri ed eventi culturali. Il Meeting di Rimini proposto da Comunione e Liberazione è dal 1980 l’evento culturale più importante a livello europeo, forse a livello mondiale. 

Centinaia di migliaia di visitatori, centinaia di volontari, ospiti internazionali, spettacoli e mostre a tema. Una manifestazione che non ha mai deluso per il livello di proposte e per la serietà dei contenuti.

 Così ci si aspetta da un evento che esprime tutta la capacità di presenza del Movimento fondato da don Giussani.

 Certo, a volte si è polemizzato per gli interventi dei politici, ma nel complesso il livello culturale non è mai scaduto.

 Mai fino al 2011.

 L’anno scorso il Meeting è stato inaugurato dal presidente Napolitano e la mostra di riferimento si intitolava “150 anni di sussidiarietà”. Il catalogo spiega che non si vuole indulgere sulle trame di potere ma raccontare la storia d’Italia «fatta dall’iniziativa di tanti “io”che, dal basso e liberamente (dimensioni difese dal principio di sussidiarietà), si sono messi insieme e hanno collaborato a costruire la storia del nostro Paese.»

Questa l’impostazione voluta dalla Fondazione per la Sussidiarietà presieduta da Giorgio Vittadini.

Lo sforzo titanico per evitare le polemiche, volendo far entrare la mostra nell’ufficialità delle celebrazioni e invitare il Presidente Napolitano, ha portato CL a piegare la propria dignità nell’operare un falso storico condito di banalità.

 Come si può tacere che l’Italia è stata unificata con la violenza contro il popolo e contro la Chiesa Cattolica? Per evitare le polemiche si cancellano gli insegnamenti che proprio dal Meeting sono venuti in merito: Nel 2000 la mostra sul Risorgimento scatenò le reazioni furiose dei soliti difensori dell’ideologia risorgimentale, in varie edizioni Angela Pellicciari, Massimo Viglione e Antonio Socci hanno tenuto conferenze di tutt’altro spessore.

 Nel 2011 invece si è voluto parlare “dell’anomalia sussidiaria”, del lavoro dei santi, delle associazioni cattoliche che hanno supplito alla mancanze dello  Stato.

Ma non si spiega per quale motivo  santi come don Bosco abbiano sentito la necessità di supplire allo Stato.

 “(…) Lui semplicemente cominciò così, predicando la compagnia di Gesù, proponendo la sua, e la sua casa come ricovero di ragazzi che avevano come casa le vie, dove facevano i lustrascarpe o i borseggiatori; piano piano insegnando a leggere e scrivere; molto faticosamente, con la pazienza di chi costruisce davvero una storia, mettendo in piedi altre case, altri luoghi dove ospitare concretamente questa massa enorme di ragazzi che cominciavano a girare intorno a lui. La cosa incredibile è che questo uomo non ebbe mai, per tutta la vita, nessuna preoccupazione politica o ideologica: a quel tempo ce n’erano tanti di ecclesiastici autorevoli, Gioberti e altri, che certamente la sapevano più lunga di lui, che scrivevano libri di politica, di filosofia (...).

Quello che lo caratterizza è il puntare sull’essenziale, cioè la proposta di Cristo in una compagnia concreta che, anche per un ragazzo di quindici anni, fosse sperimentabile concretamente, quindi nelle condizioni drammatiche della sua vita. Questo, tra l’altro, portò anche per lui alla necessità, per esempio, di mettere in piedi qualcosa per portare ogni giorno a casa una pagnotta e un piatto di minestra per i suoi ragazzi. Per quello che lui voleva proporre loro era una questione di vita o di morte, perché le condizioni dell’esistenza erano terribilmente ricattatorie nei loro confronti e piano piano cominciò a mettere su laboratori, scuole professionali.

Una delle prime cose che mi ha impressionato, è la prima accusa, la più feroce, che per anni e anni fu scagliata contro don Bosco. Non si trattò solo di accuse giornalistiche perché, poi, tentarono molte volte di fargli la pelle, ma l’accusa più feroce e più ricorrente nei suoi confronti è sempre stata quella, ricorrente sulla stampa borghese torinese del tempo, di mischiare in una maniera torbida fede e affari; perché, per l’appunto, la borghesia piemontese del tempo, che nel frattempo saccheggiava e affamava il popolo italiano, non sopportava che un outsider, un prete, si occupasse, usando le stesse armi del lavoro e della libera iniziativa, di costruire qualcosa di diverso e di irriducibile a quello che facevano loro (...).

In questo libro ho tentato semplicemente di ricostruire la storia di guerra e di lotta fra questo santo e il potere.”

Dalla presentazione del libro di Antonio Socci La società dell’allegria, Meeting 1989

 Ecco il vero don Bosco, il difensore della dottrina cattolica, l’educatore e il lottatore contro la protestantizzazione che il regno Sabaudo portava avanti violentemente.

 La devozione popolare alla Madonna si radica sempre di più. Il pa­pa Pio IX sceglie ancora un 8 dicembre (nell'anno 1864) per emanare l'enciclica Quanta cura che porta annesso il Syllabus, e ancora l'8 di­cembre del 1869 apre il Concilio Vaticano I che, pur interrotto dall’invasione piemontese di Roma, definirà l'infallibilità del Romano Pontefice.

Proprio questo è l'altro polo della pedagogia cristiana di don Bo­sco, la devozione al Magistero di Pietro. In questi anni, in Italia, il li­vore anticattolico è soprattutto opposizione (ideologica e politica) al Papato, individuato come il cuore della Chiesa e della storia del popolo italiano fino ad allora. Si coalizzano su questo obiettivo di di­struzione della Roma papale pattuglie diverse e diverse bandiere: pie­montesi, repubblicani, protestanti, cattolici liberali, massoni, inglesi, prussiani (e anche francesi, seppure per vie più complicate). Le posi­zioni si radicalizzano e i cattolici si lasciano talora intrappolare nel cul de sac antinazionale.

«La Rivoluzione italiana è l'ultima e più infausta opera del Protestantesimo e della Frammassoneria», si legge nell'introduzione della raccolta Atti collettivi dei vescovi italiani preceduti da quelli del Sommo Pontefice Pio IX contro le leggi e i fatti della rivoluzione," un do­cumento tipico di quei tempi di lotta senza quartiere.

Don Bosco, nella Storia d'Italia, percorre i secoli della nostra sto­ria per dimostrare appunto che sradicare la Chiesa di Roma significa anche demolire la coscienza nazionale italiana (tesi diametralmente opposta a quella del Sismondi): «La storia ci fa perfettamente cono­scere che l'Italia senza Pontefice diventa un paese esposto alle più tri­sti vicende»; e ancora: «Quando i disordini e le discordie costringo­no il Romano Pontefice ad allontanarsi da Roma, sono a temersi gra­vi mali per l'Italia e per la religione ».35 Ma naturalmente la devozione di don Bosco per il papa era innanzitutto il riconoscimento in lui del successore di Pietro, del Vicario di Cristo, del Capo della Chiesa.

E, secondo un assioma tipico del pensiero cattolico di quel tempo, anche don Bosco sottolinea il nesso strettissimo che intercorre fra pro­testantesimo, moderne filosofie laiciste, società segrete, rivoluzioni e persecuzioni: «La Chiesa fu così aspramente combattuta in quest'e­poca quinta, che pareva fosse venuto il tempo dell'Anticristo. Nulla-dimeno essa riportò nuovi trionfi. Un diluvio di eretici arditamente l'assale; molti suoi ministri invece di sostenerla si ribellano e le im­primono piaghe profonde. A questi si uniscono i principi del secolo, che col ferro, colla strage, e col saccheggio la opprimono. Il demonio si nasconde sotto il manto di società segrete e d'una filosofia monda­na e seducente, ma falsa e corrompitrice; eccita ribellioni e suscita sanguinose persecuzioni. Ma Dio rende vani gli sforzi dell'Inferno, e li fa servire alla sua gloria. Nuovi ordini religiosi, missionari instan­cabili, apostoli invincibili, pontefici grandi per santità, zelo e dottrina, tutti insieme di un cuor solo, e di una sola mente, dal braccio del­l'Onnipotente confortati, difendono validamente la verità e portano la luce del Vangelo sino agli ultimi confini della terra. Così la Chiesa eb­be nuove conquiste e più gloriose vittorie».

Antonio Socci, La dittatura anticattolica – pag. 46

 Ora non è possibile entrare nel dettaglio di tutta la storia d’Italia raccontata dalla mostra poiché si parte dal Risorgimento e si arriva ai giorni nostri. Anche le altre parti meriterebbero forti contestazioni.

Ci limitiamo a dimostrare i giudizi sopraesposti in merito al Risorgimento.

Pensiamo a tutti i giovani che a scuola studiano la storia raccontata nei testi di cultura massonica in cui si venerano i quattro padri della patria. E’ la “vulgata risorgimentale”.

 Il mito risorgimentale poggia su molteplici travisamenti stori­ci, ideali e religiosi (ideologia risorgimentale), il cui risulta­to è questo indiscutibile «dogma nazionale»: in Italia, per es­sere patrioti, per dimostrare di amare l'Italia, occorre amare il Risorgimento, in quanto è con esso che è nata la nostra patria. Si è sempre voluto a tutti i costi (e oggi con rinnovato spirito) far penetrare nelle menti degli italiani che l'unica via al pa­triottismo sia la celebrazione risorgimentale, la venerazione dei quattro «padri della patria».

È la più grande vittoria della vulgata risorgimentale, l'in­ganno per eccellenza: il far credere che chi narra ciò che è stato occultato (le insorgenze, il settarismo utopista, la guer­ra alla Chiesa cattolica, i brogli elettorali dei plebisciti, le stragi dei «briganti», il piemontesismo, il fiscalismo, l'emi­grazione ecc.) e di contro non celebra Mazzini e Cavour, Vit­torio Emanuele II e Garibaldi, Napoleone e Gioberti, sia «antitaliano» o comunque contro l'unità nazionale.

