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Santo del Giorno  

   
Intervento al convegno promosso da Alleanza Cattolica su: «La croce e il compasso. A trent'anni dalla dichiarazione vaticana sulla massoneria».


Ferrara 19 ottobra 2013

Autore Marco Invernizzi

 

 

1. L’opera delle società segrete

 

Il cittadino italiano sente raramente parlare di massoneria. Se ha vissuto nella Prima repubblica se ne ricorda per l’affaire Gelli, il capo della Loggia P2 che avrebbe attentato alla democrazia repubblicana organizzando appunto una loggia segreta anticomunista, oppure per un dibattito interno al mondo cattolico circa la permanenza della validità delle reiterate condanne della massoneria da parte del Magistero della Chiesa.

Oggi noi siamo qui a ricordare il trentesimo anniversario dell’ultima condanna ufficiale della Chiesa e per esprimere in qualche modo la permanenza di un “problema massoneria” e della condanna da parte della Chiesa, come è stato fatto e come avverrà nelle altre relazioni del convegno.

A me spetta invece di mostrare come un “problema massoneria” abbia accompagnato la storia dell’Italia moderna e quindi, rivolgendomi idealmente a chi mi ponesse la domanda (“ma con tutti i problemi che ci sono perché vi occupate di massoneria?”), risponderei cercando di accennare alla storia della sua presenza nella vita del Paese, senza sopravvalutarla ma anche senza sottacere il ruolo che indubbiamente ha avuto.

Credo che l’unica strada possibile per fare un servizio alla verità sia quella di lasciare parlare i fatti e i documenti che, nel caso della massoneria e delle società segrete, sono evidentemente non facilmente reperibili, proprio per la natura stessa degli organismi di cui ci stiamo occupando, per cui molti segreti sono rimasti tali. E’ quindi meglio “dire meno” piuttosto che fare affermazioni sbagliate o infondate. Purtroppo, spesso non accade così e anche nei migliori ambienti e con le intenzioni più rette si commettono grossolani errori. Questa estate mi è capitato di tenere una conferenza sul tema con un bravo sacerdote il quale ha cominciato a fare una serie di insinuazioni sull’appartenenza massonica di vescovi e cardinali, senza fare nomi ma anche senza portare lo straccio di una prova. Il risultato sul pubblico, assai numeroso e bene orientato, è stato devastante.

 

Si ritiene comunemente, in ambito storiografico, che la massoneria abbia avuto un ruolo importante nel processo di unificazione politica italiana. I massoni stessi hanno diffuso questa tesi per accreditarsi come «padri della patria» e molti hanno accettato questa impostazione anche alla luce del rilievo pubblico e istituzionale avuto nella seconda metà del secolo XIX da massoni dichiarati, come il sindaco di Roma Ernesto Nathan (1845-1921), il poeta nazionale Giosuè Carducci (1835-1907) e il presidente del Consiglio Francesco Crispi (1818-1901)1 .

Tuttavia, la tesi deve essere precisata, altrimenti rischia di diventare incomprensibile, dato che non vi è concordia fra gli storici2 e che la prima loggia del Grande Oriente d’Italia dopo il periodo napoleonico viene costituita a Torino nel 1859, quindi a processo di unificazione ampiamente avviato.

Del resto, il problema si era posto anche di fronte alla domanda su chi avesse promosso la Rivoluzione francese e sul ruolo avuto dalla massoneria, una domanda alla quale vennero date risposte diverse non soltanto da liberali e da cattolici, ma anche fra questi ultimi e addirittura fra controrivoluzionari, alcuni dei quali erano propensi ad attribuire alla massoneria un ruolo egemone nella cospirazione contro la Chiesa e le monarchie, mentre altri erano più inclini a valutare nella diffusione di errori e di peccati pubblici la causa di questi mali, a cui avrebbero certamente partecipato logge ed esponenti massonici, ma non assumendo un ruolo così determinante  come invece prevedeva la cosiddetta “teoria del complotto”. 3

 

I primi passi della massoneria in Italia

 

