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Fonte accademianuovaitalia.it 04/01/2018

Autore Francesco Lamendola  

    Ebrei e cristiani: dalla stessa radice o no? Il cristianesimo è realmente una nuova religione oppure è solo una “costola” del giudaismo? è uno dei nodi sui quali si gioca la partita da parte della neochiesa gnostica e massonica

Il cristianesimo è realmente una nuova religione, oppure è solo una “costola” del giudaismo? La domanda, fino a pochi anni fa, sarebbe parsa a dir poco bizzarra, per non dire assurda, almeno ad un cattolico; oggi tale assurdità sembra essere sparita, e sono in parecchi, ormai, specie fra i nuovi teologi, ma anche nel clero progressista e neomodernista, a formularla apertamente, quando non rispondono addirittura, con molta sicurezza, in senso pienamente affermativo. Vale pertanto la pena di soffermarsi a considerare la questione con tutta la serietà che merita, visto che ne va della stessa identità del cattolicesimo.

Ce ne siamo già occupati in diversi precedenti lavori (cfr. Gesù ebreo?, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il  20/09/2010; Augias e Pesce: se li conosci, li eviti, sul sito Accademia Nuova Italia il 17/02/22016; Ma quante contorsioni per attenuare il ruolo dei “fratelli maggiori” nella morte di Gesù, su Libera Opinione del 06/11/2016; e L’irrazionale senso di colpa dei cattolici li ha portati ad arrendersi al giudaismo, su Accademia Nuova Italia il 31/12/2017), ma l’argomento è sempre di attualità, anzi scottante. Vorremmo dire perfino “bollente”, visto che è uno dei nodi sui quali si gioca la partita, da parte della neochiesa gnostica e massonica, per scalzare definitivamente la vera Chiesa, fondata da Gesù Cristo, e per sostituirla, in accordo con B’Nai B’rith, con una perversa imitazione, che prende ordini dal giudaismo talmudico e non più dalla propria gerarchia, in accordo e in piena fedeltà alla propria Tradizione e alla sacra Scrittura, secondo il Magistero infallibile  di sempre (cfr. Shoah, Concilio, Williamson: scacco in tre mosse, sul sito di Accademia Nuova Italia il 25/12/2017). Ed è su quel punto che non cessano di rinnovarsi le offensive di quanti vorrebbero snaturare il cattolicesimo e farne una sorta di appendice, più o meno estemporanea, quasi una variante del giudaismo, il quale resterebbe sempre la fondamentale religione di salvezza, dato che Dio non avrebbe mai ritirato la propria promessa al popolo d’Israele.

Nel suo libro Dalla stessa radice. Ebrei e cristiani, un dialogo intrareligioso (Torino, Lindau, 2016) il giornalista Giuseppe Altamore, a un certo punto afferma:

 

Noi cristiani facciamo parte della stessa alleanza eterna (“Berìt olam”) dei nostri fratelli ebrei e come tali abbiamo assunto col battesimo l’impegno a servire la Chiesa di Cristo e il Dio di Israele. (…) La figura di Gesù che ci separa dai fratelli ebrei è anche colui che ci unisce indissolubilmente al popolo eletto, fino all’abbraccio finale. La fede di Gesù nel Dio di Israele ci unisce, la fede in Gesù ci divide, come alcuni hanno, sia da parte ebraica sia da parte cristiana, sintetizzato. (…)

In verità esiste una continuità che si manifesta anzitutto a livello di linguaggio: gli stessi termini “Chiesa” e “popolo di Dio” hanno origini veterotestamentarie. La comunità di Israele è ricordata con due termini quasi equivalenti “edah” e “qahal”: la prima parola designa una comunità radunata, la seconda la convocazione. Nella famosa traduzione dei Settanta, fatta da ebrei praticanti, i termini saranno tradotti con “synagoge” ed “ekklesìa”. Quest’ultimo sarà poi adottato dal [sic] cristianesimo per definire il momento in cui si raduna il popolo di Dio. Già questa terminologia, ci invita a riflettere sulla continuità tra ebraismo e cristianesimo e la nuova alleanza può rappresentare il rinnovamento di un patto antico presente nelle Sacre Scritture. Del resto, se come ha affermato solennemente Giovanni Paolo II, in Germania, nel 1980, l’alleanza tra Dio e il popolo d’Israele non è mai stata revocata, il cristianesimo per molti teologi rappresenta l’allargamento della primigenia alleanza tra Dio e Israele a tutta l’umanità tramite il Corpo di Gesù Cristo morto e resuscitato. In altre parole, l’”alleanza di Cristo”, fondata nel sangue del Messia, realizza la sua pienezza di salvezza universale: l’alleanza eterna  aperta a tutti grazie alla fede cristiana. “Questa alleanza di Cristo non abolisce l’alleanza di Dio con Israele che è irrevocabile, ma è un ulteriore patto di Dio, che rende partecipi coloro che credono in Cristo della definitiva pienezza della salvezza escatologica” (Hofmann, Sievers, Mototlese (a cura di), Chiesa ed ebraismo oggi, Pontificia Università Gregoriana, 2005).