O magari studioso poco serio...

Chiunque sia ormai a conoscenza di quanto descritto e considerato in questo studio e vi abbia serenamente meditato, non può non vedere come la vittoria del Savoia e del partito piemontese, grazie al geniale Ministro che tutti e tutto mos­se, non fu la vittoria dell'Italia, e tanto meno degli italiani; fu solo la vittoria di una élite potente e prepotente, che, con il pretesto dell'unificazione (poiché tale fu, non unità), gettò in realtà le basi storiche, politiche, ideologiche e sociali per la futura affermazione del totalitarismo e delle tragedie che il nostro popolo ha subito nel XX secolo.

M. Viglione 1861 Le due Italie – pag 321

 Non si tratta quindi di “indulgere sulle trame di potere” ma di riflettere sui fondamenti dell’unità nazionale, il modo in cui si è arrivati a tale unità determina fortemente la realtà di oggi; basta pensare alla “questione meridionale” che vedremo fra poco. Perfino il nostro debito pubblico, tanto di moda, è la conseguenza di come si è fatta l’Italia di Cavour.

Viglione sviluppa un altro tema che non può essere sottaciuto. La “rivoluzione italiana”  del secolo XIX non è che la seconda  delle tre guerre civili che hanno insanguinato il nostro Paese.

Bisogna fare un passo indietro. L’inizio della “rivoluzione italiana” data 1796. Prima dell’invasione napoleonica gli italiani non avevano conosciuto l’odio ideologico. Con Napoleone “ladro, prepotente, stragista” arriva l’ideologia illuminista, la guerra alla Chiesa e ai cattolici. Inizia la stagione delle Insorgenze.

 Gli italiani, da un giorno all'altro, si ritrovarono in casa il giacobinismo, il repubblicanesimo rivoluzionario, la guerra, i loro governi sovvertiti, le loro legittime secolari dinastie spo­destate, la Chiesa e la fede offese e conculcate, il furto dei monti di pietà, degli ospedali, delle banche, delle casse dello Stato e quello sistematico dei musei, e poi la morte, le stragi ecc. Violenze e tragedie che gli italiani non avevano più vis­suto da secoli.

E infatti gli italiani insorsero in centinaia di migliaia, armi in pugno, contro gli invasori e, soprattutto, contro i loro adep­ti nostrani, i giacobini locali (un gruppo di intellettuali as­servito allo straniero), dando vita all''Insorgenza controrivo­luzionaria.

Ibid. pag 76

 Questa è stata la prima guerra civile.

Quanti in Italia conoscono questa pagina di storia? Pochi tra questi certamente coloro che nel 1996 hanno partecipato al Meeting per l’amicizia fra i popoli. Una bellissima mostra dal titolo “I popoli contro l’utopia” ci ha fatto conoscere la straordinaria stagione delle insorgenze popolari antigiacobine che “furono il gesto concreto di un popolo diviso politicamente ma unito culturalmente e spiritualmente”.

 Torniamo al periodo di nostro interesse, la seconda guerra civile della “Rivoluzione italiana”.

Nella mostra si dice giustamente che “l’Italia viene d lontano”. Divisi in popolazioni e unità statuali gli italiani sono sempre stati uniti in spirito, leggi, religione, cultura e usanze. Soprattutto l’universalità della religione cattolica ha costituito per secoli la coscienza della propria identità.

 pag. 10-11-12 del catalogo:

Questo patrimonio unificante ha un fondamento: è quel “sedime religioso”, cioè quel terreno reso fertile dal cristianesimo…Un fondamento sostanziato dalla presenza della Chiesa nella società italiana e da un cattolicesimo popolare fatto di immediatezza e devozione, di pietà per la condizione umana e di solidarietà quasi istintiva…

Questa - anche questa – è l’Italia che si affaccia al Risorgimento e che, per un certo periodo, pensa di potersi riconoscere nel progetto unitario. E’ la via indicata da Gioberti e da Rosmini. La storia però trova altre strade, e l’Italia unita trova fondamenta non sempre componibili in modo pacifico con questo patrimonio. Dopo le annessioni al Piemonte e la dura repressione del brigantaggio, dopo Porta Pia e il Papa che si proclama “prigioniero in Vaticano”, il Regno sabaudo cerca la propria legittimità altrove, perché quella varietà molteplice e quel “sedime religioso” sembrano elementi disgreganti dell’organismo unitario faticosamente costruito.

….un sistema amministrativo accentrato e una legislazione ecclesiastica dai tratti anche ostili e limitanti per la vita della Chiesa.

È questo il punto di partenza del nostro percorso, su cui si innestano, nel volgere di pochi decenni, gli effetti della modernizzazione politica, economica e sociale. È un passaggio che porterà innegabili vantaggi alla vita del Paese (lo Stato di diritto e le libertà civili, le infrastrutture e, sia pure lentamente, lo sviluppo). Ma che implicherà anche momenti di rottura e di conflitto, e persino tentazioni politiche con esiti davvero criticabili, mentre la società italiana, specie ai livelli più elevati, conosce i primi sintomi della secolarizzazione.

  pag. 13:

Si è aperta così la via che ha portato all’assunzione di responsabilità sempre più decisive dei grandi soggetti popolari sin nella sfera politica, per il benessere dei cittadini e per il rinnovamento della casa comune costruita dal Risorgimento.

 Pag.14

Trappe e conventi sono svuotati, le opere cattoliche dedite all'insegnamento e all'educazione subiscono dure opposizioni, le risorse della Chiesa sono confiscate per rafforzare la capacità di intervento degli Stati nazionali.

Il turbinio degli eventi sconvolge i ritmi antichi delle società cattoliche di tutta Europa e provoca smarrimento, ma anche volontà di recuperare il terreno perduto attraverso nuove forme di presenza e di organizzazione. Negli Stati italiani preunitari, sottoposti alla Restaurazione, si risente di questi cambiamenti, che hanno confuso gli animi, provocando una crisi di valori. «L'uomo figlio dell'abbandono della tradizione cristiana è ora da ricostruire», afferma l'oblato milanese Francesco Maria Zoppi1. Nasce così una nuova operosità che si diffonde a tutti i livelli della società, con iniziative che rinsaldano la fede degli italiani attraverso i moderni strumenti della stampa, della propaganda e dell'associazionismo.

 In queste tre pagine (con le semplificazioni e superficialità incredibili come ad esempio assimilare Gioberti e Rosmini) si liquida tutta la “Rivoluzione italiana” e tutto il processo che ha portato all’unificazione forzata da parte dei Savoia e tutti i disastri politici, economici, militari e sociali dovuti ai metodi di Cavour. Tre righe del catalogo per annessioni al Piemonte e la dura repressione del brigantaggio, dopo Porta Pia e il Papa che si proclama “prigioniero in Vaticano” ?... una legislazione ecclesiastica dai tratti anche ostili e limitanti per la vita della Chiesa?... È questo il punto di partenza del nostro percorso, su cui si innestano, nel volgere di pochi decenni, gli effetti della modernizzazione politica, economica e sociale. È un passaggio che porterà innegabili vantaggi alla vita del Paese.

Ma nel 2000 il Meeting  presentò una mostra che scatenò polemiche su tutti i giornali: Un tempo da riscrivere: Il risorgimento italiano. Forse oggi si sono pentiti di quei giudizi? C’è da farsi perdonare qualcosa?

  Dal catalogo di quella mostra:

 “Non si capì o non si volle capire che cos’era la Rivoluzione, incarnazione storica di un’utopia esigente una rottura drastica col passato che, come ha notato Augusto del Noce, da un lato comportava il dissolvimento violento dell’ordine precedente, e nello stesso tempo il “sorgimento” di un ordine nuovo, come realtà inscindibilmente morale e politica …per imporre un cambiamento ben più profondo ed epocale, di natura spirituale: la lotta contro il Trono aveva fin dall’inizio come obiettivo ultimo la Chiesa cattolica.”

 Torniamo alla storia raccontata da Viglione:

 Insomma, occorreva creare le condizioni politiche e mili­tari per conquistare la Penisola e annetterla al Regno di Sar­degna: bisognava dunque, anche con il pretesto di prevenire le follie mazziniane, abbattere i secolari Stati legittimi, a par­tire da quello borbonico per arrivare a quello pontificio. Ecco il grande programma, ed ecco il geniale demiurgo di questo programma. Dalla Confederazione paritaria tra Stati legittimi e fratelli, in nome della millenaria religione e civiltà dei pa­dri, alla guerra di conquista effettuata con tradimenti, calun­nie, corruzione e stragi, da parte di uno solo dei sovrani ita­liani: il più scaltro e privo di scrupoli, indifferente alla stessa scomunica, sebbene cattolico praticante.

Ma per attuare il più ardito programma nella storia d'Ita­lia, bisognava creare, ancor prima delle pur indispensabili condizioni politiche e militari, le ancor più necessarie condi­zioni «morali».

Per poter impunemente invadere e conquistare cinque Sta­ti sovrani pacifici e amici, di cui uno era lo Stato della Chiesa cattolica, per poter strappare il Lombardo-Veneto all'Impero asburgico, era necessario vantare molto più che un alibi o una giustificazione da presentare dinanzi alle grandi Potenze e all’opinione pubblica del tempo, come pure dinanzi alla storia futura: occorreva presentare la conquista come una inevitabi­le azione di civiltà contro un'intollerabile barbarie non più ac­cettabile in tempi di progresso e democrazia.

M. Viglione, 1861 Le due Italie – pag. 157

 …è chiaro che la formula cavouriana (Chiesa in libero Stato) non ha nulla di sincero e tanto meno di «ingenuo», ma ri­sulta essere una di quelle trappole concettuali utilizzate dalle forze sovversive necessarie ad attrarre le parti moderate del­la popolazione: il suo vero fine appare evidente: la distruzio­ne del Papato, non solo come istituzione temporale, ma anche come forza spirituale.

