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Santo del Giorno  

   

Fonte accademianuovaitalia.it 03/02/2018 

Autore Francesco Lamendola

Come tutte le dittature anche la dittatura del modernismo clericale non sopporta il dissenso e punta a imbavagliare ogni voce critica cosa che le riesce ormai estremamente facile visto che si è insediata in tutti i posti chiave

Come tutte le dittature, anche la dittatura del modernismo clericale non sopporta il dissenso e punta a imbavagliare ogni voce critica: cosa che le riesce ormai estremamente facile, visto che si è insediata in tutti i posti chiave della Chiesa e che controlla le Conferenze Episcopali, la stampa, la televisione, i seminari, le facoltà di teologia e, da ultimo, la Curia romana, il collegio cardinalizio e, quindi, lo stesso pontificato.

Il giorno 2 febbraio 2018, a Ferrara, si doveva tenere una conferenza del professor Stefano Fontana, dal titolo eloquente: La nuova chiesa di Karl Rahner, il teologo che ha insegnato ad arrendersi al mondo; ma la segreteria della Diocesi, proprietaria della sala in cui l’evento avrebbe dovuto tenersi, ha bruscamente comunicato la sua indisponibilità, benché il locale fosse stato prenotato da due mesi. La conferenza è stata annullata da un momento all’altro e rinviata a data da destinarsi, cioè mai. L’arcivescovo della diocesi di Ferrara-Comacchio, come si sa, subentrato a monsignor Negri, è monsignor Perego, uno dei bergogliano di ferro, tipico esponente della neochiesa progressista, migrazionista, modernista e gay-fiendly. Sui motivi del repentino annullamento della conferenza, nemmeno una parola. Non ce n’era bisogno. Fontana, che non è uno sconosciuto, ma ricopre la carica di consultore del Pontificio consiglio per la giustizia e per la pace ed è il direttore dell’Osservatorio internazionale cardinale Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa, si apprestava a parlar male di Karl Rahner: e questo, in alto loco, è ritenuto inammissibile. Logico: la teologia della “svolta antropologica” di Rahner fornisce le linee maestre della pastorale di Bergoglio: bandiera bianca davanti al mondo, abdicazione della dottrina e della morale cattolica, rinuncia alla difesa dell’ortodossia, parere favorevole o possibilismo su tutti i temi etici “caldi”, dal divorzio all’aborto, dall’eutanasia alle unioni gay. Per soprammercato, si aggiunga che Fontana è un collaboratore della rivista Il Timone, diretto da Riccardo Cascioli, un mensile in odore di orripilante tradizionalismo, e si avrà un quadro completo per cui né lui, né  i suoi discorsi possono piacere, o essere tollerati, da chi in questo momento controlla quasi al cento per cento la libertà di espressione all’interno della cultura cattolica. Conclusione: questa conferenza non s’ha da fare, né domani, né mai. Bergoglio come don Rodrigo e monsignor Perego come il Griso; di bravi, del resto, il falso papa ne ha parecchi, a capo di quasi tutte le diocesi e nella stessa direzione della Conferenza Episcopale Italiana. Ce li ha messi lui, perciò dorme sonni tranquilli: i tipi come monsignor Negri non verranno più a seccarlo. Quelli come monsignor Caffarra sono morti, senza essere stati degnati da lui d’una risposta ai loro legittimi dubia, neppure per carità cristiana e per cristiana misericordia. Bergoglio vorrebbe che nella Chiesa cattolica regnasse il silenzio del consenso totale: il silenzio dei cimiteri. Proprio lui, che non voleva nemmeno essere chiamato papa, ma soltanto “vescovo di Roma”, ha imboccato la strada dell’autoritarismo più retrivo e tirannico, e fin dai primi mesi del suo dubbio pontificato. Ha cominciato commissariando i Francescani dell’Immacolata, l’unico Ordine religioso che fosse in piena espansione, mentre tutti gli altri languiscono. Ha lasciato che venisse infangato e incriminato in ogni modo il loro fondatore, padre Mannelli; e li ha colpiti nella cosa per loro più importante, la loro regola, il loro carisma. Inoltre, ha vietato che venissero accolte nuove vocazioni e che i religiosi e le religiose possano inserirsi nelle diocesi per continuare a servire la Chiesa. Ha voluto umiliarli in ogni modo, farli sentire dei prigionieri inutili, coperti da ogni sorta di accuse e insinuazioni; ha lasciato che la macchina del fango schizzasse abbondantemente il suo veleno contro di loro. E non ha mai voluto fornire la minima spiegazione del suo procedere, non ha mai formulato delle accuse precise. In compenso, si è assunto la responsabilità della persecuzione (lui stesso ha usato questa parola, in un rarissimo raptus di sincerità), come qualcosa di cui vantarsi. Complimenti al papa francescano e misericordioso: un tiranno capriccioso e spietato non avrebbe potuto fare di meglio, o di peggio.

