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Fonte blog.messainlatino.it 07/10/2011

Autore Massimo de Leonardis*

 
In una demitizzazione esasperata di pagine gloriose nella storia militare della Cristianità, ci si è spinti a negare sia valore strategico sia legittimità religiosa a battaglie come quelle di Poitiers e di Lepanto. Quanto alla legittimità, il Catechismo della Chiesa cattolica, elencando le condizioni di una “legittima difesa con la forza militare”, osserva: “Questi sono gli elementi tradizionali elencati nella dottrina detta della «guerra giusta». “La legittima difesa – aggiunge il catechismo – è un dovere grave per chi ha la responsabilità della vita altrui o del bene comune” (n. 2321). L’art. 2309 del Catechismo è anche integralmente ripreso nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa. La Chiesa quindi è pacificatrice, ma respinge il pacifismo. Pio XII affermava nel 1952: “La Chiesa deve tener conto delle potenze oscure che hanno sempre operato nella storia. Questo è anche il motivo per cui essa diffida di ogni propaganda pacifista nella quale si abusa della parola di pace per dissimulare scopi inconfessati”. Difficile negare che oggi “potenze oscure” di ogni genere sono all’opera nel mondo; quindi il pacifismo assoluto è più che mai una pericolosa utopia, come ha più volte ha riaffermato il Regnante Pontefice Benedetto XVI, quando era ancora il Cardinale Joseph Ratzinger, Decano del Sacro Collegio e Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Nel discorso pronunciato in Normandia il 4 giugno 2004 in occasione delle celebrazioni per il 60° anniversario dello sbarco alleato, l’allora Cardinale Ratzinger affermò: “Se mai si è verificato nella storia un bellum justum è qui che lo troviamo, nell’impegno degli Alleati, perché il loro intervento operava nei suoi esiti anche per il bene di coloro contro il cui Paese era condotta la guerra. Questa constatazione mi pare importante perché mostra, sulla base di un evento storico, l’insostenibilità di un pacifismo assoluto”.

In una lettera all’allora Presidente del Senato Marcello Pera, il Cardinale Ratzinger affermava: “Sul fatto che un pacifismo che non conosce più valori degni di essere difesi e assegna a ogni cosa lo stesso valore sia da rifiutare come non cristiano siamo d’accordo: un modo di «essere per la pace» così fondato, in realtà, significa anarchia; e nell’anarchia i fondamenti della libertà si sono persi”. Tale concetto è stato ribadito e precisato in un discorso pronunciato a Subiaco il 1° aprile 2005, poche settimane prima dell’elezione a Sommo Pontefice: “La pace e il diritto, la pace e la giustizia sono inseparabilmente interconnessi. … Certamente la difesa del diritto può e deve, in alcune circostanze, far ricorso a una forza commisurata. Un pacifismo assoluto, che neghi al diritto l’uso di qualunque mezzo coercitivo, si risolverebbe in una capitolazione davanti all’iniquità, ne sanzionerebbe la presa del potere e abbandonerebbe il mondo al diktat della violenza”.

Asceso al soglio pontificio, Benedetto XVI nel messaggio del 1° gennaio 2006 per la consueta Giornata della Pace, ha ribadito il Magistero tradizionale cattolico sul problema della pace. Spiegando il significato del tema di riflessione scelto, Nella verità, la pace, il Papa afferma: “Occorre tener ben presente che la pace non può essere ridotta a semplice assenza di conflitti armati, ma va compresa come «il frutto dell'ordine impresso nella società umana dal suo divino Fondatore», un ordine «che deve essere attuato dagli uomini assetati di una giustizia sempre più perfetta». Sant’Agostino ha descritto la pace come «tranquillitas ordinis», la tranquillità dell'ordine, vale a dire quella situazione che permette, in definitiva, di rispettare e realizzare appieno la verità dell’uomo”. In una prospettiva cristiana, quindi, solo “il riconoscimento della piena verità di Dio è condizione previa e indispensabile per il consolidamento della verità della pace”.

Tenendo nella dovuta considerazione il diverso linguaggio che Benedetto XVI deve adoperare rispetto a quando era “solo” il Cardinale Ratzinger, appare evidente che il pensiero del Sommo Pontefice sulla pace e la guerra è radicato nella Tradizione della Chiesa, in una dimensione spirituale del tutto aliena dalle semplificazioni e dalle strumentalizzazioni di un pacifismo ingenuo o, peggio, politicamente di parte. Il realismo cristiano non dimentica appunto che “gli uomini, nel loro stato di peccatori, sono e saranno sempre minacciati dal pericolo della guerra fino alla venuta del Cristo” (Gaudium et Spes, n. 78).