La massoneria, che, al termine di un lungo processo d’incubazione4, era emersa nel secolo XVIII come «figlia primogenita dell’intellettualismo settecentesco»5, secondo le parole dello studioso italiano Carlo Francovich (1910-1990), viene introdotta in Italia attorno al 1730, particolarmente in Toscana, e nei decenni seguenti si appoggia ai governi illuminati, gli stessi che espelleranno i gesuiti dai loro regni e premeranno sulla Santa Sede perché la Compagnia di Gesù venga sciolta, come poi avviene per il cedimento di Papa Clemente XIV (1769-1774) nel 1773. Come spiega lo storico toscano ma pavese d’adozione Renato Sòriga (1881-1939) in un’opera dedicata a studiare il fenomeno settario nel primo Risorgimento italiano6, la penisola italiana sarà il teatro di uno scontro fra le tre «anime» della massoneria, quella scozzese, quella francese — il Grande Oriente — e quella tedesca, detta della Stretta Osservanza. Quest’ultima, organizzata in Prussia dal barone Karl Gotthelf von Hund und Altengrotkau (1722-1776) e i cui membri si ritenevano eredi dei Templari, esercitarono in Italia un’egemonia quindicinnale, mentre dopo il 1770 le osservanze scozzese e francese presero decisamente il sopravvento.

In prossimità della Rivoluzione del 1789 i governi mutano atteggiamento verso la massoneria, di cui cominciano a coglierne il potenziale rivoluzionario. Nel Regno di Napoli, per esempio, gli agenti segreti della Repubblica Francese trovano un mezzo efficace per la diffusione del giacobinismo proprio nelle logge massoniche, che si andavano trasformando in focolai rivoluzionari, subendo anche l’influenza del filone dell’egualitarismo comunista del pisano Filippo Michele Buonarroti (1761-1837), a sua volta legato alle logge tedesche dell’Ordine degli Illuminati di Johann Adam Weishaupt (1748-1830). Dietro i cosiddetti club si svolge un’attività cospirativa che ha come obbiettivo finale «[...] l’occupazione per assalto del palazzo reale e delle sedi del governo, e la fisica soppressione dei governanti; la conquista del “castello” ed i cannoni puntati sulla città; la rivolta del popolo ovvero se il popolo non insorga la coazione ad obbedire»7.

Se guardiamo a quegli avvenimenti nell’ottica del «lungo Risorgimento»8, cioè «[...] quello che prende le mosse dalla fioritura della cultura illuministica e poi del fenomeno delle repubbliche giacobine»9, le officine liberomuratorie costituiscono uno strumento notevole di diffusione del laicismo e della modernità, intesa come ideologia e come secolarizzazione. La società massonica conosce il proprio periodo di splendore in Italia durante la dominazione di Napoleone Bonaparte (1769-1821), quando con il favore dei sovrani napoleonici essa si diffonde in tutti gli Stati, sovrapponendosi al potere politico istituzionale. A fianco del Grande Oriente di Francia — che estende la sua sovranità sulle logge del Piemonte, della Liguria, della Toscana e degli Stati Pontifici, tutti annessi all’Impero Francese — figurano infatti il Grande Oriente d’Italia, con giurisdizione sulle logge della Lombardia, del Veneto, della Romagna e delle Marche, di cui è gran maestro Eugène de Beauharnais (1781-1824), viceré del neo costituito Regno d’Italia, e il Grande Oriente di Napoli, guidato appunto dal re di Napoli, prima Joseph Bonaparte (1768-1844), quindi, dal 1808, Joaquim Murat (1767-1815). Lo storico della massoneria Aldo Mola stima che, durante il periodo napoleonico, esistessero in Italia intorno a duecentocinquanta logge con circa ventimila associati, secondo una valutazione prudente10.

In coincidenza con la sconfitta di Napoleone l’importanza della massoneria viene meno: essa è in parte coinvolta dai governi della Restaurazione nella repressione dei rivoluzionari e in parte è utilizzata dagli stessi governi come nerbo della burocrazia politica e militare. Le logge, in questo frangente storico, non rappresentano lo strumento più adatto per continuare la lotta politica in senso liberale e nazionalista: troppo compromessa con il regime napoleonico e troppo poco rappresentativa degli interessi italiani, l’organizzazione viene sostituita da altre forze segrete nella guida del lavoro rivoluzionario e insurrezionale.

I massoni aprono allora «vendite» carbonare, oppure creano «logge coperte» o, infine, aderiscono ai governi della Restaurazione nei diversi Stati per infiltrarne la classe dirigente, non in maniera organizzata, ma come singoli. La maggior parte dei massoni, se entra, come si dice in termini massonici, «in sonno», va tuttavia a costituire — nella Penisola o fuori di essa — l’ossatura di una complessa e frastagliata rete di gruppi e di relazioni latomistici, non formalmente massonici, che diffonderanno una mentalità progressista e secolaristica, che influirà su una parte delle élite culturali e politiche italiane.