 

Avevamo già avuto occasione d’imbatterci in Giuseppe Altamore, in occasione di una sua intervista al teologo Paolo De Benedetti, apparsa sul mensile Vita pastorale meno di due anni fa, classico esempio di intervista pilotata al fine di orientare le opinioni del lettore e cloroformizzare il suo senso critico (cfr. il nostro articolo: Dialogo fra cristiani e giudei: come non si fa un’intervista, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 25/04/2016): questo, beninteso, se si crede, forse un po’ ingenuamente, che un’intervista, specialmente su questioni culturali e spirituali, dovrebbe porre l’argomento trattato in maniera il più possibile imparziale, in modo che sia il lettore a farsi una propria opinione, sulla base di dati di fatto e non di una ideologia precostituita. Dobbiamo tuttavia tener presente che siamo in Italia, dove perfino l’informazione delle televisioni di Stato è soggetta a un procedimento sistematico di veline, e che tutta la stampa ha sempre avuto il vizio incorreggibile di anticipare il giudizio sui fatti alla narrazione dei fatti medesimi: vizio che non si nota, o si nota assai meno, in altre aree culturali, specialmente in quella anglosassone, ove un tal modo di far “informazione” non sarebbe tollerato e i sedicenti giornalisti verrebbero buttati fuori a pedate nel sedere, se non altro per preservare un minimo di dignità e di decoro ai loro colleghi e alla professione di giornalista in quanto tale. Ma da noi, si sa, quando un giornalista deve intervistare un politico, manca poco che si metta in ginocchio e gli sottoponga le domande in anticipo, per sapere quali gli viene concesso di fare, e quali no; e le cose vanno suppergiù alla stessa maniera anche quando l’oggetto di una intervista riguarda questioni di scienza, di urbanistica, di arte, di musica, di cinema o di letteratura, per non parlare di filosofia o di religione, specialmente se l’intervistato è un eminente personaggio del clero. Con tutto ciò, perfino in Italia esiste un limite oltre il quale si finisce per superare il livello di sopportazione del pubblico.

Adesso ci risiamo, perché il libro Dalla stessa radice. Ebrei e cristiani, un dialogo intrareligioso, fazioso già nel titolo (se il dialogo è intrareligioso, la tesi viene data per acquista prima ancora d’essere argomentata: prendere o lasciare) mostra lo stesso modo di procedere che già avevamo notato nell’intervista sopra ricordata. Il metodo dell’Autore consiste nel gonfiare al massimo tutti gli elementi che portano acqua alla tesi che vuol sostenere, e nel passare sotto silenzio o nel minimizzare fino quasi a farli sparire, tutti quelli che potrebbero rappresentare delle serie obiezioni a ciò che egli si propone di “dimostrare” (ed è il caso delle poche righe, frettolose ed evasive, dedicate al giudizio su Cristo presente nel Talmud). E cioè che non solo non esistono sostanziali differenze di fondo fra cristiani e giudei, ma che i cristiani sono solo dei giudei che si sono scordati d’essere tali: il tutto, ovviamente, citando il celebre aforisma di sant’Agostino: Siamo tutti ebrei, ma guardandosi bene dallo spiegarne il reale significato, che non è affatto quello che viene sottinteso dal Nostro. Basti dire che sant’Agostino giustifica l’antigiudaismo (si badi: l’antigiudaismo, ossia un fatto religioso, non l’antisemitismo, che è un fatto razziale) perché i giudei che uccisero Cristo sono paragonabili a Caino che uccise Abele; e come Dio non punì Caino con la morte, ma lo lasciò vivere, quasi per portare su di sé il peso del rimorso, così non si deve procedere contro i giudei, ma li si deve lasciare in pace, perché possano vivere e portare su di sé la colpa e la vergogna per il crimine indicibile che i loro antenati hanno commesso. Non solo: sant’Agostino paragona i giudei ad Esaù, che ha perduto la primogenitura in favore di Giacobbe; e vede nella loro dispersione il castigo della loro colpa, cioè il rifiuto del Messia: tutte cose che andavano dette, invece di riferire quella frase di sant’Agostino, senza ulteriore commento, perché in quel modo si fa credere al lettore una cosa non vera, ossia che sant’Agostino fosse talmente favorevole ai giudei, da al punto di vedere in essi, quasi anticipando Giovanni Paolo II, i nostri fratelli maggiori: un pensiero che lo avrebbe fatto semplicemente inorridire.

