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Santo del Giorno  

   

Fonte antoniosocci.com 03/10/2014


Autore Antonio Socci


Nel 2006 col libro “Il quarto segreto di Fatima” posi un problema che attirò su di me insulti, invettive e anatemi (da ecclesiastici e annessi). Passarono quattro anni e il 13 maggio 2010, a Fatima, papa Benedetto XVI in persona confermò i punti più importanti delle mie ipotesi, smentendo addirittura il suo Segretario di Stato.

Nel settembre 2011 su “Libero” detti la notizia che Benedetto XVI si sarebbe dimesso dopo il suo 85° compleanno. Anche quella volta mi riempirono di cattiverie e volgarità. Poi, nel febbraio 2013 (cioè due mesi prima di compiere 86 anni) Benedetto XVI ha fatto la sua rinuncia.

Stavolta, senza neanche aver letto il mio libro “Non è Francesco”, che esce domani, sono stato coperto di biliose volgarità. Non gliene voglio. Il coraggio e la libertà intellettuale non tutti se li possono permettere e  – come diceva Mario Hrvat – “l’invidia è la consapevolezza della propria mediocrità”.

 Qua sotto anticipo stralci dalla premessa del libro e dopo le prime tre pagine del capitolo del mio libro che riguarda il Conclave del 2013 (Il papocchio), dove riporto i fatti che fanno ipotizzare la nullità dell’elezione di papa Francesco.

 

 

STRALCI DELLA PREMESSA DEL LIBRO

Ammetto di essere uno dei tanti che hanno accolto Bergoglio – il 13 marzo 2013 – a braccia spalancate, come era giusto fare ritenendolo il Papa legittimamente eletto. E anche per una serie di amicizie comuni (a me molto care), che mi avevano indotto a nutrire benevole speranze nel nuovo Pontefice. Gli comunicai perfino (e convintamente) che – fra tanti altri – poteva contare pure sulla preghiera mia e della mia famiglia, e sull’offerta delle nostre croci per il compimento della sua alta missione.

Mi piaceva quel suo stile dimesso. I giornali lo rappresentavano come il vescovo che girava per Buenos Aires con i mezzi pubblici, che abitava in un modesto appartamento anziché nel palazzo vescovile, che frequentava i miseri quartieri delle periferie come un padre buono, desideroso di portare ai più infelici la carezza del Nazareno.

Tutto questo poteva essere una formidabile ventata di aria fresca per il Vaticano e per l’intera Chiesa.
Ho sostenuto papa Francesco come potevo, per mesi, da giornalista, sulla stampa. Mi sembrava un apostolo del confessionale, devoto della Madonna. L’ho difeso dalle critiche affrettate di alcuni tradizionalisti e continuo a trovare ancora oggi assurde le polemiche di coloro che prendono a pretesto le dichiarazioni di papa Francesco per attaccare in realtà il Concilio Vaticano II, Joseph Ratzinger e Giovanni Paolo II, (…)
che nessuna responsabilità hanno nelle scelte di Bergoglio. Da questo punto di vista sono ben contento di essere fra coloro che Roberto De Mattei considera «i difensori più accaniti del Vaticano II».