Intenso è anche il rapporto dei liberi muratori italiani con le logge e obbedienze estere, divise fra loro, ma unite, in relazione alle vicende italiane, da una viva avversione nei confronti della Chiesa cattolica e del «papismo», che sarà personificata al meglio dal nizzardo Giuseppe Garibaldi (1807-1882) 11 .

 

La Carboneria

 

Il Congresso di Vienna (1814-1815) assicura all’Europa un lungo periodo di pace dopo venti anni di guerre ininterrotte, ma il ricordo dell’esperienza «giacobina» e napoleonica dà slancio alle idee e alle organizzazioni rivoluzionarie, che, per resistere alla repressione e per alimentare la fiamma dell’Ottantanove, cercano anche di trarre vantaggio dall’atmosfera d’instabilità politica e di depressione economica creatasi dopo la fine dell’Impero Francese.

Nel dicembre 1818, ad Alessandria, Buonarroti, uno dei primi «rivoluzionari di professione»12, fonda la società dei Sublimi Maestri Perfetti, con cui cerca di controllare la rete delle società segrete nel Paese.

Fra di esse operano la Federazione Italiana, guidata dal conte milanese Federico Confalonieri (1785-1846), attiva soprattutto in Lombardia — i cui legami politici e rituali con ambienti britannici andrebbero meglio chiariti —; e al Centro la Costituzione Latina, nata nelle Legazioni pontificie dalla fusione di elementi della Carboneria e di uomini della Società Guelfa; nel Mezzogiorno sarà soprattutto attiva la stessa Carboneria. L’operazione di coordinamento di Buonarroti, secondo lo storico e filosofo Gian Mario Cazzaniga, non riuscirà, prima perché nel ruolo di polo di attrazione per il reticolo delle «vendite» sopravvissute prevarranno i gruppi mazziniani, e poi per la travolgente popolarità di Garibaldi, «[...] mentre una direzione liberale parigina, sostenuta da napoleonici, orleanisti, murattiani e banchieri sansimoniani, appare assai più credibile»13.

Secondo Sòriga, la Carboneria è costituita da massoni di rito scozzese rimasti emarginati dal predominio della massoneria francese prediletta da Napoleone, nonché da antichi “giacobini” divenuti nemici dello stesso Napoleone e, infine, anche da ufficiali dell’esercito francese e da membri del basso clero, tutti in preda al fascino delle dottrine esoteriche dell’epoca, che, a loro volta, costituivano probabilmente una risposta polemica al razionalismo illuministico, divenuto cultura egemone nel secolo XVIII.

 

Dalla “dea ragione” alla “dea nazione”

 

Anche in questa prospettiva va letto il nuovo e così diverso clima culturale del primo secolo XIX, che — si potrebbe dire, semplificando, ma neppure troppo14 — passa dal primato della «dea ragione» a quello della «dea nazione». È questa la stagione del romanticismo, nel cui clima crescerà forse il più importante agente settario, con Buonarroti, della storia nazionale, cioè Giuseppe Mazzini (1805-1872). Egli, a questo proposito, scriverà nelle sue Note autobiografiche: «Nel 1827 fremevano accanite le liti fra classicisti e romantici, tra i vecchi fautori d’un dispotismo letterario la cui sorgente risaliva per essi a duemila e più anni addietro, e gli uomini che in nome della propria ispirazione, volevano emanciparsene. Eravamo, noi giovani, romantici tutti»15. È questo il momento in cui la ragione «che spiega ogni cosa» viene sostituita, o affiancata, da un’altra ipotesi ideologica, di cui il sentimento, la passione, il particolare — invece dell’universale — e il passato — invece del futuro — divengono le nuove «divinità» ispiratrici. Dopo la stagione illuministica del secolo XVIII, che aveva esaltato la ragione e l’universalismo contro i valori tradizionali, il nazionalismo e l’amor di patria prendono il posto della religione e della fede. Entrambe queste versioni dell’ideologia moderna e progressista operano simultaneamente in Italia nei decenni successivi alla Restaurazione, quando appunto proliferano quelle società segrete che faranno della cospirazione unitaria una vera e propria “moda”. Questo mutamento culturale spiega anche perché la simbologia della Carboneria così ostentatamente si richiami a simboli religiosi esplicitamente cattolici: per esempio, alla Passione di Cristo e ai santi, in particolare a san Teobaldo.

Secondo il sociologo delle religioni Massimo Introvigne, in questa fase del lungo processo di rigetto del cristianesimo come elemento del senso comune collettivo europeo, nella massoneria, che è il «motore» principale di tale processo — ma, in genere, in tutte le società segrete che operano nella Restaurazione —, sembrano alternarsi, talora nella medesima persona, una corrente «fredda», razionalistica, e una vena «calda», romantica e in qualche modo religiosa, anche se di una religiosità spesso eterodossa16.

