Articoli più letti  

   

Cerca autori  

   

Cerca Argomenti  

   

Santo del Giorno  

   

 

Fonte: Il Timone n.97

 

Nel settembre del 1860, una feroce battaglia vide italiani uccidersi fra loro.  Ma la storia ricorda solo quelli dell’esercito piemontese. È il triste lascito di una unificazione che ha diviso il Paese

 

Autore Alberto Leoni

 

Un effetto veramente utile del 150° anniversario dell’Unità d’Italia potrebbe essere il riconoscimento, con oltre un secolo di ritardo, di una memoria condivisa sul processo di unità nazionale. Confrontando la realtà italiana con quella di altri Paesi si resta sconcertati nel vedere, ad esempio, come gli Stati Uniti abbiano saputo riconoscere una tradizione bipartisan da una guerra civile costata più di seicentomila morti e infinite distruzioni. In Italia non c’è mai stato spazio per simile magnanimità: gli unici eroi degni di onore erano garibaldini e bersaglieri, ma per i loro avversari non doveva esserci scampo, neppure da morti. I borbonici erano pigri e indolenti, i pontifici (si sa!) erano “romani”, degli Alberto Sordi ante litteram. Gli zuavi pontifici, volontari stranieri, quelli no: cattivi, “mercenari” e “fanatici”, laddove questi ultimi due attributi sono in palese contraddizione fra loro.

Eppure, fra le pieghe della narrazione storica dei fatti risorgimentali si nota un fatto strano: e cioè che Garibaldi ha sempre avuto la meglio nei confronti dell’esercito borbonico, ma non è mai riuscito a prevalere nei confronti del piccolo esercito pontificio, composto, si badi, per due terzi da italici. Le famose “camicie rosse” sono state sempre volte in fuga dai papalini, che hanno dovuto soccombere solo alla schiacciante preponderanza dell’esercito italiano.

In effetti, i mezzi a disposizione dello Stato della Chiesa permettevano soltanto l’organizzazione di un esercito capace di sconfiggere bande di irregolari, non certo di competere con la potenza militare piemontese. Questo fu compreso pienamente da Pio IX che, di fronte alle crescenti minacce, vide l’opportunità di richiamare migliaia di volontari cattolici sotto le bandiere del Papa, non come mercenari, ma come membri di una “Brigata internazionale” costituita per intraprendere quella che venne poi chiamata la “Nona crociata”. Incaricato di tale impresa fu monsignor François Xavier de Merode (1820-1874), già ufficiale dell’esercito belga e combattente della campagna d’Algeria, nel 1844, che, tuttavia, dovette lottare anche contro l’immobilismo e il lassismo del governo pontificio. Come ebbe a dire lo stesso de Merode: «Pretendere di introdurre riforme in Vaticano è come voler pulire le piramidi d’Egitto con una spazzola».

Il comandante in capo venne scelto nella persona del generale Cristophe Leon de La Moriciére (1805-1865), che aveva organizzato e comandato le compagnie miste di arabi e francesi in Algeria, nel 1833. Tale nomina venne fatta solo il 3 marzo 1860, alla vigilia della spedizione dei Mille. De Lamoriciére, quindi, poté fare ben poco per plasmare un esercito secondo i suoi voleri, mantenendo gli obiettivi strategici già a suo tempo prescelti: contrastare insurrezioni e infiltrazioni rivoluzionarie e, in caso di aggressione piemontese, concentrare le proprie forze in Ancona, così da provocare un possibile intervento austriaco o delle altre potenze. Nel maggio del 1860 una colonna di trecento “camicie rosse” comandate dal famigerato Callimaco Zambianchi, uno psicopatico che aveva assassinato decine di preti durante la Repubblica Romana, venne facilmente sbaragliata da sessanta gendarmi pontifici, tutti italiani, guidati da un giovane e coraggioso colonnello francese, George de Rarecourt de la Vallée, marchese di Pimodan (1822-1860).  Quando Garibaldi entrò a Napoli il 7 settembre 1860, Cavour fu costretto a inviare truppe nel Meridione per evitare due eventualità tra loro opposte: una possibile sconfitta delle forze garibaldine, isolate in un territorio che diveniva loro sempre più ostile o una possibile vittoria delle stesse, il che avrebbe comportato la nascita di una repubblica meridionale. Lo schema adottato da Cavour fu prevedibile quanto efficace: infiltrazioni di garibaldini ai primi di settembre, insurrezione pilotata in Umbria e Marche tra l’8 e il 12, intervento “normalizzatore” dell’esercito piemontese. Alle forze pontificie, secondo l’ultimatum consegnato al gen. La Moriciére il 10 settembre, era interdetta ogni repressione di “manifestazione popolare”, davanti alla quale avrebbero dovuto evacuare la regione senza fare opposizioni. Il giorno dopo, 35.000 piemontesi divisi in due corpi d’armata marciarono su Ancona e sull’Umbria mentre veniva emanato un proclama del generale Enrico Cialdini (1811-1892) che merita la citazione per esteso: «Soldati del 4° corpo d’armata! Vi conduco contro una masnada di briachi stranieri che sete d’oro e vaghezza di saccheggio trasse nei nostri Paesi. Combattete, disperdete inesorabilmente quei compri sicari, e per mano vostra sentano l’ira di un popolo che vuole la sua nazionalità e la sua indipendenza. Soldati! L’inulta Perugia domanda vendetta e, benché tarda, l’avrà!».

