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Fonte riscossa cristiana.it 28/10/2013

 

Autore Paolo Deotto

 

A Roma accade un fatto tragico, ma purtroppo non così infrequente al giorno d’oggi: un giovane, ventuno anni, si suicida.

Di questo giovane non si sa il nome (e speriamo che i giornalisti non cedano, al solito, alla turpe tentazione di rintracciarne i parenti, magari per fare qualche intervista ai genitori…), non si sa la professione, non si sa praticamente nulla. Pare però che abbia lasciato una lettera in cui si dichiarava omosessuale e pare che in queste lettera abbia lamentato il fatto che in Italia, che pur è un Paese libero, esiste l’omofobia. Ho usato due volte la parola “pare” perché finora non vi è nulla di certo e di ufficiale. Però gli avvoltoi non aspettano neanche di accertarsi se la vittima fa del tutto al caso loro. L’odore di morte e la possibilità di specularci sopra sono per loro così affascinanti che si lanciano subito in picchiata. Niente pietà davanti alla tragedia di un suicidio, se c’è l’occasione per ripetere per l’ennesima volta le loro sciagurate litanie.

 

Volete un piccolo florilegio delle prime sbrodolature? Cliccate qui; ma, del resto, vi basterà scorrere un po’ di stampa. La grigia uniformità (fatte le dovute e purtroppo rare eccezioni) dell’informazione di regime ha risposte automatizzate di fronte a fatti la cui spiegazione è già predisposta ancora prima che avvengano.

Cerchiamo di usare un poco di materia grigia.

Dicevamo sopra che i suicidi tra i giovani non sono una novità. Né ci si uccide solo lanciandosi da un balcone o sparandosi un colpo di pistola. Ci si suicida con l’abuso sfrenato di alcol e di droghe, con lo “sballo”, con la “movida”, con tutta una serie di pseudo-divertimenti che in realtà sono atti di auto-distruzione. Chiunque ha esperienza del mondo giovanile, famiglie e insegnanti, ha davanti a sé un quadro drammatico. Perché a ventuno anni si è già così deboli e disperati da scegliere la morte, a volte per sciocchezze come una bocciatura? Perché nel fiore degli anni si sceglie, più o meno coscientemente, di trasformare lo svago e la compagnia in un cammino, forse lento, ma sicuro, verso la degradazione e la morte, trascinandosi per discoteche, lanciandosi in auto a velocità folli dopo essersi imbottiti di stupefacenti, o avendo rapporti sessuali poco più che animaleschi, con le conseguenti devastazioni fisiche e morali?

Perché tutto ciò non accadeva in quegli anni, “terribili e bui”, in cui ancora reggevano una morale e una famiglia, naturaliter cristiane, tanto “oppressive” (il che è tutto da dimostrare) ma che assicuravano al giovane una guida per le sue inevitabili incertezze e paure?

Direi che la risposta è già nelle domande, volutamente retoriche, che ho posto. Da decenni, dalle prime picconate date negli anni sessanta e nel trionfo di quel festival della bestialità che fu il sessantotto, si sono frantumate le basi stesse della convivenza civile, della famiglia, si è distrutto il tessuto sociale e familiare, si è tolto ai giovani ogni sicurezza. Con il contrabbando di una finta libertà, si è comodamente rinunciato ai doveri educativi. Le criminali sinistre nichiliste, che da sempre lavorano per la morte, hanno disgraziatamente trovato appoggio in una Chiesa, custode dell’ordine morale, sempre più arrendevole dialogante, timida. I risultati li vediamo.

Mai un’epoca è stata “libera” come l’attuale (se per libertà intendiamo la possibilità di fare ogni idiozia e ogni porcheria che gira per la mente) e mai nessuna epoca ha visto tanta disperazione come l’attuale.

Non scordiamoci che la legislazione divorzista ha dato il via alla disgregazione familiare (privando i giovani della prima base di sicurezza nella vita) e la legislazione abortista ha devastato le coscienze, legalizzando il più turpe degli omicidi e cancellando così, specie nelle menti giovanili, e più vulnerabili, la distinzione fondamentale tra bene e male.

L’affronto del problema dell’omosessualità è stato ovviamente in linea con questo quadro di devastazione intellettuale e morale.

Gli omosessuali sono sempre esistititi. Mancherei di rispetto all’intelligenza dei nostri lettori se mi mettessi qui ad elencare i motivi per cui l’omosessualità è una devianza, una patologia, una situazione assolutamente innaturale, di disordine. Ci sono evidenze che solo la più sfrenata ideologia può negare, e la distinzione tra uomo e donna fa parte di queste evidenze. Se rinunciamo a guardare la realtà per quello che è, dobbiamo possiamo benissimo batterci per il diritto dei ciechi a guidare l’automobile e per il diritto dei sordomuti a studiare al Conservatorio.