È difficile spiegare che cosa sia la Carboneria: le uniche certezze che abbiamo sono il suo segreto, la sua rivendicazione di un ordinamento costituzionale liberale e il suo obiettivo di una indipendenza e di una unificazione italiane, magari anche su base federale, in cui si fondono il nazionalismo, nato con il 1789, e l’ideologia romantica. Come la massoneria, anche la Carboneria si muoverà su più fronti politici, perseguendo il proprio disegno in modo spregiudicato, operando con modalità non facilmente ricostruibili e dando vita a differenti filoni culturali e a svariate opzioni politiche. Così descrive il periodo uno dei principali studiosi del fenomeno settario, Renato Sòriga, che ne coglie le grandi difficoltà: «il caos esoterico che si riscontra specie nella storia del primo Risorgimento italiano e la difficoltà estrema a sbrogliare i mille bandoli della matassa settaria alternativamente di colore monarchico o repubblicano o bonapartista, piemontese o borbonico, a seconda dei vari influssi messi in giuoco dai sette governi in cui era divisa la Penisola»17. Nell’opera citata, lo studioso pavese riporta diversi documenti, fra cui importante è il rapporto segreto del massone generale Giuseppe Rossetti (nascita?-morte?), da questi letto nel 1814 in una seduta del consiglio dei ministri del Regno di Napoli, dove regna ancora Murat. Secondo il generale, che aveva partecipato, al seguito di Napoleone, alle campagne di Spagna e di Russia prima di stabilirsi, appunto, a Napoli, la Carboneria era una setta che trovava i suoi adepti fra i «giacobini» esclusi dal potere dopo il 1799 dalla reazione legittimistica e poi dalla svolta «moderata» di Napoleone, fra il basso clero napoletano e fra i monarchici antinapoleonici. Questo spiega «[...] il carattere romanticamente cattolico, come un mistero medioevale, dei suoi due primi gradi iniziatici, i quali necessariamente dovettero essere elaborati come la negazione di quella ormai superata massoneria napoleonica, materialista, oligarchica e plutocratica, che durante il decennio francese era degenerata a segno di essere oggetto del più profondo disprezzo di tutti i sinceri amatori di libertà», e porta, a riprova, una lettera di un canonico piemontese, massone e carbonaro, scritta nel 181218.

 

Mazzini massone?

 

Nella periodizzazione del Risorgimento si è soliti attribuire al periodo successivo alla Restaurazione del 1815 – il secondo tempo della Rivoluzione italiana, dopo il ventennio napoleonico – il predominio delle società segrete come forze principali del processo rivoluzionario. Queste società segrete non riuscirono a mettere in moto un autentico movimento rivoluzionario e vennero progressivamente sostituite da un’altra e diversa società che si distingueva da esse perché rifiutava la segretezza e voleva operare alla luce del sole invitando i popoli a sollevarsi contro i Regni in nome del nazionalismo rivoluzionario. Era la Giovane Italia di Mazzini.

Costui è ancora oggi al centro di un’accanita disputa circa la sua appartenenza alla massoneria. Secondo uno dei suoi seguaci, Adriano Lemmi, che diventerà Gran Maestro della Massoneria italiana, Mazzini fu massone a tutti gli effetti. Lo ricorda il padre gesuita Hermann Gruber in un libro molto documentato, dove ha avuto la meritoria costanza di leggersi le diverse annate della rivista ufficiale del Grande Oriente italiano fino ad allora pubblicate19. Lo stesso Gruber però ricorda come  Mazzini rimproverasse alla Massoneria «come anche alle altre società segrete del suo tempo, di andar dietro ad un vuoto simbolismo, di degenerare non rare volte in farse indegne» e in genere di accettare persone indegne fra le proprie file, soprattutto, cosa che mette in risalto il conflitto culturale fra il razionalismo massonico universalista e il nazionalismo romantico di Mazzini e dei rivoluzionari dell’800, «di favorire un vago cosmopolitismo contrario agl’interessi nazionali»20.