D'altro canto, se ciò è vero, ben faceva allora Pio IX a opporsi a ogni cedimento alla politica cavouriana. Non si tratta­va infatti di difendere privilegi politici ed economici, ma di ben altro: si trattava di non cadere in trappole, il cui fine era la distruzione della Chiesa e della religione cattolica. Non per niente, scrive de Mattei, Pio IX protestò sempre, fino alla morte, contro la presa di Roma, «ribadendo che il principato temporale del Pontefice costituisce la condizione necessaria per il libero esercizio della sua autorità spirituale e che la "Questione romana" non è una questione politica, legata al problema dell'indipendenza e della unità italiana, ma una questione eminentemente religiosa, perché riguarda la libertà del capo della Chiesa universale, nell'esercizio del suo sacro ministero». Leone XIII, dal 1878 al 1889, protestò ben ses­santadue volte ufficialmente.

Ibid pag. 253

 …Del resto gli uomini della Sinistra, memori appunto degli ideali mazziniani, sentivano in particolar maniera il problema della «missione universale» di Roma. Ma qual era questa «missione» che dava senso all'intero Risorgimento? Molto onestamente Chabod la descrive in modo chiaro: «Quel che s'era fatto sino allora, non bastava; l'abbattimento del potere temporale non era fine a sé stesso, ma semplice mezzo: come per il Ricasoli, anche se con intenzioni del tutto opposte, il Regno d'Italia non doveva "stare a vedere", ma operare sulla Chiesa. Operare, questa volta in senso distruttivo: l'Italia nuova e il cattolicesimo vecchio non potevano più stare in­sieme; l'Italia, creatrice del Papato, doveva distruggere il Pa­pato, doveva spaparsi» al fine di rimediare a tutto il male cau­sato all'umanità con la Controriforma.

Ibid pag. 257

 A partire dalla Roma descritta da Lutero come «rossa puttana di Babilonia», tutta la stampa moderna di impronta protestante, illuminista e liberal-massonica ribadisce, con una ricorrenza martellante, un ristretto numero di concetti facili da ricordare, adatti a colpire l'immaginazione delle nuove masse letterate. Nasce la leggenda della Roma cattolica, ca­pitale della superstizione, della barbarie e del potere tenuto con la forza.

Per unificare l'Italia sotto il Piemonte costituzionale, i li­berali italiani e stranieri debbono trovare il modo per porre fine all'esistenza dello Stato della Chiesa. Non è impresa fa­cile perché da più di mille anni lo Stato pontificio è baluardo della cristianità mondiale, sicura difesa della libertas ecclesiae dalla prepotenza del potere temporale (tutte le Chiese protestanti subito dopo il distacco da Roma finiscono sotto il diretto controllo dei principi locali).

A.Pellicciari, Risorgimento da riscrivere – pag.66

 Prima di parlare del ”brigantaggio” un cenno sulla conquista del Sud da parte dei Mille.

 Sul piano interno Cavour, con il suo braccio destro La  Farina, da vita alla Società Nazionale e organizza nei dettagli (sul fronte diplomatico, economico e militare) la cosiddetta Spedizione dei Mille. Ne parla diffusamente lo stesso La Farina nell'epistolario e in un articolo comparso il 24 gennaio 1862 sull'Espero: «Per quattro anni [dal 1856] lo scrittore di questi articoli vide, quasi tutte le mattine, il conte di Ca­vour, senza che alcuno dei suoi intimi amici lo sapesse, an­dando sempre due o tre ore prima del giorno, e sortendo spesso da una scaletta segreta, ch'era contigua alla sua ca­mera da letto, quando in anticamera era qualcuno che lo po­tesse conoscere! E in uno di questi notturni abboccamenti, nel 1858, fu presentato al conte di Cavour il generale Ga­ribaldi, venuto clandestinamente da Caprera».

Nell'organizzazione dell'impresa il Piemonte (come l'In­ghilterra) spende denaro a fiumi per il trasporto di uomini e di armi e per la corruzione dei quadri dell'esercito, della marina e dell'amministrazione borbonici. Membro influ­ente della congiura è addirittura il «fratello» Liborio Roma­no, primo ministro del governo del Regno delle Due Sicilie, che sfruttando la fiducia e la giovane età del sovrano lo con­vince a lasciare Napoli senza combattere e contemporanea­mente invia a Garibaldi il seguente dispaccio: «All'invittis­simo General Garibaldi Dittatore delle Due Sicilie [...]. Con la maggiore impazienza Napoli attende il suo arrivo per sa­lutarla il Redentore d'Italia, e deporre nelle sue mani i poteri dello Stato e i proprii destini».

A.Pellicciari, Risorgimento da riscrivere – pag.200

 

Oggi è universalmente noto; tranne i manuali di storia che ancora si attardano sulle fantasiose ricostruzioni della vulga­ta per continuare a indottrinare le giovani menti, tutti ricono­scono quelle che furono le reali ragioni per cui Garibaldi poté arrivare a Napoli (in treno) e conquistare un Regno con qualche morto: corruzione e viltà degli ufficiali borbonici, soste­gno militare, finanziario e logistico del governo piemontese, indiretto, ma concreto appoggio della marina britannica, schierata in minaccioso assetto bellico prima innanzi al porto di Marsala e poi a quello di Napoli. Senza tutto questo - e al­tro ancora: l'appoggio fornito dalla mafia in Sicilia e dalla ca­morra a Napoli - i Mille, essendo uomini come tutti gli altri e non titani, non sarebbero neanche sbarcati a Marsala, o, nel­la più benevola delle ipotesi, una volta sbarcati di sorpresa, sarebbero stati ributtati in mare subito dopo: non dimenti­chiamo che 1'«Armata di Mare» delle Due Sicilie era secon­da in Europa solo a Francia e Gran Bretagna e l'esercito con­tava fino a 120.000 unità effettive.

La realtà storica, evidentemente, è un'altra. Senza con­siderare che l'11 maggio 1860 nel porto di Marsala sono pre­senti due navi inglesi che impediscono alla fregata napoleta­na Stromboli di aprire il fuoco sui garibaldini che sbarcano, occorre ricordare che da quel momento i garibaldini non in­contrarono nessuna seria resistenza fino a Napoli, in quanto gli ufficiali borbonici responsabili delle truppe si rifiutarono quasi sempre di contrastare concretamente l'invasore (furono peraltro tutti ampiamente premiati con splendide carriere nel neonato esercito italiano).

…Commenta con il suo usuale spirito Massimo d'Azeglio in una lettera a Michelangelo Castelli il 17 settembre 1860: «Nes­suno più di me stima ed apprezza il carattere e certe qualità di Garibaldi; ma quando s'è vinta un'armata di 60.000 uomini, conquistato un regno di 6 milioni, colla perdita di otto uomini, si dovrebbe pensare che c'è sotto qualche cosa di non ordina­rio, che non si trova dappertutto, e non credersi per questo d'es­ser padrone del globo».

«Qualche cosa di non ordinario»: si tratta di tre milioni di franchi francesi (dati a Garibaldi in piastre d'oro turche a Ge­nova prima dell'imbarco) e di un milione di ducati, nelle mani dell'ammiraglio Persano, ai quali occorre aggiungere le 300.000 lire-oro procurate a Milano dal banchiere Garavaglia e consegnate direttamente a Garibaldi: ecco che cosa ha conquistato il Regno delle Due Sicilie.

…Del resto, i siciliani ebbero ben presto modo di pentirsi del­la fiducia che avevano riposto nei loro «galantuomini» mafio­si, che li avevano messi nelle mani dei galantuomini piemon­tesi con la promessa della distribuzione delle terre ai contadini. Quando il 4 agosto 1860 nel villaggio agricolo di Bronte i con­tadini insorsero per ricordare agli invasori le loro promesse, Nino Bixio non ebbe problemi a far strage di contadini inermi (oltre a far violentare le donne) in nome del progresso sociale che veniva a liberarli dalla barbarie borbonica.

… Ma come andarono le cose sotto la dittatura di Garibaldi e dei garibaldini? Al riguardo le testimonianze sono numerosis­sime, e tutte concordi: valgano due per tutte. Così La Farina, braccio destro di Cavour e fondatore con Garibaldi della So­cietà Nazionale, descriveva a Carlo Pisano la situazione il 12 gennaio 1861, quindi a conquista quasi ultimata: «Impieghi tripli e quadrupli di quanto richieda il pubblico servizio [...]; cu­mulo di quattro o cinque impieghi in una medesima persona [...]; ragguardevoli offici a minorenni [...]; pensioni senza tito­lo a mogli, sorelle, cognate e fino a fantesche di sedicenti pa­trioti»; e ad Ausonio Franchi il 3 febbraio: «I ladri, gli evasi dalle galere, i saccheggiatori, e gli assassini, amnistiati da Garibaldi, pensionati da Crispi e da Mordini» sono «introdotti ne' carabinieri, negli agenti di sicurezza, nelle guardie di finanza e fino nei ministeri»; e lord Minto, ambasciatore inglese e favorevole a Garibaldi, descrive - in un dispaccio del 15 otto­bre al Russell - la situazione a tinte fosche: «Le malversazioni, la corruzione e l'oppressione sono più grandi nell'attuale I momento, di quanto non lo fossero nel passato regime»

… I sovrani lasciarono il porto di Gaeta al suono della mar­cia reale di Paisiello con ventuno salve di cannone, mentre tutto un popolo piangeva e salutava.

«Il Regno delle Due Sicilie aveva così cessato di esistere, lasciando attoniti e senza patria milioni di contadini meridio­nali, mentre buona parte dei notabili cittadini si apprestava a chiedere un'adeguata collocazione nel nuovo organigramma politico e amministrativo dell'Italia unita»; e, si può aggiun­gere, già metteva da parte i pochi soldi con cui di lì a poco si sarebbe impossessata delle terre degli aristocratici fedeli e della Chiesa, per poi trarre a rovina economica milioni di contadini che più non conobbero che cosa fossero commiserazione e umanità, e per i quali unica salvezza rimase l'emi­grazione.