Non si creda che l’episodio della conferenza annullata del professor Fontana sia un qualcosa di strano o d’inedito; al contrario, sta diventando la regola. Mano a mano che le personalità più coraggiose e responsabili si stanno riprendendo dalla traumatica scoperta che la Chiesa è caduta nelle mani di un papa eretico e della sua cricca di modernisti, e che si vanno, quindi, organizzando per rendere consapevoli i fedeli di quel che sta accadendo, a loro danno e sotto i loro occhi, ma senza che se ne accorgano, anche la repressione delle voci critiche si va facendo il “normale” modus operandi dei vescovi alla Perego. Perché nessuno si scandalizza se monsignor Paglia va nella sede di Radio Radicale a tessere un superlativo elogio postumo di Marco Pannella, o se la signora Emma Bonino, chiamata una grande italiana da Bergoglio, viene invitata a parlare di migranti in una chiesa di Biella, buttando fuori non lei, ma i cattolici che non gradiscono l’iniziativa; nessuno si allarma o s’indigna se un prete torinese, il giorno di Natale, non recita il Credo durante la santa Messa, dicendo tranquillamente ai fedeli che lui, tanto, non ci crede, né se un altro prete, stavolta genovese, abolisce addirittura la santa Messa di Natale “per una forma di rispetto verso i migranti”. Nessuno si agita o chiede spiegazioni, nessuno prende provvedimenti o sollecita interventi chiarificatori per simili episodi e per cento e cento altri, alcuni anche assai peggiori di questi: però, che un teologo si permetta di criticare Karl Rahner, e quindi, indirettamente, sia il Concilio, di cui fu il vero ispiratore, sia il pontificato di Bergoglio, del quale, come si è detto, è il riferimento ideale, allora sì che la Gerarchia prontamente interviene, e lo fa senza mezze misure, cioè eliminando il problema alla radice.