Sono infatti convinto, con Benedetto XVI (con Giovanni Paolo II e con Paolo VI), che il Concilio è un evento molto prezioso. Ma il vero Concilio, quello che sta nei documenti e fa parte del magistero della Chiesa. Ben altra cosa (opposta) è quello «virtuale» costruito dai mass media, quello che per esempio si trova teorizzato dalla storiografia progressista. (…)
Sostenere oggi che le dichiarazioni di Bergoglio a Scalfari (per fare un esempio) in fin dei conti sono in continuità con Benedetto XVI, con Giovanni Paolo II e con Paolo VI, ovvero che Bergoglio «incarna l’essenza del Vaticano II» (De Mattei), è assurdo. (…).
Purtroppo, oggi io sono uno dei tantissimi delusi (un sentimento che dilaga sempre più tra i cattolici, seppure non raccontato dai giornali). (…).
Diversi cardinali avevano votato Bergoglio con la speranza che egli continuasse l’opera di rinnovamento e purificazione intrapresa da Benedetto XVI, che irrompesse nella Curia vaticana e (metaforicamente) la rovesciasse come un calzino, quasi col fuoco di Giovanni Battista. Invece bisogna amaramente riconoscere che poco o nulla è stato fatto (solo qualche rimozione, in certi casi anche ingiusta).
Va bene andare a vivere nel residence di «Santa Marta», può essere anch’esso un segnale positivo, anche se non è proprio una povera cella monastica. Io, in un mio libro avevo addirittura sognato un Papa che andava a vivere in una parrocchia di borgata. In ogni caso apprezzo il messaggio.
Ma poi il problema è il governo di quella cosa complessa che è il Vaticano e – per esempio – dello Ior, che qualcuno ha pure prospettato di chiudere, non essendo chiara la sua utilità per la Chiesa, ma che Bergoglio non ha chiuso affatto. Al contrario, dicono gli osservatori più informati, Bergoglio ha moltiplicato commissioni, burocrazie e spese. (…)
Ci si aspettava una ventata di rigore morale nei confronti della «sporcizia» (anche del ceto ecclesiastico) denunciata e combattuta dal grande Joseph Ratzinger. Ma come dobbiamo interpretare il segnale dato al mondo di lassismo e di resa nei confronti dei nuovi costumi sessuali della società e dello sfascio dei principi morali e delle famiglie?
Come interpretare il rifiuto di papa Bergoglio di opporsi alle questioni etiche, come hanno fatto eroicamente i suoi predecessori, o anche solo di «giudicarle», cioè di contrastare culturalmente quella rivoluzione dei rapporti affettivi che distrugge ogni serio legame e ha lasciato tutti più soli e infelici, schiavi dell’istinto? San Paolo affermava «l’uomo spirituale giudica ogni cosa» (1Cor 2,15) e non «chi sono io per giudicare?».
E perché non opporsi a quella cultura della morte che non riconosce più nessuna sacralità all’essere umano o a quell’ondata di anticristianesimo e antiumanesimo che, sotto diverse bandiere, pervade ormai il mondo? (…).

C’erano da confutare coloro che, nella Chiesa, buttano alle ortiche la retta dottrina cattolica e che – pure da cattedre potenti – demoliscono il cuore della fede, invece si sono visti «bastonare» i buoni cattolici, quelli ortodossi che vivevano veramente la povertà, la castità, la preghiera e la carità.
Anzi, papa Bergoglio si scaglia proprio su chi usa «un linguaggio completamente ortodosso» perché così non corrisponderebbe al Vangelo (Evangelii Gaudium n. 41). Cosa mai vista e mai sentita in tutta la storia della Chiesa.
Per non dire di quando lo stesso Bergoglio si avventura nelle sue sconcertanti affermazioni, tipo «se uno non pecca non è uomo», una tesi sorprendente che nemmeno si avvede così di negare di fatto l’umanità di Gesù e Maria, i quali furono esenti dal peccato e proprio per questo sono il modello ideale supremo dell’uomo e della donna.

O quando ha attribuito erroneamente a san Paolo la frase «mi vanto dei miei peccati» (Omelia di Santa Marta del 4 settembre 2014), un’enormità su cui il sito vaticano www.news.va ha ritenuto addirittura di fare il titolo «Perché vantarsi dei peccati». Evidentemente in Vaticano, e in particolare a Santa Marta, non si conosce quanto afferma san Tommaso d’Aquino: «È peccato mortale quando uno si vanta di cose che offendono la gloria di Dio».
Si sperava davvero che si soccorressero le vittime più indifese e inermi nelle periferie più sperdute del mondo, invece – lo ricordo con dolore – papa Bergoglio ha ostinatamente evitato di alzare la sua voce, nell’estate 2014, in soccorso dei cristiani massacrati nel Califfato islamico del Nord Iraq, limitandosi a poche dichiarazioni, senza mai pronunciare una vibrata invettiva (come quelle che ha fatto su argomenti politically correct) o un vigoroso appello alla comunità internazionale perché intervenisse a disarmare i carnefici e difendere gli inermi massacrati.
Mai si è rivolto verso un mondo islamico che in genere umilia ogni minoranza, mai una sferzata contro il terrorismo islamista, mai ha chiesto esplicitamente quell’«ingerenza umanitaria» (concepita specialmente da Giovanni Paolo II) che disarmasse, anche con la forza, i carnefici e impedisse massacri come pure imploravano i vescovi dell’Iraq.