M. Viglione, 1861 Le due Italie – pag. 186

 La “dura repressione del brigantaggio” merita un approfondimento particolare. L’insurrezione di popolazioni repressa a cannonate, la distruzione di interi paesi con donne e bambini massacrati dalle truppe sabaude non sono fatti marginali, sono la seconda guerra civile italiana, il cui esito fu l’emigrazione forzata di circa quindici milioni di italiani!

 Effettivamente, fino al 1860 grandi stragi non erano avvenute, per il semplice fatto che il popolo non aveva partecipato - se non in maniera ridotta e del tutto ininfluente - al Risorgimento, né aveva fatto alcunché di simile a quanto ac­cadde in Italia ai tempi delle insorgenze controrivoluzionarie.

Fino al 1860. Poi però qualcosa cambia, in quanto le po­polazioni del Meridione, dinanzi all'avanzata garibaldina pri­ma e alla fuga a Gaeta di Francesco II e all'arrivo dei pie­montesi poi, iniziano a prendere posizione, e lo fanno armi in pugno. Il problema è che non si schierano con i vincitori e con i verbosi sostenitori del popolo e del progresso. Si schie­rano invece, esattamente come sessant’anni prima, dalla par­te della Chiesa cattolica e della monarchia legittima. Per que­sto furono chiamati - come avvenne per i vandeani nel 1793 e per gli insorgenti nel 1799 e 1806 - «briganti».

… - Il termine «brigantaggio» è solo una strumentale confu­sione ideologica tra l'aspetto sociale e quello politico del fe­nomeno, cominciata con Robespierre in Francia durante la Controrivoluzione vandeana (1'«Incorruttibile» definiva bri­ganti i nobili, il clero, i borghesi e i contadini ribelli al suo Terrore), proseguita al tempo delle insorgenze e, quindi, so­prattutto con la rivolta meridionale antiunitaria;

-  la rivolta in realtà riveste proporzioni straordinarie e ha inizio nell'agosto del 1860350, subito dopo l'arrivo dei Mille: nel complesso, al culmine della guerra civile, le bande coman­date da capi raggiunsero il numero di 350, coinvolgendo deci­ne di migliaia di persone, delle quali morirono tra le 20.000 e le 70.000; il Regno d'Italia, da parte sua, dovette inviare in lo­co fino a 120.000 soldati per reprimere la guerriglia;

-  nella primavera del 1861 la rivolta divampa in tutto il Regno peninsulare; in agosto è inviato a Napoli con poteri ec­cezionali il generale Enrico Cialdini: inizia una spietata re­pressione militare, fatta di eccidi e distruzioni di paesi e cen­tri ribelli, di fucilazioni e incendi, di saccheggi e incitazio­ni alla delazione, di arresti domiciliari coatti (la prima volta nella storia italiana) e di distruzioni di casolari e masserie, compresa l'eliminazione del bestiame dei contadini per la lo­ro rovina materiale;

- particolare attenzione è data alla guerra psicologica, con proclami pieni di terribili minacce (sempre, peraltro, puntual­mente messe in atto) accompagnati da foto di ribelli trucidati con famiglie, al fine di terrorizzare i «manutengoli», cioè co­loro che aiutavano i ribelli;

-  arriva poi la proclamazione dello stato d'assedio nel 1862: quasi l'intero Regno (compresa la Sicilia senza alcun motivo) è posto sotto una legge marziale di inaudita crudeltà;

- nel 1863 si istituisce la Commissione parlamentare di in­chiesta sul brigantaggio (Massari), voluta certo dalla Sinistra - che denunciava i tremendi massacri dei contadini perpetra­ti con il consenso del governo - ma al fine di screditare la De­stra e mettere il Meridione in mano a Garibaldi; la Destra dapprima la ostacolò, poi la manipolò, e diede la colpa del «brigantaggio» a Francesco II e a Pio IX; - conseguenza della Commissione fu la legge Pica, massi­ma espressione della sanguinaria repressione: essa prevede­va, fra altre cose, la fucilazione immediata di chi fosse colto con qualsiasi tipo di arma in mano, anche se non aveva commesso nulla, nonché l'arresto e la deportazione di parenti fi­no al terzo grado dei «briganti», oltre alla distruzione delle loro case e masserizie;

-  «brigantaggio» e repressione dureranno comunque fino al 1870 (con un nuovo picco nel 1868), e i dati generali sono gravissimi;

- la storiografia ufficiale liberale e filo risorgimentale (F.S. Nitti, B. Croce e altri) spiega il fenomeno come un fatto di delinquenza comune, frutto di sobillazione reazionaria; quel­la marxista (Gramsci, Candelora, Molfese ecc.) come espres­sione di rivolta proletaria;

- alla resistenza partecipò il fior fiore dell'aristocrazia le­gittimista europea, fra cui: il conte Henri de Cathelineau (di­scendente dell'eroe della Vandea), il barone prussiano Teodoro Klitsche de La Grange, il conte sassone Edwin di Kalck-reuth (fucilato nel 1862), il marchese belga Alfred Trazégnies de Namour (fucilato nel 1861), il conte Emile-Théodule de Christen, i catalani José Borjés (definito «l'anti-Garibaldi») e Rafael Tristany, e tanti altri ancora;

- le motivazioni reali - senza voler escludere di principio anche elementi di carattere sociale e ricordando che senz' al­tro fra i ribelli vi furono efferati delinquenti nel senso lettera­le del termine - sono però più profonde e sono naturalmente quelle religiose e legittimiste: il popolo odiava liberali e «ga­lantuomini» perché, fin dai tempi dei napoleonici, avevano oppresso e vilipeso sempre la religione, profanando chiese e reliquie; la presenza di frati e preti è costante nelle raffigura­zioni popolari della guerriglia, così come i vessilli delle ban­de di guerriglieri esprimono sempre soggetti religiosi; anche La Civiltà Cattolica espresse sempre la propria simpatia per la rivolta. Manifesta fu la fedeltà delle popolazioni meridio­nali alla spodestata Casa di Borbone delle Due Sicilie.

… Risulta che nella sola Basilicata, tra il 1861 e il 1863, furono fucilate 1.038 persone, uccise negli scontri 2.413, incarcerate 2.768 e condannate al confino 525, di cui 140 donne; nel Napoletano, secondo la relazione dello stesso Cialdini, 8.968 fu­rono i fucilati (fra cui 66 preti e 22 frati), 10.604 i feriti, 7.112 i prigionieri, 918 le case bruciate, 6 i paesi interamente arsi, 2.905 le famiglie perquisite, 12 le chiese saccheggiate; 13.629 i deportati, 1.428 i comuni posti in stato d'assedio.

Martucci tenta un interessante calcolo generale sull'intero fenomeno della Controrivoluzione antiunitaria, e arriva alla conclusione che il numero dei meridionali caduti (in combat­timento o per condanna a morte) oscilli tra «una cifra minima di 20.075 e una massima di 73.875 fucilati e uccisi in vario modo. Vale a dire un numero comunque molto superiore alla somma dei caduti in tutti i moti e le guerre risorgimentali dal 1820 al 1870»

… I proclami sono tantissimi, e allora O' Clery ha fatto una cosa molto utile, schematizzandone il contenuto generale comune a tutti: «Da questi proclami appare che le misure adottate per la soppressione del cosiddetto "brigantaggio" fu­rono: 1) fucilazione, con o senza processo, di tutti coloro che erano presi con le armi in pugno; 2) saccheggio delle città e dei villaggi ribelli; 3) arresto, senza processo o imputazione, delle persone sospette e dei «parenti dei briganti»; 4) equipa­razione a complici di briganti, e punizione con la morte o il carcere a tutti coloro che: a) possedessero armi senza licenza; b) lavorassero senza permesso nei campi di determinati di­stretti; e) portassero in campagna cibo superiore a quanto bastasse per un pasto; d) serbassero provviste di cibo nelle ca­panne; e) ferrassero cavalli e possedessero o trasportassero ferri di cavallo senza licenza; 5) distruzione delle capanne nei boschi, obbligo di murare tutti i casolari isolati, allontana­mento degli uomini e del bestiame dalle piccole fattorie, e raccolta del medesimo in luoghi sorvegliati dall'esercito; 6) incriminazione di qualsiasi comportamento neutrale, e tratta­mento dei presunti neutrali come amici e complici dei bri­ganti; 7) rigida censura sulla stampa».

Superfluo ricordare come questi «signori», celebrati in tut­ti i nostri libri di storia e tramite migliaia di vie e piazze a lo­ro dedicate in tutta Italia, oggi finirebbero senza dubbio alcu­no sotto processo al Tribunale dell'Aja per crimini contro l'u­manità e altro ancora.

Ibid pag.192

 Un breve cenno sul trattamento dei prigionieri dimostra gli “innegabili vantaggi portati alla vita del Paese” dalla Rivoluzione italiana.

 Del problema (dei prigionieri) stranamente nessuno parla, nemmeno gli autori legittimisti, tranne qualche accenno fuggevole del pa­dre Butta. I prigionieri furono circa 50.000 borbonici più 18.000 pontifici, tra ufficiali e soldati; 10.000 soldati napole­tani vennero rinchiusi nei forti di Ponza e Ischia, e qui lasciati al tifo, al colera, ai pidocchi e alla dissenteria. Vittorio Emanuele II e Cavour li definivano «canaglia», La Marmora «fec­cia» e «branco di carogne», «brodaglia» per Farini.

I prigionieri stranieri furono subito rilasciati, così come quelli appartenenti ad alte famiglie. Non tutti, però: Farini, quando era Luogotenente a Napoli, considerava ogni prigio­niero, fosse anche un generale in carica borbonico, come un ri­belle senza patria, e questo ancor prima della caduta di Gaeta.

Iniziarono poi le deportazioni al Nord: una trentina di alti ufficiali nobili furono deportati senza processo. Cominciò quella che La Civiltà Cattolica definì significativamente: «La tratta dei napoletani».