Anche monsignor Antonio Livi, il più grande teologo cattolico vivente, degno erede di Cornelio Fabro, e, come lui, poco gradito al cattolici di sinistra per le sue ferme posizioni su dottrina e morale, niente affatto aperte a un “dialogo” col mondo che significa semplicemente cedimento e resa del cattolicesimo, sta assaggiando i rigori della censura. Dopo aver dovuto sostenere una fastidiosa polemica con il falso teologo e falso prete Enzo Bianchi - grande corifeo di Hans Küng, altro falso teologo cattolico che sta godendo il sapore della rivincita da quando Bergoglio è stato eletto papa -, si è visto preso di mira dal bergogliano direttore di Avvenire, il giornale della C.E.I., Marco Tarquinio, il quale, non pago di ospitare largamente Bianchi sulle colonne del suo giornale, ha ritenuto di dover scendere in campo a sostegno del cosiddetto priore della comunità di Bose. Ma tutto si spiega: oltre al “reato” di aver polemizzato con Bianchi, Antonio Livi è stato uno dei firmatari della Correctio filialis de haeresibus propagatis e quindi è in cima all’elenco nella lista nera di Bergoglio. Come se non bastasse, deplora apertamente il fatto che la Chiesa è allo sbando, che vi regna un generale disorientamento pastorale e che l’eresia è al potere; infine, si fa vedere in giro a tener conferenze con Danilo Quinto, il quale, in quanto ex radicale pentito, che denuncia gli altarini scomodi dei suoi ex compagni di partito, è puro fumo negli occhi per tutto l’establishment politicamente corretto della neochiesa, cioè progressista, migrazionista, gay-fiendly e in eccellenti rapporti coi radicali stessi. Ora, in tempi normali, la Chiesa cattolica dovrebbe andar fiera d’avere, nelle sue file, un teologo metafisico del valore di monsignor Livi, così come, cinquant’anni fa, avrebbe dovuto andar fiera di Cornelio Fabro; ma questi non sono tempi normali e, se la neochiesa è fiera di aver dalla sua un Enzo Bianchi e d’ispirarsi a Karl Rahner, non lo è affatto di aver tra i piedi una pietra d’inciampo come Livi, che ha il terribile difetto, in mezzo all’apostasia dilagante, di restar saldo come una roccia nella vera dottrina cattolica. Certo, per la neochiesa oggi al potere quelli come Livi sono i peggiori nemici perché fin quando non avrà trovato il modo di neutralizzarli del tutto, essi, con la loro cultura e con la loro esperienza, e col solo fatto della loro esistenza e della loro testimonianza, sono la prova vivente della sporca operazione oggi in atto da parte sua: quella di sostituire alla vera dottrina una falsa dottrina, e alla vera Chiesa di Gesù Cristo una falsa chiesa, relativista e modernista, che si può ben chiamare, con l’apostolo Giovanni (Apocalisse, 2,9) la sinagoga di Satana. Nel sito della Unione Apostolica Fides et Ratio, da lui fondata, monsignor Livi si lascia andare a dichiarazioni semplicemente scandalose per la neochiesa: che l’immigrazione indiscriminata porta all’islamizzazione; che il papa non ha la facoltà di mutare la dottrina; che nella Chiesa è in atto una persecuzione contro chi si oppone al relativismo;  che aver posto l’immagine di Lutero nel foglietto della santa Messa è un’offesa allo Spirito Santo…

Del resto, se in quest’ultima fase la neochiesa ricorre anche alla repressione esplicita, come nei casi – assai diversi fra loro, peraltro, sotto ogni puti di vista, del commissariamento arbitrario e ingiustificato dei Francescani dell’Immacolata, sia in quello della rimozione dei preti “scomodi”, come don Minutella a Palermo, mentre i vari don Olivero e don Farinella, degni eredi don Gallo, non subiscono alcun serio provvedimenti disciplinare e continuano, imperterriti, a seminare errori e a dare scandalo alle anime, oltretutto vantandosi delle loro idee sui social e sulla stampa amica, la quale ben volentieri li ospita e ingigantisce oltremodo le loro modestissime figure e le loro bislacche iniziative, in linea generale, e fino agli ultimi anni, essa non aveva neppure bisogno, e spesso non l’ha tuttora, di mostrare il suo vero volto, duro, settario, giacobino, spietato e tutt’altro che misericordioso. E ciò per una ragione molto semplice: era già riuscita a impadronirsi, e da tempo, di quasi tutti gli strumento della cultura e dell’informazione cattolica; era già riuscita a far penetrare in profondità, nelle coscienze, le sue eresie, sebbene molto spesso ancora implicite, cioè mantenute un una voluta ambiguità, ma pronte a mostrarsi, alla prima occasione, per quel che realmente sono: deviazioni belle e buone dalla vera e santa dottrina cattolica e dalla morale cattolica. Un poco alla volta, il veleno modernista era già penetrato nei seminari, nelle parrocchie, nelle curie episcopali, nelle facoltà teologiche, nella percezione del cattolico “comune”; si era già largamente diffusa sulla stampa, nelle reti televisive e nell’editoria cattolica, anche prima che, sotto il pontificato di Bergoglio, gli uomini “fidati” fossero messi a capo dei principali organi della Chiesa, delle principali conferenze episcopali, dei principali ordini religiosi, delle principali riviste e delle principali commissioni di studio sulle questioni sociali e morali. Già prima che Marco Tarquinio fosse messo alla direzione dell’Avvenire, e Antonio Spadaro de La Civiltà Cattolica, e don Antonio Rizzolo di Famiglia Cristiana, questi giornali erano ampiamente permeati di eresie moderniste e, più in generale, di spirito progressista e antitradizionale, di simpatie marxiste e freudiane, neanche tanto dissimulate, e caratterizzati da indulgenze allo spirito del mondo e da strizzatine d’occhi agli aspetti e alle manifestazioni più corrivi, mondani e discutibili della società profana, nonché da un fulmineo e incontenibile virus migrazionista e islamista, accompagnato, come di dovere, da un radicato senso di vergogna per la propria identità, per il proprio passato, come se – ma la sensazione era già nettissima ai tempi di Giovanni Paolo II – la Chiesa fosse una grande associazione a delinquere che, nei secoli, ha diffuso solamente violenza e intolleranza, e ha per questo una interminabile lista di crimini e abusi (anche sessuali) da farsi perdonare, ciò che non le consentirà mai di relazionarsi da pari a pari con gli “altri”, fino a quando non avrà espiato sino in fondo le sue colpe; per non parlare della Shoah, la quale, fra i “silenzi” di Pio XII e il secolare antisemitismo strisciante dei cattolici, poco manca che sia da considerare un crimine cattolico al cento per cento.