I quali patriarchi hanno gridato a gran voce che le proprie comunità venissero difese, con la forza, dal massacro incombente e hanno mosso una critica esplicita alla reticenza del Papa chiedendogli «un uso più audace della propria influenza per la causa dei cristiani iracheni».
Ma Bergoglio è stato cauto e reticente, barcamenandosi senza esporsi. Siamo sicuri che di fronte alla tragedia dei cristiani (e delle altre minoranze) in Iraq non potesse assumere un atteggiamento più deciso come quello dei suoi predecessori o come il suo su altri temi? (…).
Non si è vista nemmeno un’opera di vera sensibilizzazione della Chiesa intera, che mobilitasse la preghiera di tutti, che sollecitasse veglie, novene, digiuni (sono queste le armi dei cristiani) e un grande aiuto umanitario. Che controindicazioni c’erano su questo? Non se ne vedono davvero.
C’era bisogno di dare conforto e aiuto concreto ai tanti cristiani perseguitati, umiliati, incarcerati, massacrati, ma papa Bergoglio invece ha continuato a confidare in un dialogo senza condizioni e senza precauzioni, esponendosi a dolorosi incidenti come quello dell’8 giugno 2014, quando ha chiamato a pregare in Vaticano, fra gli altri, un imam che, lì sul suolo bagnato dal sangue di tanti martiri cristiani, infischiandosene dei discorsi concordati, ha invocato Allah perché aiuti i musulmani a schiacciare gli infedeli («dacci la vittoria sui miscredenti»). (…).
C’era bisogno di dire almeno una parola in difesa di giovani madri – come Meriam o Asia Bibi – condannate a morte nei regimi islamici per la loro fede cristiana o almeno si poteva chiedere di pregare per loro, ma papa Francesco non lo ha mai fatto, non ha nemmeno risposto all’appello mandatogli da Asia Bibi, mentre ha scritto personalmente un lungo messaggio di auguri agli islamici che digiunano per il Ramadan auspicando che esso porti loro «abbondanti frutti spirituali». (…).
Si è venuti a scoprire peraltro che al tempo del discorso di Ratisbona di Benedetto XVI (quello che è passato alla storia per aver fatto infuriare i musulmani), il portavoce dell’allora cardinale Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, criticò pubblicamente papa Ratzinger. Newsweek pubblicò le sue parole sotto il titolo «L’Arcidiocesi di Buenos Aires contro Benedetto XVI».
Il portavoce dopo qualche tempo fu sollevato dall’incarico, ma molti si sono chiesti se e quando vi sia stata una sconfessione pubblica da parte del vescovo Bergoglio e un suo appoggio aperto al discorso pronunciato da Ratzinger a Ratisbona. (…).
Alla luce di questi fatti si spiega l’atteggiamento attuale di papa Francesco nei confronti dell’Islam e degli islamisti del Califfato iracheno (carnefici di cristiani e di altre minoranze).

Bergoglio, sempre così critico con i cattolici, non si contrappone mai nemmeno alle lobby laiciste sui temi della vita, del gender, dei principi non negoziabili che papa Benedetto individuò come pilastri della «dittatura del relativismo». (…).
C’era (e c’è) bisogno di far accendere una luce per una generazione che è stata gettata nelle tenebre del nichilismo, che non sa più nemmeno distinguere il Bene dal Male perché le hanno insegnato che non esistono e che ognuno può fare quello che gli pare. Purtroppo papa Bergoglio rischia di assecondare proprio questa tragica deriva dicendo anch’egli che «ciascuno ha una sua idea di bene e di male» e «noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il bene».
C’era e c’è bisogno di annunciare Cristo, nostra speranza e vera felicità della vita, a una generazione che non sa nemmeno più chi è Gesù e non sa che farsene della propria giovinezza e dell’esistenza. E rischia di essere fuorviante sentir dire da papa Bergoglio che «il proselitismo è una solenne sciocchezza» e che lui non ha «nessuna intenzione» di convertire i suoi interlocutori.
Certo, ha ragione quando ricorda che il cristianesimo si comunica «per attrazione», ma l’ardore missionario ci è stato testimoniato dai santi e «fare proselitismo» è il comandamento di Gesù ai suoi apostoli: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20).