Quello stesso giorno le artiglierie piemontesi sbriciolavano le mura di Fano e di Pesaro e identica sorte toccava a Perugia. Più accanita fu la resistenza opposta dalla guarnigione del castello di Spoleto, composta da trecento irlandesi del battaglione San Patrizio e ventitré tiratori scelti francobelgi che si arresero solo dopo aver esaurito le munizioni. Nelle Marche, La Moriciére aveva portato i suoi settemila uomini fino a Loreto a tappe forzate e, nell’ultima tappa, partendo da Macerata, aveva percorso lo stesso cammino che, oggi, viene seguito durante il pellegrinaggio dallo stadio Helvia Recina al santuario di Loreto. Il generale italiano Cialdini, però, era stato più abile, riuscendo a occupare le alture di Castelfidardo con i suoi diciassettemila soldati già il 17 settembre, sbarrando la strada per Ancona. Quella sera, La Moriciére stabilì un piano d’attacco semplice quanto rischioso: 3.500 uomini, al comando del generale Pimodan, avrebbero dato l’assalto alle colline oltre il Musone, conquistando le fattorie Le Crocette e Le Cascine, mentre altri 3.000 uomini, guidati dallo stesso La Moriciére, avrebbero aperto la strada ai carriaggi lungo la litoranea, per poi ritirarsi verso Ancona. La missione del Pimodan era, quindi, pressoché suicida, data la superiorità numerica dell’avversario. I soldati pontifici si confessarono e si comunicarono nella notte e, alle otto e mezza del mattino, uscirono da Loreto, innalzando la bandiera adoperata nella battaglia di Lepanto.

La colonna di Pimodan discese l’alto monte su cui si trova Loreto e varcò il Musone, incontrando subito una fortissima resistenza da parte di alcuni battaglioni di bersaglieri. I rinforzi italiani continuavano ad affluire e la situazione dei pontifici, verso le undici, si fece pesantissima, tanto che La Moriciére, invece di proseguire verso Ancona, accorse in aiuto del suo sottoposto, ma un reggimento svizzero e uno di cacciatori italiani si dissolsero sotto il fuoco nemico. Pimodan, intanto, dritto a cavallo in mezzo a una tempesta di pallottole, continuava a dirigere le manovre dei suoi battaglioni incurante del pericolo, fino a che una palla gli spaccò la mandibola. Reggendola con una mano continuò a incitare i suoi, mormorando: «Coraggio, mes enfants! Dio è con noi!», poi una seconda pallottola lo colpì al petto, poi una terza e una quarta, infine, lo gettò a terra. Sarebbe spirato poco dopo nella fattoria Andreani - Catena, dopo un disperato intervento chirurgico praticatogli da un giovane chirurgo italiano.

Il giorno successivo i superstiti dell’esercito pontificio si arrendevano ai generali Alberto Leotardi e Efisio Cugia, che li trattarono con il rispetto dovuto a un nemico così valoroso. Pare che, leggendo la lista dei caduti, Cugia abbia esclamato: «Che nomi! Pare di leggere una lista di invitati a un ballo di Corte sotto Luigi XIV!». Quanto a La Moriciére, riuscì a raggiungere Ancona con poche decine di uomini, ma la città cadde dopo un violentissimo bombardamento terrestre e navale, senza che la sedicente Europa cristiana muovesse un dito per impedire tale sopraffazione.

A Castelfidardo i morti italiani e pontifici furono sepolti in due fosse comuni: i primi dalla parte della collina, i secondi dalla parte del mare. Secondo Eugenio Paoloni, presidente della Fondazione Ferretti che si occupa di perpetuare la memoria dei fatti di quel giorno, le fosse furono coperte di mattoni, poi rimossi dai contadini della zona, ma furono proprio le genti del posto a volere costruire un monumento funebre sul colle Montoro, inaugurato nel 1871 e nella cripta furono sistemate le spoglie. Vero è che, sulle colonne sono riportati solo i nomi dei caduti italiani ma i discendenti dei caduti pontifici, molti dei quali appartenenti a nobili casati europei, ancora vanno in pellegrinaggio su quelle colline. Persino un personaggio truce come Cialdini, rimasto colpito dall’eroica fine di Pimodan, depose sulla sua bara un biglietto con il motto: «Oltre il rogo/ira mortal non vive».  

 
 


RICORDA 

 

«Da molto tempo ho offerto a Dio e alla Chiesa il sacrificio della mia vita. Invidiate la mia felicità e confortate la mia povera madre. Lunga vita a Pio IX Pontefice e Re». (Parole scritte da un soldato pontificio ferito a Castelfidardo poche ore prima di morire. Tratte da: Patrick Keyes O’Clery, La rivoluzione italiana. Come fu fatta l’unità della nazione, Ares, 2000, p. 433).

 

 

BIBLIOGRAFIA 

 

Piero Raggi, La nona crociata. I volontari di Pio IX in difesa di Roma (1860-1870), Libreria Tonini, 1992.


 
 
 

   



I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli , guarda la nostra privacy policy.