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Santo del Giorno  

   

 

Fonte lanuovabq.it 26/02/2014

 

Autore Riccardo Cascioli


«Dolore, nostalgia, letizia». Sono questi i sentimenti che nel nono anniversario della morte di don Luigi Giussani, fondatore del movimento Comunione e Liberazione, animano chi al suo fianco ha vissuto 50 anni della sua vita, dall’incontro al Liceo Berchet di Milano a metà degli anni ’50, quando Giussani gli è stato insegnante, fino alla morte il 22 febbraio del 2005. Monsignor Luigi Negri, dopo essere stato per moltissimi anni tra i responsabili prima di Gioventù Studentesca e poi di Comunione e Liberazione, è oggi arcivescovo di Ferrara-Comacchio, ma il rapporto con don Giussani non si è interrotto con la morte.

«In questi giorni di anniversario – dice a La Nuova BQ – mi sono reso conto con una evidenza mai avuta prima che nella comunione dei santi il dialogo fra don Giussani e me è proceduto in questi anni. E’ maturato, è una presenza quotidiana e - come tutte le presenze vive nella nostra vita personale - parla, comunica, anche se la modalità della comunicazione è diversa da quella del rapporto fisico». 

Monsignor Negri, in che modo questa presenza le parla?
Nel mio caso è una comunicazione significativamente reale, che è quella delle intuizioni che mi vengono tutte le volte che durante la giornata lo riconosco presente accanto a me. Perché questa è la caratteristica specifica della comunione che è maturata con lui in questi anni: la percezione di una presenza che mi sta accanto.

Oggi la nostra società e la Chiesa stanno vivendo giorni travagliati, di grande confusione. Che cosa questa presenza le suggerisce?
La prima intuizione che ho raccolto è l’invito che ho sentito e sento pressante a recuperare la fede che ha come contenuto unico ed esclusivo la presenza del Signore Gesù Cristo nella mia vita personale, lungo le stagioni della mia vita cristiana, da quando ero bambino con i miei genitori fino ad adesso. 
Contenuto esauriente della fede è la presenza di Cristo, riconosciuto nel mistero della sua Chiesa, amato nel mistero della sua Chiesa, e mi risulta chiaro che in fondo la grande, straordinaria esperienza di compagnia di Giussani alle migliaia di persone che ha incontrato e a cui ha comunicato un annunzio buono della fede, il grande aiuto che Giussani ha dato è stato rendere vera, nel senso di reale, la fede nel Signore e l’amore alla Chiesa.
Per questo passando gli anni, non solo dalla sua dipartita ma anche della mia vita, è come se tutto si radicalizzasse, tutto si semplificasse, e sta qui anche l’essenziale di papa Francesco. Tutto si semplifica e la questione è unicamente che il mio sì al Signore Gesù Cristo - presente nella mia storia perché presente nella Chiesa attraverso la grande educazione del movimento di CL -, sia totalizzante la mia vita.

Cosa significa concretamente una presenza totalizzante?
Una presenza totalizzante morde il quotidiano, e anche questo don Giussani me l’ha testimoniato. Morde il quotidiano perché il Signore Gesù Cristo è presente in una realtà di popolo. Cristo presente nella Chiesa morde nel quotidiano perché noi apparteniamo a una comunità presente in un ambiente. Quale che sia l’ambiente il Corpo mistico del Signore ha un terminale oggettivo, inevitabile, mordente: la comunità d’ambiente, la comunità di cristiani presente in un ambiente. L’unità dei suoi nel mondo, questo è il cristianesimo. 

La scelta dell’ambiente come luogo della presenza cristiana fu una grande novità per la Chiesa di quegli anni.
Quando il movimento cominciò ad attecchire e diffondersi, allora molti dissero che don Giussani aveva fatto una felice scelta pastorale scegliendo l’ambiente. Ma don Giussani non fece una scelta pastorale innanzitutto, fece una scelta di carattere cristologico ed ecclesiologico. E siccome la Chiesa, come Cristo, è dentro il mondo, intuì che o il cristianesimo riviveva nel cuore dei suoi dentro l’ambiente che premeva sulla loro coscienza e sul loro cuore, oppure sarebbe finito. E’ dentro il mondo che la fede viene sfidata; e cresce, matura, se è capace di rispondere alle sfide, di accogliere e rispondere alle sfide. La presenza missionaria nell’ambiente è anche la grande strada di incremento della Chiesa. E questa fu l’intuizione formidabile della missione della Chiesa come autorealizzazione che segnò il massimo di sintonia tra il beato Giovanni Paolo II e don Giussani: riscoprire che la fede se vuole mordere il presente della vita, deve essere vissuta dentro una comunità presente nell’ambiente. L’ambiente è ciò che ci circonda, e noi viviamo sempre circondati, non possiamo vivere fuori da questo essere circondati, quali che siano i volti che l’ambiente assume nel cammino della nostra vita.