Nelle polemiche seguite agli attentati dell’11 settembre 2001, in nome di un irenismo e di un ecumenismo spinti all’eccesso, molti hanno voluto negare il carattere intrinsecamente bellicoso dell’Islam, richiamato invece dal Santo Padre Benedetto XVI nel mirabile discorso di Ratisbona, che tante polemiche ha suscitato. Maometto è in realtà l’unico fondatore di una religione che fu anche un capo guerriero; fin dall’inizio l’Islam si espanse con la violenza e la “guerra santa” è uno dei precetti fondamentali della dottrina e della prassi musulmana. Tutte caratteristiche assenti nel Cristianesimo, che, si diffuse grazie ai martiri, che versarono docilmente il proprio non l’altrui sangue, come fanno invece oggi i seguaci fanatici di Allah, che si uccidono per portare la morte. Il Cristianesimo, non è però affatto una religione che sposa il pacifismo, come oggi si vorrebbe sostenere. Nei Vangeli non solo non compare alcuna condanna del servizio militare, ma anzi in diversi episodi traspare un’evidente simpatia per i centurioni dell’esercito romano, come ha ricordato più volte il Beato Giovanni Paolo II, anche nel 2000 in occasione del giubileo dei militari.

Altri hanno proposto una lettura assolutamente parziale dei rapporti tra Islam e Cristianesimo, evidenziando i momenti di dialogo e quasi cancellando secoli di aggressività musulmana. Ricordo in particolare un articolo su Avvenire nel quale Franco Cardini definiva Lepanto una vittoria sostanzialmente inutile, “una storia agrodolce con qualche risvolto comico”, e fustigava “qualche bollore crociato che è riaffiorato oggi in campo cattolico” come “ridicolo ... più che inopportuno”. Lo storico fiorentino, forse tradito dal suo filo-islamismo, farebbe bene a rileggere il giudizio autorevole di Fernand Braudel: “[Se] anziché badare soltanto a ciò che seguì a Lepanto, si pensasse alla situazione precedente, la vittoria apparirebbe come la fine di una miseria, la fine di un reale complesso d’inferiorità della Cristianità, la fine d'una altrettanto reale supremazia della flotta turca [...] Prima di far dell’ironia su Lepanto, seguendo le orme di Voltaire, è forse ragionevole considerare il significato immediato della vittoria. Esso fu enorme”.

Un maestro della storia militare, il britannico Sir John Keegan, elenca Lepanto tra le quindici battaglie navali decisive della storia, da Salamina tra greci e persiani nel 480 a. C., al Golfo di Leyte tra americani e giapponesi nel 1944; ove per decisiva s’intende “d’importanza duratura e non puramente locale”. Lepanto segna la fine del potere navale ottomano ed “arresta l’avanzata musulmana nel Mediterraneo occidentale”, che da allora fu salvo dalla minaccia strategica dell’espansione turca (anche se non dalle incursioni dei pirati barbareschi, contro i quali combatteva la flotta dell’Ordine di Malta), così come l’assedio di Vienna del 1683 bloccò l’avanzata terrestre dell’Impero ottomano. L’insigne storico Angelo Tamborra afferma che “con Lepanto”, anche se non ebbe “immediate conseguenze strategiche”, “prende fine ... stabilmente, quello stato d’animo di rassegnazione e quasi di paura ossessiva che aveva prostrato l’Occidente, preso dal “mito” della invincibilità del Turco” ed afferma che con tale battaglia si ebbe il “definitivo declino della talassocrazia turca del Mediterraneo”. Poche righe prima, lo stesso Autore scrive che “la Cristianità, già frammentata in nazioni in lotta di predominio le une contro le altre – taluna delle quali non aveva esitato a ricercare il compromesso o addirittura l’alleanza con il Turco – aveva visto ricomporsi, per un momento e almeno in parte, la sua unità contro il nemico comune”.