Decine di migliaia di uomini finirono nelle regioni setten­trionali, ammassati in prigioni gelide dove soffrirono letteral­mente la fame e la sporcizia.

Scrive Martucci, riportando brani di una lettera di un te­stimone insospettabile, il La Marmora, inviata il 18 novem­bre 1860 a Cavour, dopo aver visitato le carceri di Milano: «Trovandosi di fronte a 1.600 soldati borbonici in condizioni indescrivibili, tutti coperti di rogna e di vermina, moltissimi affetti da mal d'occhi o da mal venereo»,; con sua grande sor­presa questo «branco di carogne», «questa canaglia», «questa feccia» rifiutava di arruolarsi tra le truppe sarde; i prigionieri «pretendevano aver il diritto di andar a casa perché non vole­vano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco II».

Ma il generale La Marmora evitava di dire se quei soldati così malati erano stati affidati a medici militari piemontesi, come del resto non chiariva perché mai quella massa puzzo­lente di infelici non fosse stata rivestita.

Si dice addirittura che a Fenestrelle fossero stati tolti i ve­tri dalle prigioni per far soffrire di più il freddo ai prigionieri e convincerli ad accettare di entrare nel nuovo esercito, ma non vi fu niente da fare. Naturalmente, i sopravvissuti tra loro andarono a ingrossare le file della grande rivolta meri­dionale del brigantaggio.

Dopo la presa di Roma, 4.800 soldati pontifici furono de­portati nelle fortezze del Nord, specie a Fenestrelle. Alla fine di ottobre del 1861 il solo campo di concentramento di San Maurizio presso Torino rinchiudeva 12.447 ex militari borbo­nici e, secondo La Civiltà Cattolica, altri 12.000 erano sparsi in altre carceri. Al 30 giugno 1861 risultavano renitenti alla leva ben 52.000 uomini.

Secondo l'inchiesta parlamentare, nel 1863 risultavano 1.400 detenuti a Salerno, 1.100 a Potenza, 700 a Lanciano, 1.013 a Campobasso, 11.635 a Napoli.

La stessa Gran Bretagna iniziò a inquietarsi.

Il console inglese a Napoli Bonham - sempre favorevole al Risorgimento - affermò che nelle carceri napoletane vi erano almeno 20.000 prigionieri ammassati (ma altri parlavano di 80.000), in paurose condizioni di sporcizia e fame, e moltissi­mi attesero il processo per anni: ne nacque a Londra un dibat­tito parlamentare, e furono inviati a verificare Lord Seymour e Sir Winston Barron, che confermarono tutte le denunce giunte al Parlamento inglese.

Concludiamo questa triste pagina della nostra storia,con quanto afferma Molfese: «Fin dall'inizio della campagna me­ridionale, il governo di Torino aveva fatto trasportare in zone dell'alta Italia o nelle isole tirreniche i militari borbonici pri­gionieri di guerra [...]. Ma dal dicembre del 1861, il governo Ricasoli aveva cominciato a pensare concretamente di istitui­re la pena della deportazione»; poi, sotto il governo Rattazzi, il ministro degli Esteri, Giacomo Durando, aveva avviato trattative col Portogallo per istituire bagni penali nelle colo­nie d'Asia e in Mozambico, anche al fine dichiarato di avvia­re con questa scusa processi coloniali nazionali; ma non se ne fece nulla per l'opposizione della Francia.

Ibid pag. 200

 Solo a Palermo imputridiscono «seminudi e tra vermi» 1.400 prigionieri; alla Vicaria di Napoli sono stipati ben 1.000 «giudica­bili quasi tutti. I più fra questi non sono stati neppure interrogati, e giacciono poi tutti in carceri orribili tanto quanto le carceri di Palermo. Alcuni si trovano imprigionati da 22 mesi! Santa Maria Apparente è una villeggiatura in confronto di tutte le altre che ho visitate [...] Il pane che si da ai carcerati è tale che io non l'augu­rerei al conte Ugolino [...] La vita e la libertà dei nostri concitta­dini dipende dal capriccio di un capitano, di un luogotenente, di un sergente, di un caporale».

Nel carcere di S. Francesco, sempre a Napoli vi sono 437 dete­nuti, dei quali solo 77 condannati, mentre gli altri aspettano il giudizio o sono a disposizione della questura da tempo indefini­to. «Se volessi parlare di tutte le carceri del reame - dice l'on. Ricciardi - non la finiremmo più: il perché sceglierò tre sole pro-vincie: Terra di Lavoro, Molise e Avellino». E qui riferisce analiti­camente del carcere centrale di S. Maria, in Terra di Lavoro, ove sono ospitati 1.191 disgraziati, tra i quali 351 per reati politici e 870 che attendono ed implorano, senza ottenerli, processo e sen­tenza. In provincia di Campobasso i detenuti sono 1.013 di cui solo 149 condannati, mentre 864 sono in balia di polizia e magi­stratura; ad Avellino vi sono 1.836 carcerati tra i quali 410 politici.

F. Izzo, I lager dei Savoia – pag.113

 Nel 1862, in piena guerra civile, il governo di Torino si trovò letteralmente assediato da prigionieri di guerra, detenuti politici, abitanti di interi paesi accusati di brigantaggio e deportati, soldati renitenti, delinquenza comune, cospiratori repubblicani, tanto da non avere più la possibilità di "sistemarli" accuratamente nelle patrie galere - ormai sovraffollate sino all'inverosimile - e soprat­tutto aveva la necessità di allontanarli - in special modo i "politici" - dal teatro delle operazioni, dato che la loro pericolosità era dive­nuta una seria minaccia per il neonato Stato unitario.

Va appena ricordato che proprio nell'agosto '62 era stato pro­clamato in Sicilia lo Stato d'assedio, esteso qualche giorno dopo a tutto il Sud, e che di fatto continuerà a sussistere anche dopo la sua formale abolizione (novembre '62), sfociando poi nell'ado­zione delle leggi eccezionali.

Alla luce di questa situazione, divenuta controllabile a fatica, andò elaborandosi, da parte del governo italiano, un progetto di "soluzione finale" capace di porre termine drasticamente e con rapidità alle difficoltà insorte; progetto che consisteva nell'ottene-re dal governo portoghese la concessione di un'isola disabitata dell'Oceano Atlantico, al fine di relegarvi la ingombrante massa di prigionieri, sbarazzandosene così definitivamente….Il tentativo diplomatico non ebbe però esito positivo.

…Conseguentemente la necessità di sbarazzarsi di migliaia di oppositori, deportandoli in una Cayenna italiana3 si imponeva e rappresentava la soluzione ottimale per porre fine agli annosi problemi.

Così Menabrea, Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri, da Firenze, chiese al Ministro Plenipotenziario a Buenos Aires, Della Croce, di sondare il governo argentino sulla fattibilità del progetto.

Dalle premesse della nota diplomatica, che integralmente si riporta, tra l'altro si evince che quello del novembre '62 non era stato l'unico tentativo di creare colonie penali all'estero, dal momento che chiaramente si sottolinea che «più volte già il Governo del Re ha dato opera a ricercare [...] stabilimenti penali in lontane contrade»

…Questa volta vi erano buone speranze di successo. In fondo la Patagonia era una regione sconfinata e disabitata e l'Argentina aveva qualche debito di riconoscenza verso l'Italia, dal momento che volontari italiani avevano partecipato alla guerra civile argen­tina e Garibaldi aveva comandato una parte della flotta di quel paese.

Ma contrariamente alle aspettative il governo argentino, preoccupato dei diritti di sovranità, in via non ufficiale, ritenne opportuno smorzare subito le aspettative italiane…

Il disegno si concretizzò comunque, anche se con "tecniche di deportazione" più raffinate e non necessariamente repressive.

Alle popolazioni meridionali sconfitte non si presentavano che tre vie: o rassegnarsi alla miseria, o continuare nella ribellione, o emigrare: «la rassegnazione non era possibile, la ribellione era stata sperimentata con insuccesso, altro non rimase che battere la via dell’oceano».

F. Izzo, I lager dei Savoia – pag.145

  Pag.41 del catalogo:

 All'indomani del compimento del processo di unificazione si avverte la necessità di consolidare l'etica civile degli italiani, per so­stenere dal basso la realtà politica creata dal Risorgimento e darle slancio verso i traguardi di modernità e progresso impliciti nell'idea stessa di «rivoluzione nazionale». Nel Paese si assiste a un fiorire di proposte associative che, pur perseguendo interessi particolari, sono tese a promuovere un modello di virtù civica entro dinamiche so­stanzialmente democratiche. In questo modo sussidiano l'insufficiente vitalità delle istituzioni dello Stato e la scarsità di mezzi della sua primaria agenzia formativa, la scuola. Attraverso queste diffuse e articolate forme di socialità, i ceti piccolo e medio borghesi in ascesa sono incoraggiati a impiegare il proprio tempo libero in senso etica­mente proficuo, in attività dallo spiccato carattere formativo e in ambiti dove ottengono la riconoscibilità sociale che ricercano. Il mito della «Terza Roma» si traduce, anche per questa via, in una pedagogia civile che ha segnato la mentalità delle classi medie otto-novecentesche, di quelle borghesie dell'impiego e del diploma (prima ancora che dell'industria), le cui speranze di affermazione dipendono più direttamente dallo sviluppo della grandezza nazionale. Nel tempo libero le istanze individuali (borghesemente utilitaristiche, ma non in senso solo economico) convergono nel grande obiettivo comune dell'educazione nazionale.

 Ecco il consolidamento dell’etica civile e lo slancio verso i traguardi di modernità e progresso. Ecco la pedagogia civile della “terza Roma” e il grande obbiettivo comune dell’educazione nazionale.

 Come si evince da tutto quanto finora detto, tirava in quegli anni in Italia aria di totalitarismo giacobino. Coscrizione ob­bligatoria: si tratta della leva di massa, invenzione rivoluzio­naria istituita dai giacobini francesi, e mai attuata dagli Stati cristiani prerivoluzionari. Insomma, è una delle grandi conquiste del progresso rivoluzionario, che si proietterà poi nel XX secolo.