Lei dice l’ambiente, ma oggi non le sembra che si faccia fatica perfino a capire in che ambiente siamo, cosa muove la società in cui viviamo?
Qui c’è la seconda intuizione che nasce dalla presenza viva di don Giussani. Mai come adesso la Chiesa è sfidata, la comunità cristiana è sfidata. Molti nel mondo ecclesiale ed ecclesiastico sembrano non rendersi conto delle sfide multiformi, alcune assolutamente pervasive, che investono la comunità cristiana. E questo mi trova in un atteggiamento che oscilla tra l’ira e la commiserazione. Mi chiedo, ma mi sembra che me lo chieda Giussani: ma come si fa a non rendersi conto che la situzione di attacco alla Chiesa è diventata così totalizzante, e come contrappunto di essa la società è assolutamente disgregata, perché chi perde Cristo poi perde se stesso? Come si fa a non rendersi conto che è necessaria una missione forte?

Cosa vuol dire una missione forte?
Forte vuol dire piena di umanità e di ragioni, che quindi anzitutto si modula come giudizio sulla vita degli uomini e della società. E’ il giudizio che ha come fondamento la certezza che la salvezza la porta solo Cristo, la salvezza è responsabilità di Cristo, grazia sua. Perciò non è possibile non mettere in evidenza tutta la negatività che permane nella vita e nell’espressione della società il cui fondamento ultimo è l’affermazione che l’uomo si salva da solo, o peggio ancora che l’uomo non ha assolutamente bisogno di salvezza. E’ un giudizio radicale che don Giussani ci ha abituato a dare in più di 50 anni di convivenza con lui nel movimento nelle situazioni più diverse. Può la Chiesa dimenticare di ripartire continuamente da ciò che è l’essenziale, ovvero che Cristo è il redentore dell’uomo, è il centro del cosmo e della storia? Alla luce di questo poi si ha la forza di investire le problematiche personali, familiari, economiche, sociali, politiche.
Ma il criterio viene dal mondo o dalla fede?
Jean Guitton diceva che la più terribile delle eresie nella vita della Chiesa, che si ripresenta con una periodicità terribile, devastante, è la gnosi. La gnosi è esattamente l’affermazione che tocca al mondo giudicare la fede e non la fede a giudicare il mondo. 

Una condanna del mondo, dunque..
L’esito di questa radicalità profondità di giudizio non è la condanna, è la misericordia. Ho visto per 50 anni Giussani coniugare la chiarezza che lo rendeva inesorabile nel mettere in evidenza tutti i limiti dell’ideologia mondana con una capacità di comprensione, di condivisione della vita degli uomini che incontrava, anche di quelli che si presentavano o erano ritenuti come nemici.

Invece oggi sembra di moda contrapporre la misericordia al giudizio.
Ci sono poche cose che non riesco a perdonare, ma certamente non riesco a perdonare chi facendo riferimento alla teologia della Chiesa, alla tradizione della Chiesa – chi fa riferimento ad altro è un problema suo, di fronte alla sua coscienza, di fronte a Dio – contrapponga verità e misericordia, contrapponga dottrina e pastorale, contrapponga l’elemento intellettuale della fede, che è riconoscimento di Cristo,  con l’espressione di questa fede, che è la carità.
Dove peschiamo le ragioni della carità? Nei bisogni? Nelle povertà? E allora cosa diciamo a Cristo che dice “I poveri li avrete sempre con voi, me invece non avrete sempre”. Cioè, la ragione di tutta la carità della Chiesa verso gli uomini è il tentativo di rispondere alla carità che Cristo ha avuto e ha verso di noi.

   



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