Va rilevato l’uso di due termini diversi per definire la civiltà europea: “Cristianità” ed “Occidente”. Lepanto fu una battaglia navale; ma fu soprattutto uno scontro tra la Croce e la mezzaluna; tra Cristianità ed Islam. Una Cristianità divisa, perché Lepanto si colloca pressoché a metà di quel secolo e mezzo che dalla fine del '400 alla pace di Westfalia del 1648 vide la laicizzazione delle relazioni internazionali; alla Respublica Christiana medievale si sostituì l’Europa degli equilibri. Non solo la riforma protestante spezzò definitivamente l’unità religiosa dell’Europa, ma l’interesse nazionale prevaleva talora sulle motivazioni religiose anche per gli Stati cattolici. I Re cristianissimi di Francia stringeranno intese con il turco in funzione antiasburgica e le loro navi non saranno presenti a Lepanto. I veneziani, che pure a Lepanto furono in prima fila, rimproverati in un’occasione per il loro scarso entusiasmo per l’idea di crociata, risposero: “Siamo veneziani, poi cristiani”. Venezia, i cui domini erano a diretto contatto con l’Impero ottomano ed erano quindi particolarmente esposte, ispirava la sua politica alla ragion di Stato. Dopo la sconfitta navale di Prevesa nel 1538 la Serenissima aveva concluso una pace separata con la Sublime Porta. I protestanti erano animati sia dall’ostilità al Cattolicesimo sia dal timore e dall’avversione per i turchi. Scrive Braudel: “In tutta Germania si cantavano i Türkenlieder, venuti dai lontani campi di battaglia del Sud-est. Mentre chiedeva che la Germania si liberasse dallo sfruttamento romano, Ulrich von Hutten reclamava che con il denaro così recuperato si rafforzasse il Reich e lo si ingrandisse a danno del Turco. Anche Lutero favorì sempre la guerra contro i signori di Costantinopoli; ad Anversa si parlava spesso di battersi con gli infedeli e, meglio ancora, in Inghilterra, dove ci si inquietava sempre per i successi cattolici in Mediterraneo, si gioiva delle sconfitte del Turco: Lepanto turbò e, a un tempo, colmò di gioia i cuori inglesi”. La Regina Elisabetta I d’Inghilterra, scismatica, alcuni anni prima, aveva indetto preghiere di ringraziamento per la fine dell’assedio turco a Malta, eroicamente difesa dai Cavalieri Gerosolimitani.

In questo quadro di un’Europa divisa, tanto più grandioso appare quindi il ruolo di S. Pio V nel radunare gran parte di una Cristianità divisa per una battaglia d’importanza militare, civile e religiosa. Il Papa fu l’artefice della coalizione che vinse a Lepanto. Inviò Nunzi ai Principi italiani, al Doge di Venezia, ai Re di Polonia e di Francia. Per finanziare lo sforzo bellico, dopo aver da tempo autorizzato Jean Parisot de la Valette, Gran Maestro dell’Ordine di Malta, ad ipotecare, per 50.000 scudi d’oro, le commende di Francia e di Spagna, il Papa impose la decima sulle rendite dei monasteri, tre decime al clero napoletano, riscosse dagli impiegati della corte papale 40.000 scudi d’oro in pena delle loro malversazioni e ne ricavò altri 13.000 dalla vendita di pietre preziose, accordò ai veneziani la facoltà di togliere 100.000 scudi sulle rendite ecclesiastiche e rinnovò in favore degli spagnoli il privilegio della Cruzada, o bolla della Crociata. Premessa gloriosa e necessaria di Lepanto era stata sei anni prima la vittoriosa resistenza dei Cavalieri Gerosolimitani nel grande assedio di Malta. Braudel, dopo aver descritto la schiacciante superiorità turca, non esita a scrivere: “Ma il gran maestro, Jean Parisot de la Valette, e i suoi cavalieri si difesero meravigliosamente. Il loro coraggio salvò tutto”.