Del resto, la Sinistra storica italiana aggiunse anche un'al­tra coscrizione, quella scolastica, il cui scopo non era solo o tanto quello positivo dell'alfabetizzazione popolare, bensì precipuamente quello dell'aperta e perseguita scristianizza­zione delle «masse». Il discorso sarebbe molto lungo e an­che molto attuale, ma limitiamoci solo ad alcuni esempi chiarificatori.

Troviamo scritto nella Rivista della Massoneria Italiana (1879, n. 20-21, p. 308): «L'unico mezzo per atterrare la su­perstizione del confessionale è la scuola. La scuola nell'ordi­ne morale è il cannone». Come disse il ministro Cesare Correnti alla Camera il 22 gennaio 1874, il fondo della que­stione era lo scontro fra scuola laica e scuola cattolica, «due secoli l'un contro l'altro armati»537. Il giorno precedente, sempre alla Camera, il deputato della Sinistra Michelini ave­va sostenuto che il nemico della nuova Italia era il nemico della libertà e dell'incivilimento, vale a dire la Chiesa; questa andava combattuta mediante l'arma dell'istruzione, la sola capace di renderla vulnerabile; e Petruccelli della Gattinà sentenziò il 5 marzo 1877: «II cattolico non è né cittadino né uomo»; quindi invitava a fare nell'ordine morale ciò che già si era compiuto nell'ordine politico: dopo aver abolito la teo­crazia temporale, occorreva far crollare la teocrazia spiritua­le, esautorando la Chiesa con la scuola laica.

Con questi presupposti (e per questi presupposti) si passò all'azione: nel 1877 si rese obbligatoria l'istruzione per la pri­ma e la seconda elementare; l'insegnamento della religione diveniva facoltativo, ma Benedetto Cairoli il 9 marzo invita­va pubblicamente dalla Camera dei deputati ogni padre di fa­miglia a impedire ai figli anche la sola lettura del catechismo.

Come la coscrizione obbligatoria militare doveva servire a creare lo spirito nazionalista, così quella scolastica doveva servire a cancellare il retaggio cattolico dalle coscienze dei giovani per sostituirvi la nazionalistica religione della pa­tria. Come scrive Fabio Cusin, si tentò di porre rimedio all'assenza di una vera coscienza politica nazionale negli an­ni postrisorgimentali mediante «il maestro elementare e il sergente istruttore, che per cinquant'anni con la loro convin­ta ignoranza diffusero tra le masse [...] l'idea della patria co­mune», che era stata grande in passato e che poi era decadu­ta per colpa della Chiesa cattolica, ma che ora, grazie a casa Savoia e ai suoi eroi, era tornata grande. Anche Fabio Cu­sin arriva alla inevitabile conclusione: da questo nazionali­smo spicciolo nacque poi quello fascista.

M. Viglione, 1861 Le due Italie – pag. 292

 La rivoluzione industriale della borghesia ottocentesca abolì anch'essa la domenica, non coi decreti statali, ma con il ricatto del licenziamento per chi non accettasse di lavorare sette giorni su sette. In Italia, la prima " Opera per il riposo festivo " fu fon­data a Torino nel 1859 (vicepresidente don Bosco, segretario ese­cutivo e promotore dell'iniziativa il beato Francesco Faà di Bru­no): presto affiancata da una miriade di altre Opere consimili, combatté una delle battaglie più nobili — e più dimenticate — a favore non dei cristiani soltanto, ma di tutti coloro che defini­va " i nuovi schiavi ". " Barbari " Faà di Bruno definiva non solo gli imprenditori privati, ma anche i dirigenti statali e municipali, che obbligavano i dipendenti alle loro 12 ore quotidiane ogni giorno dell'anno. Prendere o lasciare: chi si assentava era subito sostituito.

Battaglia " religiosa ", certo, per permettere la frequenza al­le funzioni della domenica; ma battaglia anche sociale, e tra le più preziose e solitarie, visto che — per pregiudizio ideologico — il sindacalismo " laico ", socialista, per la domenica non si scaldò più di tanto (e, a riprova, oggi sono i socialdemocratici, i pronipoti cioè dei socialisti ottocenteschi, che vogliono torna­re indietro). Solo nel 1907 il governo di Giovanni Giolitti si de­cise a una legge sul riposo settimanale obbligatorio, anche se non per tutte le categorie.

Ancora nel 1880, l'Opera torinese chiese pubblicamente a 750 responsabili di imprese di detrarre il salario, ma di conservare il posto ai dipendenti che avessero riposato: solo 18 padroni ade­rirono. Migliaia di cattolici, allora, si radunarono per giurare che avrebbero boicottato prodotti e servizi di chi opprimeva co­sì i lavoratori (e moltissime donne e bambini erano tra quei " nuovi schiavi "). Colpendo così nella borsa, si ebbero i primi effetti.

V.Messori, Un italiano serio – pag.175

 Abbiamo già visto prima quali furono le cause dell’emigrazione di massa, ma il catalogo della mostra ci da nuove indicazioni:

 Pag.188

Nel 1880, nemmeno vent'anni dopo l'unificazione politica, con una «questione romana» ancora aperta, oltre a problemi politici e sociali gra­vissimi, gli agricoltori italiani dovettero affrontare le malattie della vite e dell'ulivo. La produzione agricola crollò letteralmente e per gran par­te del popolo italiano si presentò lo spettro della povertà e della fame. Questa situazione, nel giro di quarant'anni, tra il 1880 e il 1920, indus­se quasi 20 milioni di italiani a emigrare. L'Italia impoverita reagì emi­grando.

Questa emigrazione permise una prima ricostruzione. Gli emigranti si ricostruirono una vita all'estero e inviarono le «rimesse», cioè dena­ro in valuta pregiata, alle famiglie rimaste al Paese d'origine, contribuendo a un riequilibrio della bilancia dei pagamenti. E con le rimesse degli emigranti anche le famiglie italiane povere migliorarono le loro condizio­ni economiche e sociali.

 Credo siano state pubblicate senza essere state lette da nessuno. Nessuno tranne il redattore che si è divertito a buttare in un frullatore questioni di cui aveva vagamente sentito parlare. L’Italia impoverita (sic!) reagì emigrando al crollo della produzione agricola causata dalle malattie della vite e dell’ulivo!!

Tra l’altro tutti i testi parlano di 14/15 milioni di emigranti, forse per arrivare a 20 bisogna contare i contadini con le viti e gli ulivi ammalati! Non si può trattare un evento che è stato drammatico per milioni di famiglie in questo modo.

 È anche da questa tragedia che nasce quell'altra, sino ad allora sconosciuta, dell'emigrazione di massa all'estero. Tra il 1876 e il 1914 se ne andarono ben 14 milioni di italiani: e, questo, nell'assoluta indifferenza dello Stato liberale (che, anzi, contava sull'effetto " benefico " delle rimesse degli emi­granti ai vecchi rimasti a casa). Anche qui, solo da parte cat­tolica si cercò di venire in soccorso di queste masse enormi di miserabili, sradicati da una terra povera ma dalla quale sino ad allora non erano mai scappati.

Tra i molti altri si mosse, indefesso, il vescovo di Piacenza, mons. Giovanni Battista Scalabrini (1839-1905), che giunse a fondare una Congregazione di sacerdoti e di laici per l'as­sistenza agli emigranti e a istituire nei porti di sbarco degli uffici di prima accoglienza. Don Bosco stesso così esortava i suoi missionari in partenza per l'America del Sud: « Anda­te, cercate questi nostri fratelli che la miseria e la sventura portò in terra straniera! ». E, in effetti, le case salesiane (e quelle religiose in generale), furono i luoghi di rifugio attor­no ai quali girò il mondo dell'emigrazione: alla fine dell'Ot­tocento i soli figli di don Bosco e nella sola Argentina assi­stevano direttamente (stando a una insospettabile fonte go­vernativa) ben 150.000 poveri connazionali. I quali, dalla rete consolare e dai ministeri della "Nuova Italia" che vedeva un futuro civile solo nella liberazione dal cattolicesimo, non avevano ricevuto che il famigerato " passaporto rosso ", con le impronte digitali al posto della firma che i titolari non sa­pevano fare.

V.Messori, Un italiano serio – pag.195

 Di tutta la storia del Risorgimento, di tutti gli uomini che furono protagonisti o comparse nella grande drammatica vi­cenda, coloro che appaiono essere veramente i più ingrati, bu­giardi, calunniatori, sono proprio i cosiddetti «patrioti» meri­dionali, vale a dire i più celebrati dalle correnti risorgimentiste meridionali e crociane: Poerio, Settembrini, Ricciardi, La Farina, Spaventa, Crispi, De Sanctis e altri ancora: veri tra­ditori della loro patria - svenduta con la menzogna del rinne­gato - e dei sette milioni di loro concittadini, che non ebbero la stessa fortuna e scaltrezza di divenire amici di Cavour, par­lamentari a Torino ricchi di stipendi e pensioni, di accapar­rarsi cattedre universitarie, di trasformarsi in colporteurs pro­testanti; a quei concittadini, invece, toccò subire in sorte l'amministrazione di Rattazzi, i proclami di Cialdini e Fumel, le stragi di La Marmora, lo stato d'assedio con 120.000 sol­dati, i lager piemontesi, le tasse di Sella, e, come alternativa, i bastimenti per l'espatrio in massa.

Riguardo poi allo specifico aspetto di quella immane tra­gedia collettiva che fu l'emigrazione, ha scritto belle parole Vittorio Frosini, che vale la pena riportare: «Una delle zo­ne d'ombra della storiografia sull'Italia degli ultimi cent'an­ni, che oggi appare in maggior evidenza, è quella relativa al fenomeno dell'emigrazione: fenomeno sociale, che pure ebbe carattere imponente, e che si accompagnò alla vicenda del consolidamento politico e dell'ascesa economica dell'Italia unita, proprio come l'ombra si accompagna al corpo, cre­scendo silenziosa, marcia senza fanfare e conquista senza bandiera, mentre il sole del Risorgimento discendeva sull'o­rizzonte della storia.