Non si può dimenticare questo precetto evangelico, che indica il vero, grande compito della vita, per avere il plauso dei ricchi e potenti salotti snob e anticattolici della Repubblica. Dove tutti ora esultano ritenendo di avere finalmente un Papa «scalfariano».
C’è un gran bisogno di portare la carezza del Nazareno a chi è solo, malato, sofferente o disperato ed è molto doloroso veder «saltare» all’ultimo momento la visita del Papa all’ospedale Gemelli con i malati in attesa sotto il sole (loro, le cui piaghe sono le piaghe di Cristo), mentre si trovano facilmente ore da dedicare a Scalfari, o si trova il tempo per telefonare a Marco Pannella o a Maradona e andare di persona a Caserta solo per incontrare l’amico pastore protestante. (…)

Bergoglio – secondo i suoi fan più sfegatati – sarebbe un rivoluzionario che intende sovvertire la Chiesa cattolica, eliminando i dogmi della fede e buttando alle ortiche secoli di magistero.
Cosa significherebbe e cosa comporterebbe tutto questo? Se fosse vero la Chiesa sarebbe alla vigilia di una drammatica esplosione. È così? Vorrà scongiurarlo, padre Bergoglio? Vorrà tornare sulla strada dove un giorno, da giovane (lo ha raccontato una volta e mi ha commosso), incontrò gli occhi di Gesù? Vorrà ricercare quel suo sguardo e in Lui ritrovare tutti noi?
 

 

IL PAPOCCHIO

 

Quel pomeriggio del 13 marzo 2013 a Roma pioveva. Non tanti si aspettavano una fumata bianca dal comignolo della Cappella Sistina perché il Conclave era solo al secondo giorno. Invece fu annunciato l’«Habemus papam».

Era stato eletto il cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio. Alla quinta votazione, si disse. Ma dopo qualche tempo si è saputo che in realtà fu eletto alla sesta, che non doveva essere fatta in quel pomeriggio.

Cosa era accaduto?

Elisabetta Piqué è una brava giornalista argentina, lavora per il quotidiano «La Nación» di Buenos Aires occupandosi del Vaticano (e dell’Italia) ed è collaboratrice della Cnn in lingua spagnola e di Deutsche Welle.

È molto amica, da anni, di Bergoglio, è addirittura la sua biografa. Anzi, a leggere il libro “Francesco. Vita e rivoluzione” si nota un tono decisamente apologetico. Nelle pagine dedicate alle fatali ore del Conclave, la Piqué descrive l’andamento delle votazioni, delle diverse candidature, le reazioni e alle pagine 39 e 40 – fra l’altro – riferisce in poche righe un fatterello curioso relativo proprio alla quinta votazione:

Dopo la votazione e prima della lettura dei foglietti, il cardinale

scrutatore, che per prima cosa mescola i foglietti deposti nell’urna,

si accorge che ce n’è uno in più: sono 116 e non 115 come dovrebbero

essere. Sembra che, per errore, un porporato abbia deposto due

foglietti nell’urna: uno con il nome del suo prescelto e uno in bianco,

che era rimasto attaccato al primo. Cose che succedono. Niente

da fare, questa votazione viene subito annullata, i foglietti verranno

bruciati più tardi senza essere stati visti, e si procede a una

sesta votazione”.

È precisamente da questa sesta votazione che uscirà eletto Bergoglio. Il fatterello è una semplice curiosità, a prima vista sembra far parte dell’aneddotica.

Un vaticanista amico della giornalista argentina e molto vicino, anch’egli, a papa Bergoglio, alle cui stanze ha accesso, Andrea Tornielli, su «Vatican Insider», il 16 novembre 2013, all’uscita del libro della Piqué, firma un’anticipazione dove illustra tutti i pregi del volume e fra l’altro riporta (come un piccolo scoop) l’episodio inedito rivelato dall’autrice.

Il libro ha un «lancio» in pompa magna sui media vaticani, quasi da biografia ufficiale. Infatti il 19 novembre 2013 la Piqué viene intervistata dalla Radio Vaticana,3 diretta da padre Federico Lombardi. Mentre il 16 novembre già «L’Osservatore Romano» aveva esaltato il volume lasciando pensare che lo stesso Bergoglio ne fosse la fonte privilegiata:

“È un Bergoglio raccontato di prima mano, diretto e vero, quello

che esce dalle pagine di Elisabetta Piqué, nel libro Francisco, vida

y revolución (in libreria in Italia dal 21 novembre per le edizioni

Lindau con il titolo Francesco. Vita e rivoluzione). Sette mesi

d’inchiesta «vecchio stile», cercando conferme e incrociando fonti

in 373 pagine ricche di dettagli inediti sul Conclave e sulla vita di

Jorge Bergoglio. Pagine per capire Francesco, il Papa che telefona,

scrive e parla chiaro.