Poi, evocando gli attentati dei terroristi islamici a Parigi, contro Charlie Hebdo e al Bataclan, per esortare alla solidarietà attiva con lo Stato d’Israele (?), Altamore arriva alla conclusione che Israele siamo noi, e ciò dopo aver messo in dubbio che il cristianesimo sia davvero una nuova religione, e non, semplicemente, una sorta di ampliamento del giudaismo, insomma che il cristianesimo sia anche, quanto meno – come aveva osservato Hans Küng – anche ebraismo. Non senza lanciare sprezzanti anatemi contro il fondo melmoso di un persistente antigiudaismo in seno al mondo cattolico, l’Autore vuol farci credere che quella giudaica e quella cristiana non sono due alleanze distinte, ma la stessa alleanza (sono parole sue), e che ricevendo il Battesimo i cattolici contraggono un doppio impegno: quello di servire la Chiesa di Cristo e il Dio d’Israele. Assurdo; e non solo assurdo, ma blasfemo: come se essere cattolici comportasse l’essere giudei. Se fossimo in tempi normali, simili eresie verrebbero immediatamente riconosciute e denunciate come tali; di questi tempi, i tempi di Bergoglio, passano tranquillamente, anzi, vengono lodate e apprezzate, come se fossero cose intelligenti, profonde, veritiere. E che vuol dire l’espressione un dialogo intrareligioso, se non che le due religioni sono, a ben guardare, una sola? Grazie tante, se le cose fossero così, se Gesù fosse “solo” un ebreo che è venuto ad ampliare l’antica alleanza, lasciandola sostanzialmente intatta e sempre valida, ciò vorrebbe dire che avevamo sempre creduto di essere cattolici e invece eravamo, e siamo, anzitutto dei giudei. Ma ciò è falso. Con buona pace del cardinale olandese Johannes Gerardus Maria Willebrands, già presidente della Commissione per i rapporti con l’ebraismo – ovviamente citato da Altamore -  il quale ha sentenziato, in tono apodittico, che Gesù è ebreo e lo è per sempre. Che vuol dire “per sempre”? Che la ebraicità biologica di Gesù si prolunga nella dimensione divina di Gesù? Dio, a questo punto, è ebreo? Certo, per un Bergoglio il quale afferma che Dio non è cattolico, possiamo bene immaginare che, per certi prelati modernisti e giudaizzanti, Dio sia ebreo. Ma, in tal caso, non sarebbe più onesto dire, più o meno, ai fedeli cattolici: Ragazzi, contrordine: è stata tutta una mascherata, o, se preferite, un grosso equivoco, un malinteso; non è vero niente che Gesù è il Figlio di Dio, venuto a salvare gli uomini, senza distinzione di razza e di cultura: Gesù era un ebreo, resterà sempre un ebreo, e quindi, se volete davvero la salvezza eterna, è bene che vi facciate ebrei tutti quanti; scusate se per duemila anni la Chiesa cattolica non è stata abbastanza chiara sui questi punto, ma adesso vogliamo rimediare, in fondo è meglio fare le cose tardi, che non farle mai.

E pur di portare i cattolici ignari (ed ingenui) sulle loro inverosimili ed eretiche posizioni, gabellando il cristianesimo per una forma derivata di giudaismo e facendo finta che il nostro Signore Gesù Cristo sia morto di raffreddore, o che sia stato messo sulla croce per volontà e responsabilità esclusiva dei romani (contraddicendo frontalmente i precisi racconti evangelici, onde scagionare i nostri fratelli maggiori persino dall’ombra di un sospetto), i cattolici progressisti e neomodernisti non si risparmiano a fare il tifo per l’eretico Lutero, tralasciando bellamente la virulenta avversione di Lutero per gli ebrei, avversione che, nel suo caso, era davvero qualcosa di molto simile all’antisemitismo, oltre che una espressione del suo radicale antigiudaismo religioso (cfr. il nostro articolo: Lutero e gli Ebrei, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 26/03/2008). Curioso, vero? Padre Léon Gustave Dehon, che doveva essere proclamato santo il 24 aprile 2005, lui no : è stato congelato in frigorifero a tempo indeterminato, proprio per l’antigiudaismo – che non è mai stato antisemitismo – di alcuni suoi scritti; Lutero, che odiava gli ebrei e che aveva esortato i principi tedeschi a perseguitarli in ogni modo, a spogliarli di tutti i loro beni, a cacciarli dalle loro case e a deportarli, insomma a sottoporli a ogni genere di persecuzione, tranne la morte, lui sì: Lutero va bene, Lutero addirittura – sono parole di monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della C.E.I. - è stato mandato alla Chiesa per opera dello Spirito Santo. Di fronte a tanta disonestà intellettuale, a tanta doppiezza, a tanta studiata e deliberata perfidia, verrebbe quasi da ridere, se non ci fosse soprattutto da piangere. E, tornando al libro di Giuseppe Altamore, qual è la proposta finale che vien fuori da tutti questi discorsi sulla unicità dell’alleanza con Dio, giudaica e cristiana, e sul fatto che abbiamo lo stesso Dio, e siamo assai più fratelli di quel che non si creda? Eccola, implicita, ma chiarissima: dal momento che la fede di Gesù nel Dio di Israele ci unisce, mentre la fede in Gesù ci divide; e dal momento che, come dice ogni giorno il (falso) papa Bergoglio, bisogna sempre gettare ponti e mai alzare muri, ai cattolici non resta che una cosa da fare: sbarazzarsi di questa seccante, e politicamente scorretta, fede in Gesù, che ci divide dai fratelli maggiori, e concentrarsi sulla fede di Gesù, che, a suo dire, è la stessa dei giudei. Di nuovo: si vede che Gesù Cristo è venuto per niente: poteva lasciar le cose com’erano; in fondo, andava tutto bene...

   



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