Come scrive un maestro della storiografia, Nicolò Rodolico: “Al di sopra di interessi materiali, di ambizioni, di possessi e di ricchezze, vi era un Crociato che chiamava a raccolta la Cristianità: Pio V. Non era Cipro dei Veneziani in pericolo, ma la Croce di Cristo nell’Europa era minacciata. La parola commossa del Papa riuscì a conciliare Veneziani e Spagnoli”. Fu firmata a Roma il 20 maggio 1571 una Lega, cui aderirono il Papa, il Re di Spagna, la Repubblica di Venezia, la Repubblica di Genova, il Granduca di Toscana, il Duca di Savoia, l’Ordine di Malta, la Repubblica di Lucca, il Marchese di Mantova, il Duca di Ferrara e il Duca di Urbino. “Le differenze che possono insorgere tra i contraenti – prevedeva il trattato di alleanza – saranno risolte dal Papa. Nessuna delle parti alleate potrà conchiudere pace o tregua da sé o per mezzo di intermediari, senza il consenso o la partecipazione delle altre”. Accanto all’azione diplomatica, il Papa ordinò solenni preghiere, in particolare la recita del Santo Rosario, e processioni di penitenza, alle quali prese parte personalmente, nonostante i dolori cagionatigli dalla sua malattia. Il Sultano ebbe ad esclamare: “Temo più le preghiere di questo Papa, che tutte le milizie dell’imperatore”.

Il mattino del 7 ottobre 1571 iniziò lo scontro tra le flotte cristiana e musulmana al largo di Lepanto (oggi Nafpaktos), allo sbocco del golfo di Corinto ed a nord di quello di Patrasso. La flotta cristiana era sotto il comando supremo di Don Giovanni d’Austria, figlio naturale del defunto Imperatore Carlo V, ai cui ordini stavano i veneziani Sebastiano Veniero ed Agostino Barbarigo, il romano Marcantonio Colonna, il genovese Gian Andrea Doria, ed era composta di circa 208 galee, centodieci delle quali avevano comandanti veneziani, anche se, per la scarsezza di uomini, gli equipaggi erano stati rinforzati con truppe provenienti dagli Stati spagnoli, in specie archibugieri. Trentasei galee provenivano da Napoli e dalla Sicilia; ventidue da Genova; ventitré dagli Stati pontifici e da altri Stati italiani (18); quattordici dalla Spagna in senso stretto e tre da Malta. Vi era poi naviglio minore: sei galeazze, tutte venete, e oltre 60 fregate. In totale circa 280 bastimenti, sui quali trovavano posto 1.800 pezzi d’artiglieria, 34.000 soldati, 13.000 marinai e 43.000 vogatori. La flotta turca, al comando dell’ammiraglio Alì-Mouezzin Pascià, contava circa 230 galee e una sessantina di bastimenti minori, per un totale di circa 290 legni, 750 cannoni, 34.000 soldati, 13.000 marinai e 41.000 rematori (in buona parte schiavi cristiani, per lo più greci). La vittoria cristiana fu netta. Gli alleati della Lega contarono circa 7.500 morti, uccisi o annegati, in gran parte soldati, e circa 20.000 feriti e persero 12 galee. Il Generale Giustiniani, dell’Ordine di Malta, e il comandante della galera capitana dell’Ordine, fra’ Rinaldo Naro, furono feriti tre volte; 60 cavalieri di Malta perirono nel combattimento. I turchi ebbero 30.000 morti e 10.000 prigionieri, circa 100 navi bruciate o affondate e 130 catturate; 15.000 schiavi cristiani furono liberati. “Il trionfo cristiano fu immenso”, scrive Braudel.

Alle cinque della sera, ora in cui si concludeva la battaglia, il Papa stava attendendo agli affari di curia con alcuni prelati, quando ad un tratto s’interruppe, si accostò ad una finestra fissando lo sguardo verso l’Oriente come estatico, per poi esclamare: “Non occupiamoci più d’affari, ma andiamo a ringraziare Iddio. La flotta cristiana ha ottenuto la vittoria”. Il Re Filippo II di Spagna stava assistendo ai vespri nella cappella del suo palazzo quando entrò l’ambasciatore veneziano, proprio mentre veniva intonato il Magnificat, gridando “Vittoria! Vittoria!”. Ma il re non volle che si interrompesse la sacra funzione. Solo al termine fece leggere il dispaccio e intonare il Te Deum. S. Pio V attribuì il trionfo di Lepanto all’intercessione della Vergine: volle che nelle Litanie Lauretane si aggiungesse l’invocazione “Auxilium Christianorum, ora pro nobis”, e fissò al 7 ottobre la festa in onore di nostra Signora della Vittoria. Nel 1573, Gregorio XIII, suo successore, trasferì la festa alla prima domenica di ottobre, col titolo di solennità del Rosario; Clemente VIII la riportò al 7 ottobre, estendendola a tutta la Chiesa e facendola inserire nel Martirologio romano con queste parole: “Commemorazione di S. Maria della Vittoria, istituita da Pio V, Sommo Pontefice, per l’insigne vittoria riportata dai cristiani sui turchi in una battaglia navale, con la protezione della Madre di Dio”. Pio VI fissò infine il 24 maggio la festa di Maria Ausiliatrice, in memoria della battaglia di Lepanto e della propria liberazione a Savona. Il Senato veneziano fece scrivere sul quadro della battaglia di Lepanto, collocato nella sala delle sue adunanze, la famosa epigrafe: “Non virtus, non arma, non duces, sed Maria Rosarii victores nos fecit”.