«Si pensi che nel 1913 il numero degli emigranti toccava la punta massima in un anno di circa novecentomila unità; e che dall'inizio del secolo all'entrata dell'Italia nella prima guerra mondiale, dunque meno che nel giro di una genera­zione, la cifra complessiva degli emigranti si approssima ai quindici milioni. Questa è davvero storia di popolo [...]. Per aver mancato d'una classe dirigente, capace di dar luce di coscienza civile a quel movimento di masse, l'emigrazione è perciò entrata di sfuggita nei libri degli storici [...]; ed essa è stata considerata di solito, dagli autori dei manuali, come una benefica e (involontariamente, certo) generosa trasfusione di sangue a vantaggio d'altri popoli, in cambio del quale l'Italia potè ricevere quelle rimesse in valuta pregiata, che aiutarono il suo bilancio a raggiungere il pareggio [...]. Considerata in questa prospettiva appare giustificato il giudizio paradossale di Giovanni Bovio, che l'emigrazione costituiva una conti­nuazione del Risorgimento».

Il problema dell'emigrazione contribuì inoltre allo svilup­po, per un verso, delle cosche mafiose e della delinquenza or­ganizzata e, per l'altro, del colonialismo e del nazionalismo, fino alla Grande Guerra; conclude con pesante arguzia il Frosini: «E del resto, la Prima guerra mondiale aveva mostrato che c'era uno sconfinato paese, il regno della morte, a cui si potevano aprire con la guerra le frontiere per consentire di emigrare alla "meglio gioventù"». E fu la Grande Guerra, an­ticamera del fascismo.

M. Viglione, 1861 Le due Italie – pag. 288

 L’Italia era impoverita certamente, ma non dalle malattie dell’ulivo e della vite

 Senza dubbio, uno dei problemi che maggiormente turbò i sonni della classe dirigente risorgimentale fu quello dello stratosferico debito pubblico accumulatosi in tanti anni di guerre. Divenne, per questi esponenti delle classi agiate agra­rie e finanziarie, una specie di questione d'onore: il colossale debito nazionale andava sanato, al più presto e a qualsiasi costo; erano in gioco la credibilità e l'onore del nuovo Stato.

D'altronde, il deficit era enorme già ai tempi di Cavour: v'era da rimediare alle spese per la guerra del 1848-'49, per quella di Crimea, per tutte le innovazioni apportate da Cavour e per la corruzione della classe dirigente borbonica; poi ven­nero la Seconda guerra d'Indipendenza e la conquista del Sud, la repressione della guerra civile meridionale, la cosid­detta Terza guerra d'Indipendenza, Mentana: in pratica, un'u­nica grande, immensa guerra.

Scrive O' Clery: «Durante tutto questo periodo fu man­tenuto un enorme esercito e, al tempo stesso, vennero intra­presi lavori pubblici su larga scala. Si progettarono e realiz­zarono arsenali e cantieri sufficienti per il più numeroso eser­cito europeo e per una marina imponente in numero e in qua­lità, furono costruite fortificazioni e varate corazzate. A parte l'esercito propriamente detto, c'era anche un esercito di pub­blici funzionari, poiché il governo civile, modellato sul siste­ma centralizzato francese, è molto più costoso di un'amministrazione in cui prevalga l'elemento locale. La politica dell'I­talia fu il tentativo di recitare un ruolo di grande Potenza mi­litare e navale, e di subordinare a ciò ogni altra considerazio­ne. Il denaro necessario a tal fine fu ottenuto con l'aumento delle imposte e dei prestiti stranieri, che, per gli interessi da pagare, causavano nuove uscite e quindi nuovo aumento di tasse, e ricorrenti nuovi deficit, senza fare il minimo taglio di spesa [...]. Il totale del debito consolidato al 1870 era di £. 3.772.250.000. A queste vanno aggiunte altre passività e ga­ranzie non incluse nel debito consolidato, che facevano sali­re il debito pubblico a 6.275 milioni di lire [...]. I disavanzi annui erano enormi, e andavano dai 150 agli 800 milioni di lire. Quest'ultima somma corrispondeva al deficit, del 1866, somma quasi uguale alla metà delle entrate della Gran Bretagna e dell'Irlanda [...]. Ogni forma di tassazione esistente sot­to i passati governi fu conservata, nuove tasse furono aggiun­te, fino al punto che il libero cittadino dell'Italia unita ebbe la soddisfazione di apprendere che lo Stato percepiva un qualche introito dal suo cibo, dai suoi vestiti, dai suoi mobili, dal­le sue finestre, dal suo stipendio o pensione, da tutto insom­ma, tranne dall'aria che respirava».

O' Clery calcola che nel 1866 un abitante del Regno di Napoli pagasse 28 franchi al fisco, vale a dire il doppio di quanto il popolo napoletano pagava prima della «liberazio­ne». Per non parlare poi degli abitanti degli altri Stati preunitari, il cui peggioramento fu ancora più evidente.

A parte l'esproprio dei beni della Chiesa, occorre inoltre te­ner presente che quei pochi che si arricchirono nel decennio 1860-'70 non produssero alcuna ricchezza nazionale né posti di lavoro, mentre si diffuse il pauperismo per l'aumento dei prezzi provocato dalle nuove tasse: Sella calcolava che l'ope­raio spendesse i quattro quinti del salario solo per l'alimenta­zione e i combustibili, cioè legna o carbone. Con l’unificazione lo Stato italiano aveva preso carico del debito di ciascuno Stato preunitario, ma «si era visto che su un totale di 2.402,3 milioni di lire, ben 1.321 milioni erano debiti fatti dal Piemon­te per la causa d'Italia. Prima del 1848, quando il Piemonte se ne viveva ancora appartato, i suoi debiti ammontavano a nep­pure 100 milioni e il bilancio dello Stato sabaudo, in certi an­ni, presentava addirittura un attivo. Adesso, tutti gli italiani erano nei debiti fino al collo. L'indebitamento cresceva a vista d'occhio di pari passo col disavanzo annuale. Era una voragi­ne che si spalancava per la corsa agli armamenti e le spese straordinarie che l'unità imponeva a getto continuo».

Poi venne la tassa sul macinato, che provocò rivolte con­tadine, spesso a carattere violento, specie in Romagna, che fu messa in regime di occupazione militare sotto il generale Cadorna; questi attuò una ferocissima repressione, le cui cifre ufficiali parlano di 257 morti, 1.099 feriti e 3.788 arrestati. Come è noto, altre repressioni violente si ebbero, come nel caso dei Fasci siciliani o ancor più nei fatti di Milano del 1898, con il generale Bava Beccaris.

È ben difficile non arguire che la situazione economica che grava tutt'oggi sul popolo italiano, rendendolo uno dei più tartassati del mondo occidentale, trova le sue radici strut­turali, se così si può dire, prima ancora che finanziarie, nella storia del Risorgimento italiano.

Ibid pag.290

 « Quello che è sicuro », nota Giorgio Galli, « è che, proprio di fron­te ad una irrisolta crisi di legittimazione che ha reso impossibile la for­mazione di moderni partiti borghesi e di una rappresentanza politica e parlamentare aggregata, il sistema politico italiano non sfugge alla tentazione, alla fine degli anni Ottanta, di imboccare la strada di una soluzione autoritaria, bloccata nel corso degli anni Novanta, ma che lascerà profonde conseguenze nella nostra cultura politica».

Infatti la stessa borghesia più o meno massonica avrà una parte di primo piano nell’interventismo che getterà l'Italia nella tragedia euro­pea della Grande Guerra, e quindi nella nascita dello stesso fenomeno fascista, individuati entrambi appunto come strumenti per bloccare l'avanzata politica dei movimenti cattolico e socialista.

Due guerre mondiali, una devastante dittatura e una conseguente trasformazione dell'Italia in campo di battaglia — militare, politico e ideologico — di potenze straniere.

In sostanza tutti i guai (a cominciare dal dramma del Sud) dell'Italia moderna sono derivati da quella sciagurata conquista militare piemon­tese e dall'instaurazione di una dittatura anticattolica e antipopolare.

Antonio Socci, La dittatura anticattolica – pag. 227

 Ho lasciato per ultimo il passo dedicato al beato Francesco Faà di Bruno. Se la mostra voleva mettere in luce la sussidiarietà ben altro trattamento avrebbe dovuto riservare ai santi “sociali” dell’Ottocento. Poche righe e nel caso del beato Francesco sconclusionate:

 pag. 40 del catalogo:

 Nobile, ufficiale del regio esercito, inventore e scienziato, docente di fama internazionale nell'ateneo torinese, Francesco Faà di Bruno promuove a Torino una «città della donna». Nel quartiere operaio di San Donato apre un conservatorio per le donne che arrivano dalle campagne. Sotto la speciale protezione di santa Zita il conservatorio non si limita ad accogliere le ragazze, ma le educa professionalmente.

Osservando con il suo telescopio le stelle, il Faà di Bruno intravede un ordine che trascende la ragione umana. Ma non è solo un teorico: inventa oggetti di pubblica utilità quali, tra gli altri, lo «svegliarino» elettrico, la lavanderia modello e i fornelli economici.

 Faà di Bruno fu scienziato, docente, creatore di importanti opere sociali non perché sognava al telescopio “un ordine che trascende la ragione umana”, ma perché si impegnò, prima come laico e poi come sacerdote, per dimostrare che sbagliavano coloro che ritenevano contrapposti progresso e cattolicesimo.

 …sia i borghesi liberali sia i democratici, i radicali (rifacendosi tutti al Sismondi e altri autori consimili) erano davvero convinti che la protestantizzazione del popolo ita­liano fosse necessaria premessa e condizione della sua modernizzazione.