La domanda dunque che si pone lo storico Fulvio Conti in un capitolo del suo libro21 «Mazzini massone? Costruzione e fortuna di un mito» ha certamente un senso. Attorno a questa domanda gli storici si sono interrogati e continuano a farlo, dividendosi fra di loro. Ma questa domanda se la faceva già lo stesso «Apostolo» nel 1831, proprio nell’anno in cui fondava la Giovine Italia perché constatava il fallimento delle società segrete: «Abbiamo veduto che la Massoneria, la Carboneria, o altra società non hanno riuscito, o non sono accette agli uomini del 1831: rinunciamo adunque, e per sempre all’idea di associarci! Perché invece non diciamo: queste società operavano diffuse, è vero, ma senza un centro reale e costante d’operazioni e d’unione: queste società erano nate in un tempo meno avanzato del nostro, e non corrispondono più a’ bisogni ne alle idee del tempo; queste società aveano troppe gerarchie, troppo simbolismo, troppa – diciamolo pure – impostura: ordiniamone adunque una, che non abbia questi difetti, che sia semplice, chiara, che non abbia forme se non le necessarie a conoscersi, a intendersi rapidamente: che non sia se non un vincolo di fratellanza, ma forte, determinato, preciso?» 22.

Queste parole confermano quello che Mazzini in effetti fece: organizzare un’associazione pubblica, non segreta come erano state la Massoneria e la Carboneria, che tramasse, uccidesse, che abbattesse i Regni per costituire una Repubblica nazionale. E questo a maggior ragione quando, dopo il 1861, nel Regno d’Italia, aumentavano le possibilità di azione nonostante l’aspro conflitto con la parte moderata del Risorgimento che aveva unificato il Paese.

Mazzini verrà sempre considerato lo sconfitto del Risorgimento, ma questo non gli impedì di diventare uno dei quattro Padri della Patria, con Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele II e di vedere coronato, seppure oltre cinquant’anni dopo la sua morte, il suo sogno repubblicano.

Forse noi diamo eccessiva importanza alla sua reale appartenenza alla Massoneria, dimenticando che era ed è il contenuto che viene diffuso nel corpo sociale a qualificare un’organizzazione: da questo punto di vista la Giovine Italia non era certamente migliore delle società segrete di cui volle prendere il posto.

Così, possiamo accettare seppure non nelle intenzioni, la conclusione di Fulvio Conti nel suo capitolo sul supposto massonismo di Mazzini: «Sebbene non appartenesse alla massoneria e non vi fosse mai stato affiliato, aveva lucidamente compreso che questa organizzazione poteva svolgere un ruolo importante nella vita pubblica del paese»23. Molti suoi seguaci saranno così repubblicani e massoni, altri non aderiranno alla Libera Muratoria. Lo stesso Mazzini lo aveva scritto a un suo seguace, massone, nel 1869: «Siamo dell’Alleanza Repubblicana alleati colla Massoneria, non Massoni»24

 

Massoneria e Risorgimento

 

Queste considerazioni aiutano a comprendere come mai — nonostante l’assenza di un’organizzazione sul territorio — la massoneria in Italia rinasca quasi improvvisamente alla vigilia dell’Unità e si ramifichi poi rapidamente in tutta la Penisola negli anni successivi.

La «rinascita» avviene nell’ottobre 1859, a Torino, con la fondazione della loggia Ausonia ad opera del conte Zambeccari e di altri sei vecchi massoni provenienti dall’entourage cavouriano. Lo stesso Cavour guarda di buon occhio alla costituzione di un sodalizio metapolitico di sicura fedeltà cui affidare l’organizzazione del consenso per la causa rivoluzionaria italiana25. Marco Novarino osserva che «lo sviluppo della loggia torinese non a caso coincise con il ritorno al potere dello statista piemontese»26; anche secondo lo storico valdese e membro della Giunta del Grande Oriente d’Italia Augusto Comba, «sembra certo, per molteplici indizi, che l’indicazione risolutiva sia partita dallo stesso Cavour»27.

Dello statista piemontese non è provata l’affiliazione massonica, anche se molti storici ricordano come il Gran Maestro provvisorio della loggia Ausonia, Filippo Delpino (1779-1860), nel discorso inaugurale della nuova sede, abbia ringraziato «il nostro fratello conte Camillo Cavour» e lo abbia definito «personaggio non estraneo ai nostri misteri»28. Cazzaniga si spinge a considerare che «sarebbe in effetti interessante verificare dove, durante i suoi viaggi fra Ginevra, Parigi e Londra, Cavour abbia potuto essere iniziato e quali rapporti, certo non isolati dalla sua strategia politica, abbiano potuto agevolare questa scelta»29 .

«Non è provato che Cavour fosse massone — sembra concludere Valerio Zanone nella sua veste di presidente del comitato scientifico del Grande Oriente d’Italia per le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità —, mentre è certo che la massoneria era cavouriana nei primi anni del Grande Oriente»30. Dunque, sia stato o meno massone Cavour, il dato storico è che la rinascita della massoneria è avvenuta tramite i suoi più stretti collaboratori.

