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Santo del Giorno  

   

Fonte lanuovabq.it 04/01/2018

Autore Andrea Zambrano

Basta un piccola modifica e la pillola va giù. Vale per l’analisi grammaticale e vale anche per le leggi anti-vita. Così la legge sul biotestamento licenziata dal Parlamento, da ingiusta diventa discutibile. E quindi, direbbe Benigni, s’apre il dibattito. E’ la personalissima lettura che Avvenire ha dato della norma che apre per la prima volta l’eutanasia in Italia. Una norma che la morale dovrebbe ribattezzare ingiusta o cattiva o perniciosa o financo liberticida, perché facendo confusione strumentale tra accanimento terapeutico e abbandono legittimo delle cure, di fatto sdogana l’eutanasia. Ma di sicuro non, semplicemente discutibile per il solo fatto che ha diviso le coscienze.  

Ma per Avvenire tutto questo è soltanto un fatto sottomesso alla dittatura del secondo me che di solito anima tutti gli altri provvedimenti normativi di un governo, ma che invece, quando si tratta di vita, dovrebbe conservare qualche assoluto morale in più. Almeno per una testata che si fregia di essere cattolica. 

In casa Avvenire il 31 dicembre era tempo di fare bilanci. E la redazione ha confezionato un paginone per dare i voti all’esecutivo Gentiloni e al Parlamento appena sciolto dal presidente della Repubblica Mattarella. 

Tralasciamo tutti i settori in cui sono stati espressi dei giudizi, dall’Economia al Lavoro, dalla Giustizia alle Riforme, proprio perché sottoposti maggiormente alle legge del secondo me. 

Concentriamoci quindi sul boxino dedicato a Diritti civili. Unioni e biotestamento, curato da Luciano Moia. Già dal titolo si capisce che il giudizio che Avvenire esprime su queste due bombe legislative, che minano alle fondamenta i principi sacri della vita e della famiglia, è di sano attendismo. Al massimo un benevolo “rimandati a settembre”: “Leggi discusse e discutibili che hanno diviso e avrebbero bisogno di correzioni” è il titolo che Avvenire dà alla faccenda. 

Moia fa notare, giustamente, che sul fronte Unioni civili, «si attendevano almeno 50mila registrazioni nel primo anno. Ne sono arrivate meno di 3mila», per concludere che in fondo quella della Cirinnà sia stata un’operazione ideologica. 

Ma la legge va benissimo nella sua ratio. Non va infatti cancellata, al massimo corretta e limata. Come? Questo non è dato sapere. 

Evidentemente per Avvenire non è la legge in sé il problema, ma come è stata scritta. Quindi non serve, per la prossima legislatura, cancellarla, basta solo qualche correttivo.

Stesso discorso per la legge sul biotestamento. Qui Moia definisce la legge «una norma importante» e già questo fa intuire una assoluzione per un Parlamento che si arroga il diritto di stabilire d’imperio dove comincia e dove finisce il limite della vita degna di essere vissuta. Ma secondo il quotidiano dei vescovi anche questa legge è semplicemente stata approvata con troppa fretta. Una fretta elettorale, dicono, che «ha impedito un dibattito più approfondito su questioni centrali – su tutte l’alleanza terapeutica medico paziente, la possibilità di sospendere nutrizione e idratazione, l’obiezione di coscienza – e peggiorando forse in modo irreversibile l’impianto». 

Ecco qua spiegato il perché il giorno dopo l’approvazione della legge Avvenire se ne uscì con una linea piuttosto morbida a fronte di una legge che introduceva la morte di Stato in Italia. Per il semplice fatto che per il quotidiano della Cei una legge serve in ogni caso, ma deve prevedere l’obiezione di coscienza, ultimo paravento del politicamente corretto per non sembrare troppo integralisti e mettersi a posto la coscienza. 

Così le leggi da ingiuste diventano discutibili, cioè oggetto di discussione e sottoposte al compromesso politico. Anche qui: correggere e limare. Ma in questo modo si tollererà, come è stato fatto per l’aborto, il principio che anche la legge sul biotestamento sia una legge buona per il semplice fatto che prevede la possibilità dei medici di astenervisi.

Anche questo è un inganno, perché l’obiezione di coscienza non è un paravento per tacitare la propria coscienza al motto manzoniano del troncare e sopire. Per il semplice fatto che una legge non può essere buona o cattiva a seconda che un uomo la applichi o no. Una legge è resa buona se rispetta la legge morale naturale e il fine che, nella realtà, si è dato. A cominciare dal prerequisito di non infrangere quella legge divina per la quale l’uomo non può decidere per legge della vita di un altro uomo. Dunque, per tornare alle parole di Avvenire, non può discuterne. Lo aveva capito Antigone. Ma ad Avvenire si vede che Sofocle non è mai entrato. Questo, almeno, è in-discutibile.

   



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