Gran parte degli omosessuali hanno vissuto la loro condizione nella discrezione, nel silenzio, ben consci della loro devianza, il più delle volte odiandola, come il tossicomane odia la droga, ma al tempo stesso non riesce a liberarsene. Però tanti omosessuali sono riusciti a ritornare alla normalità, perché le terapie esistono, sono il più delle volte efficaci. In materia è utile per tutti conoscere il Gruppo Lot, fondato da Luca di Tolve, che non ebbe difficoltà a rendere pubblica la faticosa strada da lui percorsa, e che gli consentì, da omosessuale, di rientrare nella strada giusta del rispetto della Natura e farsi una normale famiglia.

Il vero crimine contro gli omosessuali si è consumato iniziando ad affermare la “normalità” della loro situazione e soprattutto lanciando un’offensiva sempre più violenta contro quanti, psicologi, medici, educatori, sono in grado di aiutarli a tornare a normalità di vita. Addirittura, e dico cosa ben nota, si vagheggia (e forse ci arriveremo) di stabilire per legge il divieto di ogni terapia tesa alla liberazione dall’omosessualità.

In contemporanea è partita la pubblicizzazione forzata della propria devianza sessuale. L’omosessuale è attualmente sottoposto a una violenta campagna, per cui “deve” esternare una condizione che il più delle volte vorrebbe tenere per sé, nel suo intimo, come del resto è normale per tutto ciò che concerne la vita intima delle persone.

Quei ripugnanti sabba che sono i cosiddetti “gay pride” sono senza dubbio l’apice della violenza fatta agli omosessuali. Trasformati in tragici pagliacci, essi si esibiscono, ubriacati da un clima di “libertà” che nulla ha da invidiare alla corsa dei lemming verso il suicidio di massa.

Dulcis in fundo, si è inventata la cosiddetta “omofobia” che, oltre che essere uno strazio del buon italiano, è una totale balla, perché sarebbe interessante capire dove esistano le discriminazioni in un Paese come il nostro, dove omosessuali dichiarati ricoprono cariche di vertice e di prestigio in politica, nel mondo produttivo, nel cinema, nel teatro, nella moda, nelle comunicazioni, praticamente in tutti i settori della vita nazionale.  A completare il quadro dell’idiozia dell’omofobia ora, con tutta probabilità, verrà approvata anche dal Senato la normativa che farà degli omosessuali una sorta di strana “razza protetta”, chissà perché, e tapperà la bocca al dissenso, ossia proprio a quelle voci che, uniche, potrebbero essere di vero aiuto agli omosessuali.

Gli omosessuali sono due volte sfruttati. C’è chi li usa per fini commerciali e di potere e c’è chi li usa come carne da cannone per la distruzione della Società. In entrambi i casi, nessuno li aiuta e chi realmente vorrebbe aiutarli viene, per ora, sommerso dagli insulti, e in un futuro alquanto prossimo sarà anche punito dalla legge.

Ora, proviamo un attimo a riflettere su questo anonimo giovane che ha compiuto un gesto così tragico. Debole come la gran parte dei giovani, debolissimo avendo scelto il suicidio, avrebbe potuto commettere lo stesso sciagurato gesto per una bocciatura o per una presa in giro se fosse stato, che so, miope, obeso, secchione, timido, imbranato, e così via. Da giovani ci si sbeffeggia per mille motivi. No, quel povero giovane era (forse) omosessuale, problema ben più drammatico di una miopia o di una obesità. Ma la cosiddetta “cultura dominante” quale aiuto gli ha dato? Gli ha urlato che tutto va bene, lo ha martellato parlandogli di una società omofoba (il che può avergli fatto sopravvalutare il cretino insulto, se c’è stato, tipo “frocio”), gli ha imposto di non fare nulla per esaminare con cura il suo stato e capire come uscirne.

Niente di tutto questo. La cultura dominante lo ha obbligato a considerare normale la sua anormalità. Lo ha condotto così sulla strada della follia, perché, comunque si voglia girare la frittata e con tutta la pietà per i morti, il suicidio è espressione di follia, seppur per un attimo. Ma non si torna indietro da quell’attimo.

Signori che pontificate sull’omosessualità, che con ripugnante cinismo trascinate i giovani nello stesso vostro gorgo, provate per un attimo a riflettere. Magari capirete quanto pesi sulle vostre nere coscienze questa tragedia. Se è vero, come dice Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center, che un omosessuale su dieci ha pensato al suicidio, provate a chiedervi davvero il perchè. Organizzate un gay pride in meno, lasciate in pace gli omosessuali, consentite loro di curarsi. Insomma,  cercate, per una volta nella vostra vita, di essere onesti. Poi pentitevi.

Si può sempre ricominciare a vivere onestamente, purché si abbia l’onestà di guardare la realtà, così come è. Non ci vuole molto.

   



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