La nuova loggia Ausonia trae linfa dal complesso mondo delle società segrete in Europa dopo la Restaurazione: «Di questo mondo la massoneria fu il punto di partenza e in questo caso il punto d’arrivo, l’alveo in cui i gruppi rivoluzionari italiani, una volta conseguito il loro fine, rifluirono per gestirne i risultati»31. Di lì a poco viene costituito il Grande Oriente Italiano.

Pochi mesi dopo nasce a Palermo un’altra obbedienza, il Supremo Consiglio del rito scozzese antico e accettato, che raccoglie le logge di tendenza democratica e repubblicana. Divise dal rito — simbolico per il Grande Oriente, trasferitosi da Torino a Firenze e quindi a Roma, scozzese per il Consiglio palermitano —, le due comunioni sono espressione delle due anime del Risorgimento, quella moderata e quella mazziniana32.

Quando Costantino Nigra (1828-1907) si dimette, il 1° marzo 1862 viene eletto gran maestro Filippo Cordova (1811-1868), d’ispirazione moderata; più volte ministro dell’Agricoltura nei governi Cavour e poi ministro di Grazia e Giustizia e Culti nel nuovo esecutivo guidato da Urbano Rattazzi (1808-1873), prevale su Garibaldi — iniziato alla massoneria fin dal 1844 — con 15 voti contro 13. Negli stessi giorni viene offerta al Generale la gran maestranza del Supremo Consiglio di Palermo e il 17 marzo gli vengono conferiti tutti i gradi del rito scozzese, dal 4° al 33°. Garibaldi — scrivendo a Gian Luigi Bozzoni (1830-1902), mazziniano ed esponente di rilievo delle officine siciliane —, esprime ai fratelli massoni la sua gratitudine «[...] per l’appoggio che essi mi diedero, da Marsala al Volturno, nella grande opera dello affrancamento delle provincie meridionali»33, quindi dichiara: «Cotesta nomina a Gran Maestro è la più solenne interpretazione delle tendenze dell’animo mio, de’ miei voti, dello scopo cui ho mirato in tutta la mia vita. Ed io vi do sicurtà che mercé vostra e colla cooperazione di tutti i nostri fratelli, la bandiera d’Italia, ch’è quella dell’umanità, sarà il faro da cui partirà per tutto il mondo la luce del vero progresso»34 .

L’accettazione della carica massonica serve al nizzardo anche allo scopo di utilizzare la rete settaria come strumento per la ripresa dell’iniziativa contro lo Stato Pontificio e non a caso proprio a Palermo farà iniziare i suoi più fidati collaboratori, nel luglio 1862, alla vigilia dell’impresa contro Roma troncata sull’Aspromonte. Con l’assunzione anche della carica di Gran Maestro del Grande Oriente — offertagli dall’Assemblea Costituente di quell’organismo, a Firenze, nel maggio 1864 — Garibaldi compie il tentativo di costruire un corpo massonico unitario, cui affidare, fra l’altro, il completamento del programma nazionale con la conquista di Roma e di Venezia. Tuttavia, in seguito al rifiuto della libera muratoria italiana di assecondare le iniziative non deliberate al proprio interno e al conseguente allontanamento dei garibaldini massoni dalla loro guida, egli lascia ogni carica presso il Grande Oriente, tranne quella di Gran Maestro onorario, conferitagli a vita il 23 giugno 1867, conservando invece la carica di Gran Maestro del Consiglio scozzesista. Resta però dell’idea che la massoneria debba far da perno del fronte laico e radicale, costituito da una miriade di organizzazioni culturali, società operaie, leghe e fratellanze, anche da lui promosse allo scopo di contribuire a trasformare il paesaggio sociale e culturale dell’Italia unita: «Io sono di parere che l’unità massonica trarrà a sé l’unità politica d’Italia [...]. Io reputo i massoni eletta porzione del popolo italiano. Essi [...] creino l’unità morale della Nazione. Noi non abbiamo ancora l’unità morale; che la Massoneria faccia questa, e quella sarà subito fatta»35.