È un po’ curioso l’elogio dei dettagli inediti sul Conclave fatto dall’«Osservatore» (dal momento che vigerebbe il segreto pontificio e sarebbe peccato grave, anche da scomunica, il divulgarli all’esterno della Sistina), ma se davvero, come si lascia immaginare nelle righe precedenti, a svelarli è stato proprio Bergoglio non c’è violazione perché lui, in quanto Papa, non ha bisogno di autorizzazioni per parlarne.

In ogni caso nessuno ha avuto nulla da ridire su quei dettagli del Conclave, che anzi sono stati tutti accreditati da queste incontestabili fonti.

C’è solo un – per così dire – «piccolo» problema di cui nessuno finora sembra essersi accorto: stando ai fatti riferiti dalla Piqué – e così autorevolmente confermati – l’elezione di Bergoglio è nulla.

Infatti l’articolo 69 della Costituzione apostolica Universi Dominici Gregis che regola il Conclave recita testualmente:

«Qualora nello spoglio dei voti gli Scrutatori trovassero due

schede piegate in modo da sembrare compilate da un solo

elettore, se esse portano lo stesso nome vanno conteggiate

per un solo voto, se invece portano due nomi diversi, nessuno

dei due voti sarà valido; tuttavia, in nessuno dei due

casi viene annullata la votazione».

La prima violazione delle norme che si può intravedere è quindi l’aver annullato una votazione che doveva essere ritenuta valida e scrutinata. Ma come se non bastasse si può ravvisare una seconda violazione, perché si è proceduto con una nuova votazione – la quinta di quel giorno (proprio quella che ha eletto Bergoglio) – laddove la stessa Costituzione apostolica prescrive invece che si debbano fare quattro votazioni al giorno, due al mattino e due al pomeriggio (articolo 63).

Perché si tratterebbe di violazioni che comportano la nullità dell’elezione? Perché l’articolo 76 della Universi Dominici Gregis afferma:

«Se l’elezione fosse avvenuta altrimenti da come è prescritto

nella presente Costituzione o non fossero state osservate

le condizioni qui stabilite, l’elezione è per ciò stesso nulla

e invalida, senza che intervenga alcuna dichiarazione in

proposito e, quindi, essa non conferisce alcun diritto alla

persona eletta».

Né è possibile che il Conclave abbia potuto cambiare «in corsa» quelle norme perché Giovanni Paolo II, in quella Costituzione apostolica, ricorda più volte che il Conclave non ha assolutamente il potere di modificare le regole. Nemmeno votando all’unanimità.

Quindi – se così si sono svolti i fatti – mi pare si possa concludere che l’elezione al Papato di Bergoglio semplicemente non è mai esistita. Non è nemmeno un problema sanabile a posteriori perché non si può sanare ciò che non è mai esistito.

Che la regolarità canonica dell’elezione sia «conditio sine qua non» della sua validità, del resto lo dice la stessa formula rituale dell’«accettazione e proclamazione» dell’eletto. Infatti l’articolo 87 della Universi Dominici Gregis recita testualmente:

“Avvenuta canonicamente [sic] l’elezione, l’ultimo dei Cardinali

Diaconi chiama nell’aula dell’elezione il Segretario del Collegio

dei Cardinali e il Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie;

quindi, il Cardinale Decano, o il primo dei Cardinali per

Ordine e anzianità, a nome di tutto il Collegio degli elettori chiede

il consenso dell’eletto con le seguenti parole: Accetti la tua elezione

canonica [sic] a Sommo Pontefice? E appena ricevuto

il consenso, gli chiede: Come vuoi essere chiamato? Allora il

Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie, con funzione di

notaio e avendo per testimoni due Cerimonieri che saranno chiamati

in quel momento, redige un documento circa l’accettazione del

nuovo Pontefice e il nome da lui assunto”.

Se non c’è la regolarità canonica non c’è stata nessuna elezione.

Come già ho precisato, l’invalidità delle procedure seguite al Conclave e della conseguente elezione non implica nessuna colpa da parte di Bergoglio. E la nullità dell’elezione non rappresenta assolutamente un giudizio di valore sulla persona.

 

Da Antonio Socci, “Non è Francesco”, (Mondadori)

   



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