Sette mesi dopo, S. Pio V moriva e, priva del suo artefice, la Lega cristiana nel giro di pochi anni si sfaldava senza sfruttare a fondo la vittoria. Non a caso, alla notizia della morte del Papa, il Sultano ordinò a Costantinopoli una festa di tre giorni. Al di là del pur importante fattore personale vanno rilevate alcune tendenze di fondo della politica internazionale. La Spagna, che il poeta Marcelino Menendez y Pelayo definirà “evangelizzatrice di mezzo mondo, martello degli eretici, luce di Trento, spada di Roma, culla di S. Ignazio”, era il pilastro del Cattolicesimo. Tuttavia essa era impegnata su molteplici fronti: contro l’Impero ottomano nel Mediterraneo orientale, contro le reggenze mussulmane dell’Africa Settentrionale, nei Paesi Bassi in rivolta (anche con connotazioni religiose calviniste), in Atlantico contro l’Inghilterra protestante. Lo stesso impero ottomano combatteva su due fronti, ad Occidente contro i cristiani e ad oriente contro la Persia. Entro la fine del secolo Spagna ed Impero ottomano arrivarono ad una pace abbastanza stabile, rivolgendo la loro attenzione verso le altre direttrici geopolitiche di loro interesse. Anche il Papa doveva dividersi tra lotta al turco e all’eresia protestante.

Dopo gli attentati del 2001, il Cardinale Biffi, Arcivescovo di Bologna, pregò “perché la Cristianità trovi la strada giusta per la propria sopravvivenza”. Fu uno dei pochi a parlare di “Cristianità”. Mons. Claudio Stagni, suo vescovo ausiliare, nel primo anniversario degli attentati negli Stati Uniti, durante la Messa in suffragio delle vittime, propose di fare del 12 settembre “una giornata di preghiera alla Vergine Maria perché protegga i nostri paesi dal diffondersi della religione islamica”. La data richiama il 12 settembre 1683 quando Vienna festeggiò la vittoria sugli assedianti turchi. Animatore infaticabile della resistenza fu il Beato cappuccino Marco d’Aviano, la cui statua campeggia nella capitale austriaca davanti alla Kapuzinerkirche.

Alberto Leoni, autore di un volume che ripercorre 1.400 anni di scontri militari tra Cristianità ed Islam, ricordando le figure di condottieri difensori dell’Europa cristiana dall’Islam, come d’Aviano, Giovanni Hunyadi ed il francescano San Giovanni da Capistrano, commenta giustamente: “Nati in un’età di ferro, la loro vita avventurosa e tormentata può forse scandalizzare la maggior parte dei cristiani contemporanei, sicuramente più mansueti e pacifici: eppure la pace e la libertà che permettono questa mitezza sono conseguenza diretta di quelle battaglie”.


* Prof. Dott. Massimo de Leonardis
Ordinario di Storia delle Relazioni e delle Istituzioni Internazionali
Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche
Università Cattolica del Sacro Cuore - Milano


Foto: n. 1 Verones, Battaglia di Lepanto.
n.2 - Stendardo navale della flotta Real, della Lega Santa (qui al link dei Cavalieri ospitalieri)
n. 3 - I "principi" dei popoli Cattolici che parteciparono alla Lega Santa contro gli Ottomani, nella Battaglia di Lepanto, chiesa di S. Maria Ausiliatrice (Salesiani) a Torino (link)
n.4- Maragliano, Statua lignea della Madonna, Regina del S. Rosario (1669), compatrona della città di San Remo, e venerata nella Insigne Collegiata Basilica Concattedrale di San Siro (link)
n. 5 - Stendardo "che dal B. Pio V. fù dato [a Napoli] à D. Giovan d’Austria il seniore, Capitan Generale della lega contra il Turco (da una relazione del 1673); altare maggiore della cattedrale di Gaeta (Link); si veda anche qui
   



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