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Santo del Giorno  

   

Fonte campariedemaistre.com 13/01/2018

Autore Alessandro Rico

 
di Alessandro Rico
Il 7 gennaio scorso è morto a Dublino Peter Sutherland: commissario europeo per la Concorrenza, primo direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio, direttore non esecutivo di Goldman Sachs, membro del comitato supervisore di Allianz, esponente della Commissione Trilaterale, rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu per le migrazioni, nel 2015, quest’uomo così ben integrato ai più alti livelli delle classi dirigenti globaliste, ha coronato la propria gloriosa carriera diventando consigliere dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica e presidente della Commissione cattolica internazionale per le migrazioni. Della figura di Sutherland, un massone premiato dalla Chiesa con incarichi di prestigio, ancorché sottoprodotti del dogma immigrazionista, che in Vaticano è ormai più sacro della Madonna, si è occupato diffusamente Maurizio Blondet pochi giorni prima che il consigliere di papa Francesco morisse.
Invece sorprende – o forse no, conoscendo il tipo – che l’arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin, abbia incensato Sutherland, definendolo un «uomo di profonda fede e un cattolico devoto», votato alla causa di migranti e rifugiati come espressione «di un’autentica convinzione radicata nella sua fede, riflesso della dignità di ogni persona umana e della fondamentale unità della famiglia umana». Insomma, nell’era di Bergoglio, un «cattolico devoto» è uno che crede nel multiculturalismo e chiede che l’Unione Europea lavori a indebolire l’omogeneità dei suoi Stati membri, perché gli individui devono potersi scegliere la nazione in cui vivere e perché i Paesi multiculturali sono più capaci di adattarsi ai cambiamenti economici. Tanto che non si capisce più se siano stati i massoni a piazzare Francesco sul soglio di Pietro, o se sia lui tanto fuori controllo da chiamare i massoni in Vaticano.

D’altra parte, lo stesso Primate d’Irlanda è uno che con i poteri forti si trova a proprio agio: ha rappresentato la Santa Sede davanti al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale e ha sostenuto tutte le battaglie che la massoneria globalista promuove, nel tentativo di erodere l’identità del cattolicesimo come argine alla mondializzazione. Già nel 2005 si espresse a favore dei sacerdoti omosessuali; per adeguarsi ai tempi e recuperare il «gap» tra la Chiesa irlandese e i giovani, poi, ha di fatto spalleggiato la norma sulle unioni civili, redarguendo il cardinale Seán Baptist Brady, che le aveva contestate. Il referendum del 2015, con cui in Irlanda sono state legalizzate le nozze gay, è il degno risultato di tanto impegno a favore della sacralità del matrimonio e della famiglia, da parte di un vescovo secondo cui la Chiesa «non è contraria ad altre forme di intimità».

E pensare che, a parere di monsignor Martin, la Chiesa soffrirebbe di un «deficit di credibilità». Peccato (è il caso di dirlo!) che a suo avviso ciò non dipenda proprio dal dilagare del modernismo e del lassismo (quando non del completo laidume morale), che privano la Chiesa della capacità di testimoniare concretamente la via della santità alternativa al «mondo», bensì, curiosamente, dall’opposizione dei cattolici al matrimonio gay e al suicidio. Di fronte a un vescovo che contesta la condanna ecclesiale del concubinato omosessuale e persino del suicidio, non sembra poi tanto assurdo che un esponente della Trilaterale, che sponsorizza l’ideologia immigrazionista, sia considerato un «cattolico devoto». 

Ma con l’episcopato nostrano noi italiani non ce la passiamo meglio. Sarò malizioso, però a me è sembrato che con le frasi pronunciate qualche giorno fa, monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, dopo qualche tentato flirt con i 5 Stelle, abbia voluto strizzare l’occhio al Pd. «Serve un sussulto di onestà, realismo e umiltà da parte di chi ci chiede il voto», ha affermato il prelato, «il popolo distingue chi vende fumo da chi vuole rimettere in cammino l’Italia». Un concetto che somiglia tanto alle dichiarazioni di Matteo Renzi, quando condanna l’irrealizzabilità delle promesse di leghisti e grillini e sbandiera i presunti successi dell’esecutivo dem.
Proprio Galantino, in fondo, chiude il cerchio aperto dal vescovo Martin e dal massone Sutherland. Mentre la Cei si prepara in pompa magna alla Giornata del migrante, infatti, il capo dell’episcopato italiano, commentando la mancata approvazione dello ius soli, ha spiegato che «nessuno può essere apolide» e che «i nazionalismi esasperati portano a società chiuse». Il concetto di invasione, secondo Galantino, «è totalmente infondato» e, anzi, «dalle migrazioni sono nate nuove società di grande benessere come gli stessi Stati Uniti». Esattamente la stessa tesi di Sutherland: minare l’omogeneità dei popoli, rendere multiculturali le nazioni, poiché le società meticce si adattano meglio a questa economia della precarietà, come dimostrerebbero «Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda». A qualcuno non basta toccare il fondo; lo vuole raschiare.
   



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