Questa convinzione è uno dei capisaldi di quella che è sta­ta chiamata " l'ideologia piemontese ": non solo perché era creduta e praticata nel Piemonte risorgimentale ma perché, attraverso figure esemplari attive a Torino nel secolo succes­sivo (un Gramsci, un Gobetti) giunge sino ai giorni nostri e contrassegna una prospettiva influente e diffusa. Anzi, è l'asse portante di una vera e propria " cultura egemone " tra gli intellettuali, oggi ancora. (Eugenio Scalfari, già direttore del settimanale L'Espresso, il fondatore del quotidiano La Repubblica, ci descrive in un libro l'ideologia " risorgimenta­le " che unisce, e univa, il gruppo dei liberali e dei radicali che, dopo lo scioglimento del Partito d'Azione, si dedicaro­no alla " politica della cultura ", avendo soprattutto in odio, — scrive Scalfari — « l'Italia profonda, contadina e papali­na », considerando come « maggior nemico il sanfedismo cle­ricale ». Fino al punto di dirsi " anti-italiani " se " italiano " significa, in qualche modo, "cattolico").

Sentiamo al proposito uno studioso contemporaneo: « L'ideologia piemontese è il progetto di una società che importa i suoi valori dall'Europa nordica e dal mondo protestante. Il suo tratto comune si esprime nel desiderio di una Riforma secolarizzata, sul tipo di quella avviata da Luterò, sviluppa­ta da Calvino, espressa nell'individualismo e descritta da Max Weber come il passaggio dall''etica protestante allo spirito del capitalismo. La Riforma protestante è il grande auspicio e il grande rimpianto di tutta l'ideologia piemontese. Se l'Ita­lia è in ritardo rispetto all'Europa " civile ", il motivo è in­dividuato proprio in questa chiave: è mancato da noi quel protestantesimo che ha invece caratterizzato i Paesi del Nord. E tutta l'ideologia piemontese — sia essa liberaldemocratica o radicale, giolittiana o marxista, moderata o progressista, gramsciana o gobettiana — è accomunata in questo ideale della Grande Riforma intellettuale e morale, laica e moder­nista, industriale e sociale» (Marcello Veneziani).

… Ebbene, cattolici come Faà di Bruno furono " argomen­ti " concreti, vivi, non libreschi, a favore della tesi manzo­niana: vivere, e in modo integrale, " cattolicamente " signi­ficava vivere anche " civilmente "; essere autentico credente significava anche essere buon cittadino.

L'importanza storica dell'avventura umana di questo pa­triota, di questo uomo di scienza, di questo benefattore, di questo militare, di questo cittadino esemplare che visse al con­tempo come un cattolico di tale coerenza da finire sugli alta­ri, è proprio in questo: mostrare che il Sismondi e i suoi ri­petitori e discepoli italiani avevano torto; che si sbagliavano coloro che giudicavano antitetici il progresso vero e la pro­spettiva cattolica.

… Francesco Faà di Bruno sapeva bene, come ogni cristiano autentico, che missione primaria della Chiesa non è incivili­re, ma santificare. Ma sapeva anche che sforzarsi di creare futuri cittadini del paradiso significa creare al contempo buoni cittadini per la nazione, per la patria. Fu davvero tra coloro che, in un'Italia pur nata con metodi e prospettive da loro non condivisibili, fecero di più per creare gli italiani.

Italiani seri, così come egli stesso lo fu. Un cattolico inte­grale, una gloria per la Chiesa. Ma anche un cittadino esem­plare, un uomo che mostrò come non occorresse di certo "protestantizzarsi" per essere uomini tutti d'un pezzo, di austero rigore civile: « Sto fermo a non macchiare la mia con­dotta in concessioni in fede e in politica », risponde a chi gli suggerisce qualche compromesso per ottenere la cattedra cui ha diritto.

V.Messori, Un italiano serio – pag.206

 … Valga un caso esemplare tra tutti: accennammo alla lotta del Faà per creare una rete di "Fornelli economici" che as­sicurassero a poco prezzo un pasto caldo, almeno d'inver­no, ai lavoratori. E questo, con la sua signorilità di aristo­cratico, voleva fare senza umiliare quei bisognosi, fissando un prezzo che, seppur esiguo, salvasse la dignità e al contempo assicurasse l'auto-finanziamento e dunque lo sviluppo dell’iniziativa.

Ibid pag. 137

 Sebbene inventore non ha inventato “i fornelli economici”!

 Concludiamo con alcuni passi della postfazione di Socci al suo  La dittatura anticattolica.

Facciamo notare che è datata 1989. Un approccio cattolico che ci sembra più serio anche per quanto riguarda i nostri tempi.

 Ma non c'è forse un'impressionante continuità, perfino «familiare»:fra l’aristocrazia politica ed economica di ieri e le oligarchie finanziarie e ideologiche di oggi?

Non è forse il lucido ritratto dei nostri anni quel XXI Rapporto del Censis che segnala, come fenomeno più inquietante del presente ita­liano, «l'accentramento della leadership economica (e sociale) in po­chi affermati soggetti »? Quello che Giulio Andreotti, al Consiglio nazionale de del 16 settembre '87, definiva «un neocapitalismo laico che — almeno in parte — non è politicamente neutrale, ma anticatto­lico e antipopolare».

D'altra parte buon sangue non mente. L'industria italiana è nata da un innaturale connubio fra Stato e Ideologia, non da un parto naturale secondo i canoni classici dell'economia di mercato. È nata in provet­ta, per via anomala, all'ombra delle tariffe protezionistiche del 1887 e dei finanziamenti pubblici, foraggiata da quello Stato sabaudo alla ri­cerca di un qualche prestigio militare e politico con cui poter scim­miottare Inghilterra, Prussia o Francia...

Del resto non si trattava di « imprenditori puri ». I primi industria­li escono dalla stessa classe dirigente risorgimentale: l'industrializza­zione è vista come la quarta guerra d'indipendenza, il compimento dell'unificazione nazionale. Il rischio d'impresa è sostituito da curio- si e spesso discussi interventi pubblici.

Antonio Socci, La dittatura anticattolica – pag. 236

 ….

 La grandiosa resistenza combattuta ad armi assolutamente impari dalla Chiesa di pio IX contro la coalizione di tutte le maggiori potenze europee, sostenitrici del dominio borghese e così pure del progetto pie­montese, in fondo ebbe quest’unico significato: l’irremovibile difesa della fede dei poveri, il rifiuto di trasformare la Chiesa in meschino sup­porto politico del progetto di potere della borghesia, e meno ancora in agenzia di complemento morale allo statu quo. A costo di scomunicare quel re cattolico e tutta quella classe dirigente cattolico-liberale…

È perfino sconcertante che si sia potuto rimuovere così completa­mente dalla coscienza collettiva, dalla manualistica scolastica, dalla pubblicistica, questa eccezionale persecuzione subita dalla Chiesa in Italia per decenni a partire dal 1848: una sequela impressionante di sopraffazioni, violenze, arbitri, aggressioni, perfino di assassini, di umi­liazioni. Questa impressionante censura ha occultato pure — egual­mente — i connotati reali, antipopolari della conquista piemontese, costata lacrime e sangue ai popoli italiani, specialmente al Mezzo­giorno. La necessità storica che s’invoca di consueto a mo’ di giusti­ficazione di certi crimini è il più ignobile dei pretesti. L’infamia nella storia non è mai inevitabile, né necessaria, ma solo irreversibile. E la necessità, come scrisse già Voltaire, «è la scusa dei tiranni» («Qu’il impute, s’il veut, des désastres si grands / à la necessité, l’excuse des tirans », Henriade, canto X).

Eppure quel « partito piemontese », « quella banda di avventurieri sen­za coscienza e senza pudore, che, dopo aver fatto l’Italia, l’hanno divo­rata », per dirla con Guglielmo Ferrero (citato da Gramsci), sembrereb­be rappresentare ancora oggi il faro al quale guarda un potente schiera­mento trasversale di forze economiche, ideologiche e politiche.

Ibid pag. 241

 Che dire concludendo? Dispiace che il Meeting e  CL che ci avevano abituati anche a dure contrapposizioni per rimanere fedeli alle parole di don Giussani “fateci andare in giro nudi ma lasciateci liberi di educare” abbiano dato una così penosa esibizione di servilismo.

Certamente la vita di CL continua oltre la mostra, la stragrande maggioranza dei ciellini non l’ha vista, pochissimi hanno letto il catalogo. L’educazione alla fede seguendo il carisma di don Giussani non è in discussione. Su Tracce, il mensile del Movimento, le testimonianze di una fede vissuta e testimoniata sono sempre numerose. Aumentano però anche le ambiguità come lo spazio dato a Napolitano e alle sue "certezze" o come l'intervista a Luciano Violante su "manipulite". Ambiguità che non sembrano toccare i ciellini impegnati a vivire il "reale" approfondendo i testi di don Giussani.

Allora solo un inciampo? Speriamo che il pensiero di Sinjavskij riportato da Socci non si debba applicare anche  al Meeting.

 In questo caso torna a proposito un pensiero di Andrej Sinjavskij: «L'attuale cristianesimo pecca di buona educazione. Si preoccupa soltanto di non sporcarsi, di non mostrarsi indelicato, teme il fango, la grossolanità, la franchezza, preferendo una meticolosa mediocrità a tutto il resto... Hanno confu­so la Chiesa del Cristo con un educandato per signorine perbene».

Ibid pag.239

 

Bibliografia:

 Vittorio Messori, Un Italiano serio il beato Francesco Faà di Bruno – ed. Paoline 1990

Fulvio Izzo, I lager dei Savoia – ed. Controcorrente 1999

Angela Pellicciari, Risorgimento da riscrivere – ed Ares 1998

Angela Pellicciari, I papi e la massoneria – ed. Ares 2007

Antonio Socci, La dittatura anticattolica – Sugarco Edizioni 2004 – Prima edizione: La società dell'allegria - Don Bosco e il partito piemontese - 1989

Massimo Viglione, 1861 Le due italie, Identità nazionale, unificazione, guerra civile – ed Ares 2011

   



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