Ora, basta entrare in una libreria” cattolica” per misurare fino a che punto il cattolicesimo non è più se stesso, è stato scippato, stuprato, occultato, e sostituito abilmente da un qualcosa che vagamente gli rassomiglia, se guardato da una certa distanza, ma che, visto da vicino, almeno a uno sguardo, si rivela un orrido miscuglio di modernismo, protestantesimo mal dissimulato, neomarxismo di contrabbando, sincretismo di bassa lega, umanesimo materialista e buonismo demenziale spacciato per autentico Vangelo. Giriamo fra le corsie, scorriamo con lo sguardo gli scaffali nel reparto dedicato alla teologia e alla pastorale; i volumi sono esposti in ordine alfabetico, sotto le loro brave etichette: Barth, Bianchi, Bonhoeffer, Boff, Bultmann, Buonaiuti, Camara, Congar, De Lubac, Kasper, Francesco (il papa, non il santo), Loisy, Küng, Grillo, Mancuso, Milani, Rahner, Teilhard de Chardin, Tillich, Turoldo...  Niente Padri della Chiesa, niente sant'Agostino, né san Tommaso d'Aquino, e poca roba di Romano Guardini; niente Romano Amerio, naturalmente, e niente Cornelio Fabro. Di Plinio Corrêa de Oliveira, neanche a parlarne; di Domenico Giuliotti e roba simile, peggio che andar di notte. Antonio Livi c'era, ma adesso è "sparito", chi sa come. Stentiamo a credere ai nostri occhi: nessun vero autore cattolico, solo modernisti vecchi e nuovi, eretici e protestanti. Mancano solo Lutero, Buddha e il Corano. Ma niente paura: il Corano c'è, col suo bravo tappeto da preghiera, nella cappella di un ospedale di Feltre (diocesi di Belluno-Feltre), in compenso non c'è il Crocifisso. A una signora che chiedeva perché, il prete responsabile ha risposto che il Crocifisso poteva portarselo lei da casa, ma poi doveva anche riportarselo via. Il Corano no, quello rimane. In una cappella cattolica di un ospedale italiano: consultare la stampa locale per credere. Insomma un prete cattolico può anche non credere nel Credo, e dirlo davanti ai fedeli, nel bel mezzo della Messa di Natale; ma nel Corano sì, ci deve credere, se vuol piacere alla neochiesa di Bergoglio. Serve dire altro?

 

   



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