L’opera di pedagogia politica e lo sforzo di alfabetizzazione patriottica dei ceti popolari come quella condotta da Garibaldi vanno di pari passo con il tentativo d’inventare una tradizione, presentata in alternativa alle esperienze religiose di sempre. I ceti dirigenti fanno ricorso a tutti gli strumenti a disposizione: la sacralizzazione della monarchia; la celebrazione delle ricorrenze più significative con la finalità di creare una liturgia civile; la diffusione del mito del Risorgimento come cemento dell’identità nazionale; la rivoluzione toponomastica, cioè la ridenominazione politica dei nomi delle vie e delle piazze, fino ad allora tradizionalmente ispirate a santi e a mestieri, che determina un vero e proprio «sventramento odonomastico»36, dovuto spesso ad «acri umori laicisti»37. La massoneria sostiene e anima questa politica, fornendo l’indispensabile collante ideologico e suggerendo le iniziative più anticlericali, come la laicizzazione della scuola, la gestione pubblica degli istituti di beneficenza e di assistenza, la politica cimiteriale e l’introduzione della cremazione38.

 

Tuttavia, il processo rivoluzionario va avanti e produce nuove fasi rivoluzionarie, espressione di nuove ideologie. Nel 1892 si costituisce a Genova il partito socialista, mentre sei anni dopo, con la strage di Milano dove l’esercito spara sulla folla scesa in piazza per protestare contro il rincaro del pane, cambia significativamente il quadro politico e culturale. Una nuova fase della Rivoluzione appare e spaventa. Il socialismo costringe cattolici e liberali a mutare alleanze e anche la Massoneria dovrà prendere atto di questi cambiamenti.

 

 

[1] Cfr. Oreste Dito (1866-1934), Massoneria, carboneria ed altre società segrete nella storia del Risorgimento italiano, 1905, con Introduzione di Aldo Alessandro Mola, Forni, Sala Bolognese (Bologna) 2008, e Giuseppe Leti (1867-1939), Carboneria e Massoneria nel Risorgimento italiano. Saggio storico-critico con illustrazioni e molti documenti inediti, 1925, ristampa anastatica, Forni, Sala Bolognese (Bologna) 1966.

2 Cfr. Alessandro Luzio (1857-1946), La massoneria e il Risorgimento italiano, 2 voll., 1925, ristampa anastatica, Forni, Sala Bolognese (BO) 2005.

3 Cfr. Massimo Introvigne, in Cristianità, … e Daniele Menozzi, Cattolicesimo e massoneria nell’età della Rivoluzione francese, in Storia d’Italia, Annali 21, La Massoneria, a cura di Gian Mario Cazzaniga, Einaudi, Torino 2006, pp. 166-192.

4 Sul quale, cfr. Massimo Introvigne, Il simbolo ritrovato. Massoneria e società segrete: la verità oltre i miti, Piemme, Milano 2010, e Bernard Faÿ (1893-1978), La massoneria e la rivoluzione intellettuale del secolo XVIII, 1935, trad. it. Einaudi, Torino 1945.

5 Cfr. Carlo Francovich, Storia della massoneria in Italia dalle origini alla Rivoluzione francese, La Nuova Italia, Firenze 1974.

6 Renato Sòriga, Settecento massonizzante e massonismo napoleonico nel primo risorgimento italiano, Tip. Cooperativa, Pavia 1920, ora in Idem, Le società segrete, l’emigrazione politica e i primi moti per l’indipendenza. Scritti raccolti e ordinati da Silio Manfredi, Società Tipografica Modenese, Modena 1942, pp. 1-60.

7 Giuseppe Giarrizzo, Massoneria e illuminismo nell’Europa del Settecento, Marsilio, Venezia 1994, p. 395.

8 Cfr. Gilles Pécout, Il lungo Risorgimento. La nascita dell'Italia contemporanea (1770-1922), trad. it., Bruno Mondadori, Milano 1999.

9 Santi Fedele, La Massoneria nel «lungo Risorgimento», in Hiram. Rivista del Grande Oriente d’Italia, anno 11, n. 4, Roma 2009, pp. 95-102 (p. 96).

10 Cit. in Fulvio Conti, Storia della massoneria italiana dal Risorgimento al fascismo, il Mulino, Bologna 2003, p. 18.

11 Cfr. Francesco Pappalardo, Il mito di Garibaldi. Una religione civile per una nuova Italia, con una Presentazione di Alfredo Mantovano, Sugarco, Milano 2010.

12Cfr. la definizione in Luciano Pellicani, I rivoluzionari di professione, Franco Angeli, Milano 2008.

13 Gian Mario Cazzaniga, Origini ed evoluzioni dei rituali carbonari italiani, in Idem (a cura di), La Massoneria, vol. 21 degli Annali della Storia d’Italia, Einaudi, Torino 2006, pp. 559-578 (p. 575, nota 40).

14 Cfr. Federico Chabod (1901-1960), L’idea di nazione, a cura di Armando Saitta (1919-1991) ed Ernesto Sestan (1898-1986), Laterza, Bari 1979 e anche Jean-Luc Chabot, Il nazionalismo, trad. it., Mondadori, Milano 1995.

[1]5 Giuseppe Mazzini, Note autobiografiche, a cura di Roberto Pertici, Rizzoli, Milano 1986, p. 56.

[1]6 Cfr. M. Introvigne, Il cappello del mago. I nuovi movimenti magici dallo spiritismo al satanismo, Sugarco, Milano 2003, pp. 22-39.

[1]7 R. Sòriga, op. cit., p. 77.

[1]8 Ibid., p. 68.

[1]9 Ermanno Gruber, Giuseppe Mazzini. Massoneria e Rivoluzione. Studio storico-critico, ristampa anastatica dell’edizione del 1908, Arnaldo Forni editore, Sala Bolognese 1979, p. 69, che cita la Rivista della Massoneria italiana, 1900, pp. 149-150.

20 Gruber, p. 74.

21 F. Conti, Massoneria e religioni civili. Cultura laica e liturgie politiche fra XVIII e XX secolo, il Mulino, Bologna 2008, pp. 187-211.

22 Lettera a Ippolito Benelli dell’8 ottobre 1831, da Marsiglia, in G. Mazzini, Scritti editi ed inediti, vol. V, Galeati, Imola 1909, p. 61, cit. in F. Conti, Massoneria e religioni civili, cit., p. 203.

23 F. Conti, Massoneria e religioni civili, cit., p. 211.

24 Lettera a Federico Campanella, del 7 settembre 1869, da Lugano, in Mazzini, Scritti editi ed inediti, vol. LXXXVIII, 1940, pp. 169-170, cit. in f. Conti, Massoneria e religioni civili, p. 209.

25 Cfr. A. A. Mola, Storia della Massoneria dall’Unità alla Repubblica, Bompiani, Milano 2001, pp. 58-59.

26 M. Novarino, La rinascita della massoneria a Torino e in Italia (1859-1863), in Idem e Giuseppe M. Vatri (a cura di), Uomini e logge nella Torino capitale. Dalla fondazione della loggia «Ausonia» alla rinascita del Grande Oriente Italiano (1859-1862), Edizioni L’Età dell’Acquario, Torino 2009, pp. 13-85 (p. 25).

27 Augusto Comba, La massoneria, in Umberto Levra (a cura di), Storia di Torino, vol. VII, Da capitale politica a capitale industriale (1864-1915), Einaudi, Torino 2001, pp. 249-275 (p. 261).

28 Cfr. le citazioni anche in M. Novarino, La rinascita della massoneria a Torino e in Italia (1859-1863), cit., p. 25.

29 G. M. Cazzaniga, Società segrete e massoneria nell’età della Restaurazione e del Risorgimento, cit., p. 43, in nota.

30 Valerio Zanone, I massoni del Risorgimento, in F. Conti e M. Novarino (a cura di), op. cit., pp. 11-13 (p. 13).

31 M. Novarino, La rinascita della massoneria a Torino e in Italia (1859-1863), in Idem-Giuseppe M. Vatri, Uomini e logge nella Torino capitale. Dalla fondazione della loggia «Ausonia» alla rinascita del Grande Oriente Italiano (1859-1862), Edizioni L’Età dell’Acquario, Torino 2009, pp. 13-102 (p. 14).

32 Cfr. F. Conti, Storia della massoneria italiana. Dal Risorgimento al fascismo, il Mulino, Bologna 2003, pp. 38-42.

33 Giuseppe Garibaldi, Al Supremo Consiglio del Grande Oriente d’Italia sedente in Palermo, 20-3-1862, in Epistolario, vol. VII (marzo-dicembre1862), a cura di Sergio La Salvia, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Roma 1986, pp. 25-26 (p. 26).

34 Ibidem.

35 Idem, Al Supremo Consiglio Massonico di Palermo, 18-5-1867, ibid.,vol. XII (gennaio-dicembre 1867), cit., pp. 73-74 (p. 73).

36Sergio Raffaelli, I nomi delle vie, in Mario Isnenghi (a cura di), I luoghi della memoria. Simboli e miti dell’Italia unita, cit., pp. 263-288 (p. 265).

37 Ibid., p. 266.

38 Cfr. F. Conti, La libera muratoria e il culto di Garibaldi, in Idem, Massoneria e religioni civili. Cultura laica e liturgie politiche fra XVIII e XX secolo, cit., pp. 213-258.

   



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